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Introduzione - Estratto dal libro "False Flag -...

Leggi in anteprima un estratto dal libro di Enrica Perucchietti e scopri di più sulle False Flag, operazioni militari create a tavolino per seminare la paura

Introduzione - Estratto dal libro "False Flag - Sotto Falsa Bandiera"

Sono le ore 21:15 del 27 febbraio 1933. Una stazione dei pompieri di Berlino riceve l’allarme che il palazzo sede del Reichstag, sede del Parlamento, ha preso fuoco. Le sirene della città iniziano a suonare all’impazzata. Quando arrivano i soccorsi, il palazzo è avvolto dalle fiamme.

L’incendio è doloso ed è stato appiccato in diversi punti. Mentre i pompieri lottano per domarlo, la polizia individua un uomo con il viso annerito e i brandelli dei vestiti bruciati che cerca inutilmente di nascondersi tra le macerie. È il ventiquattrenne olandese Marinus van der Lubbe, un provocatore comunista dalla psiche fragile e facilmente manovrabile.

Giunti poco dopo sul luogo, Hitler e Göring convincono le Forze dell’ordine della colpevolezza dell’uomo. «Il fuoco è stato appiccato dai comunisti», sostiene con forza il futuro numero due del Reich. Göring consegna ai funzionari della polizia prussiana una lista con 4000 nomi di esponenti comunisti di primo piano. La “caccia alle streghe” ha inizio.

Di lì a poco vengono arrestati i capi del partito e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov (in seguito primo ministro della Repubblica popolare di Bulgaria), Blagoj Tanev e Vasil Popov.

Durante il processo Dimitrov avrebbe sostenuto la totale estraneità del Comintern ai fatti, sollevando anzi il dubbio che i veri colpevoli dell’incendio fossero gli stessi Hitler, Göring e Goebbels. Si sarebbe cioè trattato di una montatura per poter far ricadere la colpa sui comunisti e avviare una serie di procedimenti che non sarebbero mai stati accettati e promulgati in tempi “di pace”.

Hitler ne approfitta infatti per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare l’anziano presidente Paul von Hinderburg a firmare il Decreto dell’incendio del Reichstag (Verordnung des Reichspräsidenten zum Schutz von Volk und Staat, “Legge per la protezione e la difesa del popolo tedesco”), che avrebbe abolito la maggior parte dei diritti civili forniti dalla Costituzione della Repubblica di Weimar per garantire la “sicurezza” pubblica.

Tale provvedimento dà al Governo centrale e alla Cancelleria il potere di esercitare l’autorità totale su tutti i distretti della Germania e di emanare condanne capitali per qualunque atto considerato contro lo Stato: vengono dunque sospesi gli articoli 114, 115, 117, 118, 123, 124 e 153 della Costituzione.

Il decreto porta all’arresto dei leader comunisti prima delle imminenti elezioni. Entro la fine di marzo 1934 tutto il Paese è sotto il controllo nazista.

Solo successivamente gli storici evidenzieranno come l’attentato – sebbene rimangano oscure le modalità dell’incendio – avrebbe posto le condizioni per la presa del potere nazionalsocialista, cambiando il destino dell’Europa e del mondo.

Van der Lubbe fu soltanto uno dei tanti “utili idioti” di cui si serve il terrorismo di Stato per portare avanti i propri subdoli piani.


Il 26 ottobre 2001 il presidente americano George W. Bush firma un disegno di legge presentato solo tre giorni prima dal repubblicano James Sensenbrenner e approvato dalla Camera e dal Senato. Si tratta dell’Uniting and Strengthening America by Providing Appropriate Tools Required to Intercept and Obstruct Terrorism Act of 2001, meglio noto come “USA Patriot Act”. L’autore della legge federale è Viet Dinh, assistente del Procuratore generale degli Stati Uniti. La norma rinforza il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi allo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici quali quelli avvenuti appena un mese e mezzo prima.

In questo modo la Casa Bianca è riuscita a introdurre delle restrizioni sulla privacy e, più in generale, delle misure “draconiane” per inasprire la sorveglianza dei cittadini e di tutti coloro che si apprestino

a entrare sul suolo americano. Misure che sarebbero state impensabili e non sarebbero mai state accettate prima dell’Undici settembre. Questa tragica data è stata infatti intesa dall’amministrazione Bush come “un’occasione”, una “nuova Pearl Harbor”. David Rumsfeld avrebbe ammesso che l’Undici settembre aveva creato «il genere di opportunità offerto dalla seconda guerra mondiale per rimodernare la guerra».

Anche il presidente Bush e Condoleeza Rice avrebbero parlato dell’Undici settembre in termini di opportunità. Sulle macerie del World Trade Center sarebbe così nata l’occasione di soddisfare quelle che per i neocon erano le condizioni essenziali per promuovere l’imperialismo americano: l’attacco all’Afghanistan e all’Iraq, l’incremento delle spese belliche e la promozione della nuova dottrina della guerra preventiva.

Come per Pearl Harbor, quest’evento avrebbe diviso il passato e il futuro in un prima e un dopo. Uno spartiacque storico che avrebbe modificato per sempre l’immaginario e le strategie geopolitiche. Un tale shock collettivo, una crisi talmente profonda e devastante per l’opinione pubblica, che nulla dopo di esso sarebbe più stato come prima. Gli Stati Uniti avrebbero potuto rispondere con misure drastiche, ridurre le libertà civili, inasprire le misure di sorveglianza nei confronti dei cittadini, ricorrere alla detenzione preventiva dei sospetti e utilizzare la violenza fino in fondo.

Opportunità

Si tratta di creare i presupposti per poter poi raccogliere e sfruttare delle opportunità calcolate con cura e, in alcuni casi, di lasciare che gli eventi “avvengano” per poi strumentalizzare l’accaduto, anche qualora comporti tragedie e perdite di vite umane; altre volte si tratta di pianificare i cosiddetti “attacchi sotto falsa bandiera” per poter conseguire un determinato obiettivo, dopo avere manipolato degli “utili idioti” che poi divengono capri espiatori, e aver cooptato talpe, spie, dirigenti, informatori.

Ciò avviene sempre, però, in base a obiettivi precisi, strategie studiate a tavolino e interessi personali. Interessi che non corrispondono mai a quelli delle masse. Si tratta delle cosiddette “false flag operations” o “operazioni sotto falsa bandiera”: gli attacchi sotto falsa bandiera per incolpare il nemico sono sempre avvenuti – lo dimostra persino la storia antica – e non sono questione recente, né materia per “complottisti”.

Anche quello di creare un nemico esterno/capro espiatorio per coalizzare l’opinione pubblica contro tale fantomatico pericolo – come splendidamente descritto da George Orwell in 1984, con il nemico pubblico numero uno del Partito, Emmanuel Goldstein – è uno dei trucchi più vecchi del mondo.

L’espressione “false flag” ha origine nei combattimenti navali, in cui l’utilizzo di una bandiera diversa da quella reale, nell’imminenza di un attacco, è considerato accettabile, a condizione che la vera bandiera venga innalzata nel momento in cui inizia l’attacco vero e proprio.

Con l’espressione “false flag operations”, invece, si è passati a indicare delle operazioni belliche auto-create, ideate cioè per far credere che l’attacco sia stato effettuato da gruppi diversi, rispetto ai reali esecutori, al fine di addossare loro la responsabilità di quanto accaduto, legittimando così eventuali rappresaglie, oppure, come si preferisce ammettere a denti stretti, di “sfruttare” qualche ghiotta opportunità. Dall’antichità a oggi le modalità si sono affinate, ma le strategie belliche di strumentalizzazione sono rimaste immutate.

La maggior parte degli storici, per esempio, ritiene che anche l’incendio di Roma sia stato appiccato su ordine di Nerone per poter effettuare la ricostruzione della città, di cui esistevano già i progetti. La colpa del disastro sarebbe ricaduta sui cristiani, perfetti capri espiatori dell’epoca. Qualunque ne sia stata l’origine, l’incendio offrì all’imperatore la possibilità di far ricostruire la città a suo piacimento, esaudendo così un suo preciso desiderio precedente all’incendio.

Nel 1933 l’incendio del Reichstag permise a Hitler e a Göring di incolpare i comunisti e convincere l’ormai anziano presidente von Hinderburg a firmare un decreto che altrimenti sarebbe stato impensabile. Similmente, per giustificare l’invasione della Polonia agli occhi dell’opinione pubblica nel settembre del 1939, Hitler organizzò un finto attacco alla stazione radio tedesca di Gleiwitz, nella regione della Slesia, situata lungo la frontiera con la Polonia.

Il cosiddetto “incidente di Gleiwitz” è un caso accertato di falsa bandiera che offrì a Hitler il casus belli per dare il via alla seconda guerra mondiale: Hitler si inventò un pretesto per far cadere la colpa sui polacchi e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’invasione della Polonia. Il 31 agosto radunò un gruppo di detenuti e fece loro indossare uniformi polacche.

Furono poi condotti alla stazione radio di Gleiwitz e mitragliati a morte. I loro corpi furono disposti intorno alla stazione radio per far supporre, a coloro che li avrebbero successivamente rinvenuti, che fossero stati uccisi mentre prendevano d’assalto l’edificio. Per offrire anche un “movente”, alle ore 20:00 dello stesso giorno tredici nazisti simularono l’assalto alla stazione radio tedesca: fecero irruzione nel corso di un programma radiofonico e lessero in polacco una dichiarazione antitedesca in cui si annunciava che le forze antipolacche avevano preso Gleiwitz.

Dal microfono il pubblico udì grida, spari e le farneticazioni del falso commando. Prima di allontanarsi, i nazisti lasciarono sul campo i corpi ben distribuiti dei detenuti sacrificati per la farsa

Il falso attacco ottenne il risultato sperato: il consenso della popolazione tedesca all’invasione della Polonia, che avvenne il primo settembre dello stesso anno. Questo fu un caso classico e storicamente accertato di falso attacco e di terrorismo strategico di Stato, messo cioè in atto dallo Stato stesso che ne denuncia l’evento. Il pretesto della sicurezza nazionale avrebbe permesso a Hitler di agire secondo i piani prestabiliti, senza inimicarsi l’opinione pubblica. Come vedremo, farse del genere non sono state inscenate solo dai nazisti.

Con la scusa della sicurezza nazionale, anche Washington avrebbe poi sfruttato l’occasione degli attentati dell’Undici settembre per dichiarare guerra all’Afghanistan e all’Iraq e inaugurare così la “dottrina Bush” sulla guerra preventiva. Vedremo più avanti i dubbi di numerosi ricercatori, ma anche di ex ministri, capi di Stato e analisti sugli eventi di quel tragico giorno.

Solo a distanza di decine di anni, se non addirittura di secoli, la storia e la storiografia possono sperare di arrivare alla reale ricostruzione dei fatti. Sull’onda dell’emotività di eventi tragici che coinvolgono la mente e la “pancia” dell’opinione pubblica, si possono introdurre dei provvedimenti che sarebbero inimmaginabili in un clima sociale sereno.

Senza l’Undici settembre, non si sarebbe riusciti a convincere l’opinione pubblica a introdurre una serie di restrizione della privacy sul modello del Patriot Act, proprio come cinquant’anni prima non si sarebbero convinti gli americani a entrare in guerra senza l’attacco di Pearl Harbor. Due episodi tragici hanno segnato non solo la storia, ma anche il destino del Paese e del mondo, con una serie di reazioni a catena impossibili da fermare o invertire.

Nell’estate del 2002 un comitato di consulenti del Pentagono propose, ci ricorda Pino Cabras,

«... la creazione di una squadra di un centinaio di uomini, il P2OG (Proactive Preemptive Operations Group, ossia Gruppo azioni attive e preventive), con il compito di eseguire missioni segrete miranti a “stimolare reazioni” nei gruppi terroristici, spingendoli a commettere azioni violente che poi li metterebbero nelle condizioni di subire il “contrattacco” delle forze statunitensi. Il paradosso di una simile operazione è spinto fino a limiti estremi.

Pare che il piano debba in qualche modo opporsi al terrorismo causandolo. [...] Un’organizzazione come questa è perfetta per creare confusione e depistaggi, quel genere di caos che si determina nel passaggio dall’infiltrazione alla provocazione. Il documento del Pentagono si spinge poi a spiegare che l’uso di questa tattica consentirebbe di considerare responsabili degli atti terroristici provocati quei Paesi che ospitassero terroristi, a quel punto considerati dei Paesi a rischio sovranità»

Come vedremo, delle operazioni clandestine sono state approvate dalla CIA in funzione anticomunista dal 1948 in poi, anche se l’utilizzo di false flag è ben più “antico”.

Stragi, omicidi e attentati hanno però sempre un obiettivo specifico: generare paura; consolidare il potere o, all’opposto, produrre un cambio al vertice; indurre colpi di Stato od ottenere un casus belli per legittimare agli occhi dell’opinione pubblica una guerra; promuovere una svolta autoritaria oppure l’ennesima restrizione della libertà, che in tempi “normali” sarebbe impensabile proporre ai cittadini.

Come ha spiegato lo stratega polacco Zbigniew Brzezinski – membro del CFR, già consigliere per la Sicurezza nazionale sotto Jimmy Carter e mentore di Obama – l’unico modo per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, o addirittura una mobilitazione generale e l’accettazione di gravi sacrifici, è che si palesi una «minaccia estrema e globale». Soltanto la percezione di un pericolo esterno, immediato e diffuso può compattare la popolazione e spingerla a sottoporsi a sacrifici altrimenti impensabili.

Come vedremo, non è però necessario che tale minaccia esterna sia effettivamente reale o che la sua genesi – qualora effettivamente si manifesti – sia avvenuta nel modo in cui verrà poi divulgato alle masse. Una minaccia esterna, infatti, può nascere in seguito a ripetute azioni messe deliberatamente in atto per infastidire e spingere alla reazione chi o cosa si è deciso di far diventare il nemico di turno; la reazione verrà poi strumentalizzata come casus belli di fronte all’opinione pubblica per giustificare interventi di diversa natura, financo la guerra.

Nel 1997, ne La Grande Scacchiera, Brzezinki citava il caso di Pearl Harbor: prima di tale evento la popolazione era contraria alla guerra, ma, in seguito allo shock collettivo per l’attacco giapponese, «la partecipazione alla seconda guerra mondiale trovò consensi». Ed era proprio, come vedremo, ciò che voleva e aspettava il governo Roosevelt.

Così, anche all’indomani della strage di «Charlie Hebdo» e dei successivi attacchi parigini del 13 novembre 2015 si è iniziato a discutere della necessità di introdurre anche in Europa delle norme draconiane per la sicurezza sullo stile del Patriot Act americano.

Persino in Italia i telegiornali e i quotidiani hanno iniziato a caldeggiare la necessità di adottare delle misure per garantire una maggiore sicurezza. Già nel gennaio del 2015 «SkyTg24» aveva promosso una sorta di sondaggio telematico per chiedere agli spettatori, sull’onda dell’emotività della strage di «Charlie Hebdo», se sarebbero stati disponibili a cedere parte della propria libertà per sentirsi più sicuri. Eppure una delle massime incongruenze di quanto accaduto a Parigi è rappresentata proprio dall’assenza, dall’incapacità o dal ritardo delle Forze dell’ordine.

Ad ogni tragedia il clima di isteria, sapientemente manipolato dai media, riesce a convincere l’opinione pubblica ad abdicare alla propria libertà – e alle convinzioni difese strenuamente fino a un attimo prima – per sentirsi protetta dall’ennesimo spettro, uno spettro costruito, ideato e alimentato da noi e che noi intendiamo ingenuamente combattere attraverso l’odio.

Non importa neppure se, a distanza di anni, qualche documento desecretato o qualche retroscena o confessione in punto di morte svelano un’altra realtà, una realtà ben diversa da quella che ci è stata trasmessa fino a quel momento e che mai avremmo osato immaginare.

Le operazioni sotto falsa bandiera sono sempre esistite. Non sono figlie della nostra epoca, né tantomeno sono sgusciate fuori dagli zibaldoni di qualche complottista. Liquidare la tematica come “bufala” – termine che va ormai di moda per eludere il confronto – o “delirio cospirazionista” significa liquidare il problema e piegare la storia ai propri interessi.

Vi sono dei casi eclatanti e ben documentati i quali dimostrano che non ci si trova di fronte a deliri paranoidi, ma a un tema drammaticamente reale. Vi sono altri casi in cui, non essendo stati ancora desecretati i documenti, rimane il dubbio che si possa essere trattato di azioni sotto falsa bandiera. Un dubbio quantomeno lecito, alla luce di quanto la storia ci insegna. Un dubbio che dovrebbe stimolare la ricerca e non affossarla a priori.

Lo scopo del presente saggio è pertanto quello di offrire una rassegna dei casi più celebri e storicamente accertati e di quelli che, dall’Undici settembre a oggi, sollevano plausibili dubbi sulle reali dinamiche degli eventi, senza avere la velleità di mettere la parola fine a ricerche che, si spera, continuino fino ad accertare, un giorno, la verità.

False Flag - Sotto Falsa Bandiera

False Flag - Sotto Falsa Bandiera

Cosa sono i False Flag? Per ottenere il consenso dell’opinione pubblica e l’accettazione di gravi sacrifici, l’unico modo è che si palesi una «minaccia estrema e globale».

I False Flag sono operazioni belliche “sintetiche” ideate per fare credere che l’attacco sia stato effettuato da gruppi diversi rispetto ai reali esecutori, al fine di addossare loro la responsabilità di quanto accaduto, legittimando così eventuali rappresaglie.

Lo scopo di questo saggio è quello di offrire una rassegna dei casi di False Flag più celebri e storicamente accertati e di quelli che sollevano plausibili dubbi sulle reali dinamiche degli eventi, senza avere la velleità di mettere la parola fine a ricerche che, si spera, continuino, per accertare, un giorno, la verità.

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Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti, laureata con lode in Filosofia con una tesi in Storia delle religioni, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Oltre a numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee, collabora con la trasmissione televisiva «Mistero».

 

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