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Introduzione - Isis S.P.A. - Libro di Daniel...

Leggi un estratto dal libro di Daniel Estulin "Isis S.P.A."

Introduzione - Isis S.P.A. - Libro di Daniel Estulin

Tanto per cominciare, la «guerra globale contro il terrorismo» è un'invenzione basata sulla bugia, e sull'idea sbagliata, che un solo uomo come Osama bin Laden sia stato più furbo dei servizi di intelligence statunitensi, forti di un bilancio annuo di 40 miliardi di dollari.

La «guerra contro il terrorismo» è una guerra di conquista. La globalizzazione è la volata finale verso il «Nuovo ordine mondiale», o verso r«Impresa Mondiale S.p.A.», entrambe sotto il dominio di Wall Street, della City londinese e dell'apparato militare-industriale.

Avete notato che, ovunque ci sia un Paese con un governo indipendente e dotato di riserve petrolifere, risorse finanziarie, agricole o strategiche che non si sia ancora sottomesso al controllo delle multinazionali, viene prontamente lanciata una campagna guidata dagli Stati Uniti per distruggerlo?

«Iran, Iraq, Afghanistan, Palestina, Egitto, Libia e Siria vivono questa situazione sulla propria pelle da anni, dal rovesciamento del presidente socialdemocratico iraniano Mossadeq nel 1953 fino all'attuale esempio dello Stato siriano, spazzato via con le sue politiche sociali e la sua relativa autonomia. Il Libano era una delle nazioni più progredite del Medio Oriente, finchè Israele lo attaccò nel 1982: da allora è dilaniato dalla guerra civile. Lo Stato sociale iracheno, che brillava nella regione per la sanità, l'istruzione, i servizi pubblici e i sussidi agricoli e alimentari, dal 1990 si è visto imporre una guerra civile che continua ancora oggi.»

L'Iraq di Saddam Hussein è stato annientato perché galleggia su un mare di petrolio. Come se non bastasse, dal 2011 la Siria è stata rasa al suolo da un conflitto interno fomentato da potenze straniere.

«L'Iraq è l'esempio di come in Medio Oriente, un'area in costante cambiamento, si possano controllare le fazioni in guerra allo scopo di scippare tutti dei loro beni. Ecco così anche i bombardamenti della NATO e il rovesciamento di Gheddafi (voluto da Al Qaida e finanziato dagli americani) in Libia, un Paese ancora più avanzato dell'Iraq dal punto di vista delle infrastrutture e delle politiche sociali [...]. Istigare alla guerra civile rientra nella logica del divide et impera, particolarmente fruttifera in nazioni come Iraq, Siria e Libia, dove uno Stato sociale ben organizzato permette condizioni di vita molto migliori che nei Paesi vicini, proni ai diktat degli Stati Uniti.»

Sono state tutte campagne orchestrate per scatenare la follia settaria e provocare guerre fratricide. A sua volta, il saccheggio delle risorse pubbliche a opera di finanzieri e multinazionali estere (com'è accaduto in Russia negli anni Novanta e nella ex Iugoslavia, in Iraq, Libia, Siria e Argentina negli ultimi vent'anni) diventa più facile se prima si destabilizza il tessuto sociale non solo nei Paesi vittima di queste depredazioni, ma anche in quelli che le perpetrano.

Storicamente, il «fondamentalismo islamico finanziato dagli Stati Uniti, accoppiato alla monarchia assoluta, si è impadronito di ogni potere governativo e non, come in Arabia Saudita».

Alla fine degli anni Settanta, la politica condotta dagli americani consisteva già nel foraggiare e armare il fanatismo jihadista in tutto il Medio Oriente perché combattesse la guerra santa contro il «comunismo» ateo in Afghanistan. Ma dopo gli attentati dell'11 settembre gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione hanno sponsorizzato sempre più il jihadismo di ogni sorta, pur di cancellare qualunque Stato sociale opponesse resistenza alle pretese egemoniche dell'impero, condannando le proprie vittime al massacro e alla miseria.

L'espediente di scatenare una guerra civile per devastare un Paese e poi saccheggiarlo liberamente è stato finora applicato più volte, dal Pakistan all'Iraq, alla Siria, all'Africa musulmana, per non parlare del caso dell'Ucraina in piena Europa.

Come vedremo, lo Stato islamico di Iraq e Siria (ISIS) è uno strumento al servizio di questa strategia. È finanziato e armato dalle stesse forze che, sotto la guida degli Stati Uniti, lo bombardano in Siria e in Iraq.

Siamo alla follia pura. Al cinismo somministrato a piccole dosi a uso di ingenui e fantocci.

Certo, si inizia a nutrire qualche dubbio, quando ci si domanda come faccia un convoglio di camion giapponesi nuovi di zecca, tutti identici e carichi di terroristi, ad attraversare il deserto a passo di lumaca in pieno giorno e al tempo stesso si sentono i leader politici e militari d'Occidente proclamare che «la guerra all'ISlS rischia di essere interminabile». Dietro la cortina di fumo e gli specchi, si comincia a intravedere un universo parallelo.

Per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la NATO, ma anche per gli israeliani e i sauditi, un simile spargimento di sangue su scala mondiale è un indicatore di successo, così come il «terrorismo» in Libia, Siria, Iraq o Yemen sarebbe solo la riprova della viltà e bassezza morale del nemico. La manipolazione dei fatti e il ricorso a mezzi totalitari per quel «controllo della realtà» così magistralmente descritto da Orwell in 1984 sono mascherati dietro complessi sofismi. Che sono però ormai triti e ritriti.

Quando la guerra è chiamata pace, l'oppressione e la persecuzione vengono definite sicurezza, la schiavitù è ribattezzata libertà e lo sterminio liberazione, ecco operata una corruzione del linguaggio che getta le basi per la successiva corruzione della vita e della dignità umane.

Alla fine, Stato, regime, classi sociali e idee rimangono intatti: ciò che finisce a pezzi è l'esistenza delle persone.

La «guerra globale contro il terrorismo» viene spacciata per «scontro di civiltà», per un conflitto tra valori e religioni, mentre in realtà risponde a spudorati obiettivi strategici ed economici.

ISIS, Al Qaida nel Maghreb islamico (AQMI), Fratelli musulmani, talebani, Hizb ut-Tahrir (HUT), Gruppo dei combattenti islamici libici (LIFG), Ansar al-Sharia, Scudo libico, Brigata dei martiri del 17 febbraio: sono tutti frutto di politiche a lungo termine concepite a Washington e a Londra e finanziate da organizzazioni «benefiche» saudite.

L'ISIS è un prototipo, uno strumento in mano agli americani per intensificare il controllo sul Medio Oriente tramite il terrore, il caos e la devastazione sociale. Finché un nemico sempre mutevole potrà essere accusato di tutti i mali, nessuno punterà il dito contro il vero colpevole. Va compreso che la minaccia terroristica dell'ISIS e dei gruppi affini costituisce la pietra angolare della dottrina militare degli Stati Uniti e della NATO. Dottrina che, dietro il pretesto di un mandato umanitario, giustifica «operazioni antiterrorismo» su scala globale.

È una questione sia geografica sia politica. Si sta creando un nuovo ordine in cui le carte vincenti sono la geografia e il denaro, perché oggi è la geografia a presiedere alle decisioni economiche. La geografia è quindi il primo indicatore da seguire per capire la politica.

Questo per una ragione ben precisa.

All'inizio degli anni Novanta, fu presa la decisione di ritirare capitali dai Paesi del G7 per investirli a livello mondiale e garantire così il prevalere degli interessi della finanza in tutto il pianeta. È il cosiddetto «golpe finanziario».

Ciò che sta accadendo in Russia, Cina, America Latina, Ucraina e Medio Oriente si inquadra nella contesa che determinerà se l'Occidente, forte dell'egemonia dei petrodollari, riuscirà o meno a imporre il proprio modello.

«Il presupposto essenziale di un mondo basato sui petrodollari è consentire all'Occidente, guidato dagli Stati Uniti, di vivere a spese del lavoro e delle risorse degli altri Paesi [...], facendo leva sul ruolo del dollaro, [la cui] funzione nel sistema monetario internazionale è di operare come principale mezzo di pagamento.» Ciò significa che, data l'attuale struttura del sistema monetario internazionale, il primo accumulatore di attivi è la divisa statunitense e che sostituirla non avrebbe senso.

Chi controlla il denaro non accetterebbe mai di perdere il controllo su tutto il resto. I soldi vivono di logiche proprie: questa è la regola numero uno del potere assoluto. Piuttosto che gettare la maschera, l'elite preferisce abbassare la saracinesca del sistema, pur di salvare i propri privilegi e tutelare il sistema monetario internazionale.

Eppure, i media non ne parlano. Come scrive l'attivista indiana Arundhati Roy: «Negli Stati Uniti [e in Gran Bretagna] l'industria degli armamenti e quella petrolifera, i grandi network dell'informazione e anche la politica estera sono in mano ai medesimi gruppi imprenditoriali. Sarebbe da ingenui, dunque, pretendere di sentir parlare di armi, petrolio e accordi di difesa» da parte di mezzi di informazione compromessi e corrotti fino all'inverosimile.

Tra le centinaia di milioni di individui esclusi, tra i milioni che hanno perso tutto, tra le centinaia di migliaia che hanno visto massacrare i propri cari, le fandonie sullo «scontro di civiltà» e «il bene contro il male» fanno facilmente presa: la loro rabbia è tanta. Si tratta di propaganda, somministrata cinicamente dai portavoce dei governi come una dose quotidiana di vitamine o antidepressivi.

Con le linee di faglia aperte dalla crisi, tra crescita zero, deindustrializzazione, scarsezza di massa monetaria, depauperamento delle risorse naturali, incombenti carestie e crisi idriche in gran parte del pianeta, siamo andati di male in peggio. Abbiamo raggiunto il picco della confusione, della menzogna e delle baggianate. E ora siamo al picco della fine. La nostra impotenza di fronte alle nuove emergenze, che sono però questione di vita o di morte, rischia di presentarci il conto.

Le forze angloamericane stanno conducendo operazioni su operazioni per provocare cambiamenti di regime, tra rivoluzioni colorate e primavere arabe, al solo scopo di dare vita a un nuovo sistema per dominare il mondo, in sostituzione di quello vecchio ormai in declino, che finora aveva garantito la supremazia all'impero finanziario con sede nella City e a Wall Street. Gli eterni conflitti armati in seno alle nazioni e la guerra tra satrapie fanno paite del piano segreto per introdurre un nuovo Medioevo che permetta di assoggettare quelli che erano Stati sovrani. In che cosa consiste il piano?

Per almeno un secolo e mezzo la strategia dei britannici, e poi degli angloamericani, è stata quella di strumentalizzare l'involuzione etnico-religiosa del Vicino e Medio Oriente e dell'Asia centrale per garantirsi il controllo di quelle popolazioni e mantenerle in una condizione di sottosviluppo.

Il metodo dell'assassinio e della destabilizzazione era prioritario e fondamentale: l'impero angloamericano ha fatto fuori Sadat, ha tentato di far crollare l'Arabia Saudita, ha distrutto l'economia mondiale orchestrando la crisi petrolifera del 1973, per non parlare della cacciata dello scià di Persia, Mohammad Reza Pahlevi, sostituito con l'ayatollah Khomeini. Sono tutte operazioni made in England perché, come dimostrerò, Londra è il centro nevralgico del terrorismo islamico.

E va ricordato che la destabilizzazione della quasi totalità del Medio Oriente e dell'Asia centrale costituisce per l'asse Stati Uniti-Gran Bretagna-Israele una strategia a lungo termine già dalla fine degli anni Settanta. Pertanto, ciò di cui siamo testimoni oggi non dovrebbe sorprendere nessuno.

Questo nuovo corso in Medio Oriente mira da un lato a ridisegnare le frontiere, in un tentativo smaccato di balcanizzare i Paesi islamici, in special modo Iran, Siria, Iraq, Arabia Saudita e Turchia. Dall'altro, l'obiettivo è permettere a Israele di espandersi mediante l'annessione diretta di territori arabi, oltre alla creazione di Stati cuscinetto sotto il controllo israeliano. Non si dimentichino poi i re sauditi, vili finanziatori del terrorismo in Medio Oriente, che fingono di avere una concezione moderna del mondo mentre incarnano l'estremismo wahhabita (una delle sette più rigide e reazionarie dell'islam) più retrivo e ributtante. Hanno devoluto miliardi a cause terroristiche in tutto il pianeta e hanno sulla coscienza centinaia di migliaia di morti.

Di recente, ha destato grande scalpore l'accordo sul nucleare tra l'Iran e il Gruppo 5+1, che giunge in un momento delicato non solo per gli interessi iraniani ma per quelli del Medio Oriente in generale. In questo modo, si liberano oltre 100 miliardi di dollari iraniani congelati dalla comunità internazionale a titolo di sanzioni. Il governo israeliano ripete che quel denaro sarà usato per finanziare il terrorismo; l'Iran ribatte di essere a tutti gli effetti un membro della comunità internazionale e di avere ogni diritto di gestire le proprie risorse.

Ma, soprattutto, l'accordo dimostra che oggi come oggi le amicizie durature non esistono più, sostituite da una nuova filosofia: quella dei frenemies, amici e nemici al tempo stesso. Paesi accomunati di volta in volta da precisi interessi geostrategici.

L'intesa raggiunta con il Gruppo 5+1 rafforza l'Iran e gli permette di accedere alla SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications). Dal canto suo, la comunità internazionale potrà disporre di un milione e mezzo di barili di petrolio in più al giorno, che faranno scendere ulteriormente le quotazioni del greggio. Questo calo penalizzerà la Russia, fatto visto di buon occhio sia dagli Stati Uniti sia dall'Europa, e gioverà anche alla Cina, Paese dal fabbisogno energetico illimitato.

Per chi crede nelle teorie della cospirazione, il giorno stesso in cui è stato stipulato l'accordo con l'Iran le industrie di armamenti americane hanno firmato contratti per 6 miliardi di dollari con gli Stati del Golfo Persico. In un momento di crisi economica globale, ciò rappresenta una boccata d'ossigeno per i produttori di armi statunitensi, che garantiranno sostanziosi contributi alle casse dei Democratici in vista delle presidenziali del 2016.

Il buon esito dei negoziati con l'Iran va invece contro gli interessi di Israele e dell'Arabia Saudita. Quest'ultima non solo ha provveduto a chiedere subito le armi agli americani, ma ha anche raggiunto un accordo di collaborazione con la Russia in materia di alta tecnologia.

Però, nelle profondità della geopolitica non c'è nulla di lineare. Con le sanzioni imposte alla Russia nel 2014, le imprese statunitensi hanno perso la possibilità di fare affari con quel Paese. Tra i gruppi più penalizzati c'è ExxonMobil, che avrebbe visto sfumare un giro d'affari di un miliardo di dollari. La storica azienda della famiglia Rockefeller non è certo rimasta con le mani in mano. I campi petroliferi iraniani sono vetusti e necessitano di massicci ammodernamenti, per un ammontare di 70 miliardi di dollari. E come si chiama l'impresa incaricata di questi lavori? ExxonMobil. Pura coincidenza?

Nel mondo dello spionaggio, le coincidenze non esistono. Esistono operazioni ben fatte o pianificate male. Tutto il resto sono teorie del complotto.

Nulla di quanto sopra è dovuto al caso: risponde anzi a scelte deliberate delle stesse forze che negli anni Settanta hanno orchestrato una crisi petrolifera, negli anni Ottanta hanno sospinto la deindustrializzazione e poi hanno finanziato il terrorismo internazionale e creato i talebani e Al Qaida. I conflitti che ne sono scaturiti stanno seminando il caos in Medio Oriente e potrebbero provocare a breve il collasso tecnologico e il crollo della capacità produttiva di molti Paesi, oltre allo sterminio di vasti strati di popolazione, riportando indietro l'intera regione di diverse generazioni.

Loro speravano che ci bevessimo la favola delle rivoluzioni colorate e delle primavere arabe di lutto il mondo, spacciale per spontanee manifestazioni di idealismo, motivate dal rifiuto di sottostare ancora a dittature, ingiustizie e nepotismi secolari! Tutte panzane, perché le decisioni vere venivano prese da spietate consorterie di generali e alti funzionari prezzolati o ricattati dalla CTA, che agivano dietro le quinte per rovesciare o assassinare personaggi come Ben Ali in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e Assad in Siria.

Pensateci. Il sistema è andato in tilt per ragioni molto più gravi di quella che si suole definire «corruzione». E non potrà riprendere a funzionare, se una guerra mondiale e un collasso economico senza precedenti abbatteranno tutti i muri che hanno finora messo al riparo l'umanità dall'impensabile.

«Ci siamo focalizzati così tanto su finte priorità che i veri problemi sono passati in secondo piano e la politica si è trasformata in puro e scaltro egoismo invece di restare un servizio sincero, leale. La politica non è un fine, è un mezzo. La situazione è critica e ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno. A breve sapremo se gli Stati Uniti e il resto del mondo continueranno o meno a vivere. In più, sapremo se puntare su una società civilizzata sia un'opzione fattibile a lungo tempo o un'utopia, caso in cui i barbari sfonderanno i cancelli e si avventeranno famelici su di noi.»

Isis S.P.A.

Isis S.P.A.

Attentati in Francia, Germania, Belgio, Inghilterra… Siamo sotto assedio, gli estremisti islamici ci attaccano, tuonano i media. E i governi si affrettano a varare misure straordinarie, i controlli si moltiplicano, le nostre libertà personali diminuiscono in nome della sicurezza collettiva. Eppure, se seguissimo la pista del denaro, verrebbe fuori una realtà ben diversa.

Chi arma i kamikaze? Chi paga i loro centri di addestramento? Chi ci guadagna da questo costante stato di allerta, e ancora di più dal caos che impedisce al Medio Oriente di diventare un vero interlocutore politico ed economico?

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Daniel Estulin

Daniel Estulin vive in Spagna. Da quando, utilizzando metodi simili allo spionaggio da Guerra Fredda e rischiando più volte la vita, ha realizzato ciò che nessun altro prima di lui si era mai spinto a fare, svelando i segreti del Club Bilderberg, è diventato una delle voci più rappresentative dell’informazionesenza censure. Intervistato in tutto il mondo, protagonista di trasmissioni radiofoniche, tiene conferenze sulle società segrete e sull’intelligence mondiale. Ai giornali racconta: «Nel 1996 cercarono di uccidermi, nel 1998 di sequestrarmi, nel 1999 di corrompermi, nel 2000 di arrestarmi, e l’anno dopo mi offrirono un assegno in bianco se avessi taciuto una volta per tutte».

 

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