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Introduzione - Il Grande Libro...

Leggi un estratto dal libro di John Seymour "Il Grande Libro dell'Autosufficienza"

Introduzione - Il Grande Libro dell'Autosufficienza - John Seymour

Nelle vite che conduciamo diamo molte cose per scontate e pochi di noi in realtà ricordano le ragioni che hanno fatto semplicemente scomparire in passato tante civiltà “progredite”. Quando ho lasciato il college sono andato in Africa e ho girovagato per sei anni. Ho percorso a cavallo il Veld del Karoo in Sud Africa mentre governavo le pecore; ho gestito un allevamento di pecore in Namibia al confine con il deserto del Namib; ho cacciato le antilopi e ho sparato ai leoni. Per un anno mi sono dedicato alla pesca in acque profonde e per sei mesi ho lavorato in una miniera di rame in quello che oggi si chiama Zambia. E ancora, ho viaggiato in tutta l’Africa centrale per due anni per vaccinare il bestiame locale.

Uno degli amici più cari che mi sono fatto durante il tempo trascorso in Africa era un uomo del Paleolitico. I bianchi, incapaci di pronunciare il suo vero nome che era tutto un rincorrersi di schiocchi, lo chiamavano Joseph.

Era un boscimane del deserto del Namib ma era stato preso a lavorare in una fattoria di bianchi, quindi parlava l'afrikaans. Io sapevo qualcosa in quella lingua e così riuscivo a comunicare con lui.

Avevamo l’abitudine di cacciare insieme. Prima doveva dare in consegna il gregge di pecore alla moglie, poi potevamo incamminarci nel bush alla ricerca di gemsbok o di orici. Joseph aveva uno strabiliante intuito per scoprire dove si nascondevano. Quando mi conobbe meglio, mi chiese di mettere via il fucile; infilò il braccio in un rovo e ne estrasse la punta di una lancia. Era illegale per un indigeno possedere una lancia. Poi tagliò uno spino robusto dal rovo e lo usò per affilare la punta; quindi, usando tre cani, spingemmo un’antilope fino alla baia e qui Joseph la uccise con la lancia. Successivamente mi portò a conoscere la sua gente. Vivevano nella parte più inospitale e desolata dell’Africa, eppure vivevano bene. Si procuravano il cibo appostandosi in attesa vicino agli stagni e tirando piccole frecce avvelenate. Si procuravano l’acqua aprendo con una lama lo stomaco degli gemsbok e bevendone il contenuto – come ho imparato a fare io stesso. Oppure individuavano un rampicante all'apparenza insignificante, scavavano sotto e tiravano fuori una massa vegetale impregnata di acqua, grande come un pallone da calcio. Succhiavano il liquido da lì, liquido che è veramente buono ma soprattutto è benedetto quando serve a tenerti in vita.

Queste persone non “lavoravano”. Potevano camminare anche per venticinque chilometri in una notte e avere una infinita pazienza mentre aspettavano qualcosa da cacciare. La vita era dura in quel clima spietato, eppure passavano tante notti ballando, cantando e raccontando storie alla luce dei loro fuochi. Si sentivano totalmente a casa loro in quel mondo naturale del quale conoscevano ogni essere vivente. Mai, nemmeno per un momento, hanno pensato di essere speciali o separati dal resto della natura.

Vi dico questo perché voglio rimarcare l’enorme cambiamento negli stili di vita che ha avuto luogo quando l’uomo ha iniziato a praticare l’agricoltura. Improvvisamente, solo 10000-12000 anni fa, i popoli hanno scoperto che potevano piantare semi e, ancor più importante, addomesticare gli animali. Ma c’erano solo pochi luoghi dove le condizioni naturali erano tali da rendere possibili le coltivazioni anno dopo anno (le vallate più fertili, dove c’erano fiumi) e quindi permettere lo sviluppo delle città.

Come la storia ci insegna, ben poche civiltà hanno sviluppato culture sufficientemente lungimiranti e solide per durare più di qualche migliaio di anni: la maggior parte ha finito per sfiancare le proprie terre o è stata conquistata da vicini più aggressivi.

Poi abbiamo avuto la rivoluzione industriale, quella tecnologica e ora siamo nel bel mezzo della rivoluzione digitale, che sta nuovamente determinando grandi trasformazioni. Praticamente viene garantita una grande prosperità materiale ai pochi che hanno le mani in pasta o che sono vicini a chi muove le leve del potere. Altrove la maggior parte dell’umanità vive in condizioni tremende, costretta a lavorare in tuguri con paghe da fame e a cantare le lodi delle grandi multinazionali. Anche gli agricoltori e gli operai nelle fattorie rischiano di fare la fame oppure vengono costretti ad adottare metodi che sanno essere dannosi per la terra. Sull’intero pianeta i suoli si stanno esaurendo, erosi dalle coltivazioni meccaniche e avvelenati lentamente dalla chimica dell’agribusiness. In questo modo abbiamo creato un sistema che non è sostenibile né positivo. Ma ci sono tanti piccoli cambiamenti che gli individui possono apportare al loro stile di vita e che possono modificare tutto questo. E, se saremo saggi, non aspetteremo l’apocalisse prima di fare i dovuti aggiustamenti. Non vi sto chiedendo di seguire ciecamente le mie raccomandazioni, vi invito solo a considerarle quando pensate al futuro.

L’Energia

Un giorno fui invitato a partecipare a un simposio sull’energia ed era presente un responsabile delle pubbliche relazioni dell’industria nucleare. Ci mostrò grafici allarmanti sul consumo energetico nel mondo dal 1800 a oggi. Il grafico partiva sostanzialmente da zero e si impennava a velocità crescente fino a diventare quasi verticale. Quello che mancò di sottolineare era che la linea puntava dritta a uscire dal grafico oltrepassandone i confini! È dunque sufficiente un momento di riflessione per comprendere come sia semplicemente impossibile che tutto il mondo possa vivere nel XXI secolo consumando energia ai livelli dell’Occidente. Per migliaia di anni l’energia dei muscoli e il calore del fuoco sono stati tutto ciò su cui l’umanità ha potuto contare. Quando sono nato, nel 1914, le cose cominciavano a cambiare radicalmente con la scoperta delle modalità con cui sfruttare il petrolio e oggi abbiamo rilasciato tanto di quel carbone in atmosfera da non poterne predire le conseguenze. Ma, voi mi chiederete, che differenza potrà mai fare se io salgo le scale a piedi invece di usare l’ascensore o se abbasso il riscaldamento di un paio di gradi o, ancora, se uso la bicicletta anziché l’auto? Io non ne ricavo benefici sostanziali immediati perché nessuno può in realtà ripagarmi se mi prendo cura dei “beni comuni”. È questa la tragedia dei beni comuni – nessuno ci paga per mantenere gli oceani e l’aria puliti.

Ma se è vero che posso avere il controllo sulle mie azioni, e solo su quelle, allora mi importa ciò che faccio. Non farà la differenza per il mondo intero, ma la farà per me. E c’è un altro importante fattore positivo che può aiutarci a progredire nel risparmio energetico. Quando usiamo i nostri muscoli non lo facciamo solo per aiutare il pianeta, ma anche per mantenerci sani e in forma. Ovviamente ci sono molte altre fonti di energia sostenibile.Quella solare, quella eolica, quella idrica (si veda il capitolo sull'energia) sono tre naturali alternative che con le moderne tecnologie sono più facilmente sfruttabili. Considero il bosco ceduo, quando ne viene pianificato l’impianto e il taglio, come una delle soluzioni migliori per recuperare energia solare. E non dimentichiamo che l’energia risparmiata vale quanto quella acquistata. Spesso è più economico comprare attrezzature a risparmio energetico piuttosto che pagare l’energia utilizzata per strumenti meno efficienti.

I Trasporti

A eccezione di chi discende da una razza di popoli nomadi, per il resto siamo tutti abbastanza stanziali. Viviamo in un certo luogo e quello che accade dove noi viviamo ha molta più importanza rispetto a ciò che accade a Parigi, a Londra o a Washington. Se noi potessimo tornare a gestire il nostro mondo su scala locale, con decisioni prese su basi locali, allora molti dei nostri problemi sarebbero risolti sul nascere. Lasciate che vi spieghi il significato di “locale” mettendo a confronto due villaggi: si trovano a Creta ma potrebbero essere dovunque.

Uno dei due villaggi è arrampicato sulle montagne, a sud della grotta dove Zeus è nato. Ci si arriva solo tramite una strada non asfaltata piena di buche e assai poco agevole per i bus. L’unico contatto con il mondo esterno che ho potuto vedere, è stato quello di un uomo su un camion parecchio robusto che sfida le buche una volta alla settimana per portare un carico di pesce dal piccolo porticciolo più giù, sulla costa. Dal villaggio partono le pecore che sono poi vendute per racimolare il contante che serve a pagare il pesce.

A eccezione di questo scambio, la comunità che vive sulla montagna si autosostiene. Ci sono sufficienti terrazzamenti, benché piccoli, per coltivare grano, vigneti e ulivi. C’è un frantoio per la spremitura delle olive. Non mancano noci e noccioli, limoneti, fichi e molti altri tipi di frutta. Ci sono gli alveari e le pecore forniscono carne in abbondanza. Le case di questo villaggio di montagna sono belle, semplici e confortevoli per quel clima. Gli abiti vengono realizzati dalle donne. C’è un tessitore in un villaggio vicino, un calzolaio in un altro e un coltellinaio in un altro ancora. Vi chiederete: e la cultura? Ebbene, si canta, si balla e si fa musica, un sacco. Ci sono pochi libri, ma se gli abitanti del villaggio ne vogliono possono trovarli. Questa gente non paga tasse e ha un solo poliziotto. Conoscono le loro leggi e le rispettano.

L’altro villaggio che voglio descrivervi, sempre a Creta, è ai piedi della montagna e può contare su una “buona” strada. Questo garantisce l’accesso alla città ma permette anche a chi sta in città di raggiungere la campagna. E sono arrivati anche i soldi della città, che sono serviti a comprare molta terra, sradicare gli alberi secolari e le vigne e piantare ulivi dalla crescita veloce, per poter avere olio da vendere in cambio di contanti. Ora gli abitanti devono pagare per avere l’olio di oliva e sono stati velocemente catapultati nell'economia del denaro. Tutti i tipi di commerci hanno accesso al villaggio ed è stato aperto un piccolo supermercato. Improvvisamente la gente del posto ha scoperto di “avere bisogno” di tutta una serie di cose di cui mai prima aveva avuto bisogno. È arrivata la televisione e ha portato le immagini tanto agognate. I giovani non cantano e non danzano più; vogliono la musica pop occidentale e la Coca-Cola. Quella strada senza buche poteva sembrare la strada verso la libertà, ma in realtà è la strada per la tristezza, la sottomissione al denaro e l’infelicità, una strada dalla quale i giovani non riusciranno a tornare.

Il Lavoro

Tempo fa conobbi una vecchia signora che viveva da sola nella Golden Valley dello Herefordshire. Era una delle donne anziane più felici che avessi mai incontrato. Mi descrisse tutto il lavoro che lei e sua madre erano solite fare quando era ancora bambina: il lunedì si lavavano i panni, il martedì si faceva il burro, il mercoledì si andava al mercato e così via. «Sembra proprio un sacco di duro lavoro» le dissi. «Sì, ma nessuno ce lo ha mai detto» rispose con il suo accento del posto. «Detto cosa?». «Che c’è qualcosa di sbagliato nel lavorare!».

Oggi il lavoro manuale viene considerato lavoro sporco e la maggior parte della gente farebbe qualsiasi cosa pur di tenersene lontano. La miglior caratteristica di una invenzione è che faccia risparmiare lavoro, ma non sembra importare a nessuno che il lavoro possa anche essere piacevole. Io ho arato tutto il giorno dietro a un buon tiro di cavalli ed ero triste quando la giornata finiva!

Questo libro parla di come possiamo modificare il nostro modo di vivere e sono ben consapevole che si tratta di una strada irta di difficoltà. Le giovani coppie che hanno contratto un mutuo per comprarsi la casa, che devono pagare enormi somme tutti i mesi per l’abbonamento che serve loro a spostarsi per andare al lavoro, che sono in rosso in banca e che si sono indebitate con le truffe delle carte di credito, non sono nella migliore posizione per scegliere che lavoro andare a fare. Ma perché dobbiamo cacciarci in queste situazioni? Perché dobbiamo lavorare per arricchire le banche (è questo che stiamo facendo)? Non c’è necessariamente qualcosa di male nel fare cose che danno un profitto. Ma è quando il “profitto” diventa il motivo dominante che inizia il ciclo del disastro.

Occupandomi di autosufficienza ho conosciuto centinaia di persone in molti Paesi e nei quattro continenti che hanno lasciato il lavoro convenzionale nelle grandi città e si sono trasferiti in campagna. Quasi tutti hanno trovato un modo positivo, onesto e utile di condurre la loro esistenza. Alcuni non hanno particolari problemi di denaro; altri sono poveri di soldi ma ricchi delle cose che veramente contano. Sono le persone del futuro. Se non hanno debiti, sono uomini e donne felici.

La Casa

Una vera casa dovrebbe essere il contenitore per un ritorno alla ospitalità sincera, alla vera cultura e alla convivialità, per permettere di divertirsi, per garantire un comfort pieno e soprattutto una reale forma di civiltà. E la cosa più creativa che ognuno di noi può fare in questo mondo è costruire una vera casa. Di fatto, il costruttore è importante quanto la casa e i lavori domestici sono i lavori più creativi e importanti sulla faccia della Terra.

Una delle caratteristiche essenziali di una buona casa è la maestria dell’artigiano che l’ha costruita. Io penso che tutti i manufatti artigianali dell’uomo emanino una sorta di radiazione culturale a seconda dell’amore e dell’arte che sono state messe nella loro produzione. Un oggetto di arredamento prodotto a livello industriale proviene da una fabbrica ad alta tecnologia dove si lavora ad alta velocità, utilizzando materie plastiche e spesso lavorando legname che è stato compromesso per ricavarne truciolato o con uso di collanti. I rumori e gli odori di questi posti sono terribili. E questa porcheria industriale, anche se per qualche anno può conservare un bell’aspetto, va bene solo per le discariche (non si può nemmeno bruciare perché emette diossina). Invece, un mobile realizzato da un artigiano porta in sé cure e attenzione, l’amore per il legno. Durerà per generazioni e costituirà un’attrattiva per la casa. Naturalmente non sto dicendo che tutti dovrebbero costruirsi da soli la loro casa e i loro mobili. Dopo tutto, se le case sono ben costruite e la popolazione è stabile, tutti potranno ereditare una buona dimora. Quello che voglio dire è che se siete capaci di costruirvi i vostri mobili, o anche la casa, con le vostre sole mani o con l’aiuto di un muratore, allora sarà meraviglioso farlo.

Il Cibo

È indubbio che i nostri amici dei supermercati abbiano compiuto molti “progressi” riguardo alla complessità dei cibi preconfezionati. Ma la cosa triste è che il nostro cibo oggi viaggia per migliaia – sì, migliaia – di chilometri, dal luogo in cui viene prodotto fino alle nostre bocche. Gran parte della gente non ha mai avuto l’opportunità di assaggiare il cibo fresco prodotto a livello locale – non sa cosa si perde. Questo libro parla della qualità della vita e io sono convinto che se il cibo che mangiamo non è di qualità, allora dobbiamo solo sperare di attraversare questa vita il più velocemente possibile. Oggi il nostro cibo proviene da luoghi molto lontani dalle nostre tavole e viene sottoposto a innumerevoli lavorazioni industriali perché l’unica qualità ritenuta importante è che possa durare molto sugli scaffali dei negozi. Questo è cibo morto: tutta la vita gli è stata tolta. Il cibo migliore di tutti viene dal nostro orto o dalla nostra terra. Subito dopo viene il cibo prodotto dalle aziende agricole locali o comprato nei mercati contadini, poi ancora il cibo che si trova nei negozi locali. Se ci prendiamo la briga di soffermarci sulla questione, scopriamo che è il cibo vero, quello dal gusto pieno, che ci fa bene e, cosa ancora più importante, garantisce sostentamento a chi lo produce.

«Non abbiamo mai avuto una vera e propria motivazione consapevole all'autosufficienza. Abbiamo pensato, come tante altre persone, che sarebbe stato bello coltivare le nostre verdure. Ma vivere qui ha trasformato la nostra scala di valori. Abbiamo capito che non avremmo mai più dato agli oggetti e alle cose materiali la stessa importanza che le altre persone vi danno. Inoltre, ogni volta che acquistiamo qualche oggetto prodotto a livello industriale vogliamo sapere che genere di persone lo ha fabbricato – se si sono divertite o se sono rimaste vittime della noia e che tipo di vita conducono. Vogliamo sapere dove viene svolto il lavoro. Permette veramente alla gente di condurre una vita migliore e più semplice? O no? Vogliamo sapere quali progressi sono stati fatti, perché si può progredire in tante direzioni diverse. Prendiamo per esempio l’albero della gomma. Sappiamo che si suppone che i lavoratori delle fabbriche moderne conducano una esistenza più “facile” rispetto agli operai agricoli di prima. Ma voglio sapere se questa supposizione è corretta. E voglio sapere se si tratta di una vita migliore, più o meno facile che sia. Più semplice? Più sana? Più soddisfacente dal punto di vista spirituale? O no? Per quanto possiamo, compriamo ciò di cui abbiamo bisogno dai piccoli e onesti artigiani e dai piccoli commercianti. Finanziamo il meno possibile i capitani d’industria, gli amministratori delegati o i giovani rampanti con la loro nota spese. Se potessimo non finanziarli per niente, sarebbe per noi un piacere ancora maggiore».

JOHN SEYMOUR, FAT OF THE LAND, 1976

Il Grande Libro dell'Autosufficienza

Il Grande Libro dell'Autosufficienza

Questo classico senza tempo resta ancora il punto di riferimento per imparare a vivere delle risorse della terra. Ricchissimo di informazioni pratiche, di suggerimenti collaudati e di preziosi consigli, il visionario manuale di Seymour spiega come vivere dei prodotti dell’orto, come mietere un raccolto, come rispettare la terra, come rimanere in salute e non produrre rifiuti. 

Nei primi capitoli di questo libro imparerete come si prepara la terra per il raccolto, come si coltivano verdure e frutti, come si alleva il bestiame e come si raccolgono i frutti selvatici.

Sia che si tratti di come coltivare i propri pomodori o di godersi i funghi appena colti, o ancora di come gestire le api per ottenere il miele o di come mungere la propria mucca – a qualsiasi livello si intenda vivere l’autosufficienza, tutte le informazioni di cui avete bisogno sono qui. 

Imparerete a conservare il vostro raccolto nella maniera migliore e a fare il pane, imparerete a preparare la marmellata e a produrre la birra per averne una buona scorta durante i mesi più grigi dell’anno. Scoprirete modalità ormai consolidate di produrre energia dal vento, dal sole e dall’acqua e come riciclare e ridurre i rifiuti.

Questo libro è fonte di ispirazione per tutti coloro che vogliono perseguire e realizzare il sogno dell’autosufficienza.

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John Seymour

John Seymour ( 1914 -2004) è stato un personaggio influente nel movimento di autosufficienza.

John Seymour è stato educato in Inghilterra e in Svizzera. Dopo aver studiato in una scuola agraria, ha lavorato in alcune aziende agricole in Inghilterra per due anni e poi ha trascorso una decina d'anni in Africa dove, tra le altre cose, ha gestito una fattoria.

Dopo la guerra, ha viaggiato molto, vissuto su una barca da pesca  e studiato il modo di vita delle popolazioni rurali. Poi, con la sua prima moglie, Sally, si stabilì nel Suffolk. Dopo otto anni di esperienza rurale nel Suffolk, si trasferisce a Pembrokeshire dove acquista 62-acri di terra, che divengono una scuola nelle arti dell'autosufficienza.

Negli ultimi anni di vita ha condiviso un "holding" in Irlanda con Angela Ashe.