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Introduzione di "Un Luogo chiamato Ananda"

Leggi le pagine iniziali del libro "Un Luogo chiamato Ananda"

Introduzione di "Un Luogo chiamato Ananda"

Quando scrissi la mia biografia, Il Sentiero, vent’anni fa, lo feci per colmare una lacuna lasciata da Paramhansa Yogananda nella sua Autobiografia di uno Yogi, che – come afferma anche il fratello, Sananda Lal Gosh, nel suo libro Mejda – descrive in dettaglio gli incontri di Yogananda con altri santi, ma tralascia molte cose che egli avrebbe potuto raccontare riguardo a se stesso.

Come disse ad alcuni di noi verso la fine della sua vita: «Da bambino mi recavo da quei santi in cerca di guida. Ma con mio dispiacere trovavo che erano loro a voler essere guidati da me!».

Il mio obiettivo nello scrivere Il Sentiero sotto forma di autobiografia, era quello di facilitare ai lettori – non appena avessero iniziato a familiarizzare con me – l’eliminazione di possibili intrusioni della mia natura in un racconto che meritava di essere compreso il più obiettivamente possibile. Il mio scopo non era di interessarli alla mia persona, ma di attirarli alla ricerca spirituale, così che si sentissero ispirati a iniziare l’avventuroso viaggio alla scoperta di sé, che trova pieno compimento negli insegnamenti di Paramhansa Yogananda.

Yogananda è stato una delle grandi figure spirituali dei tempi moderni. Nel Sentiero ho cercato di dare un’idea ai lettori di cosa significasse vivere con lui come discepolo e di quali fossero i suoi insegnamenti, profondi e profondamente pratici a un tempo.

Scott Meredith, un noto agente letterario al quale inviai una bozza iniziale del manoscritto, notò immediatamente il tono impersonale con cui avevo descritto la prima parte della mia vita. Il suo commento, basato su anni di esperienza con autobiografie più «normali», fu: «Mi veniva continuamente voglia di chiedere: “Per favore, può farsi avanti il vero Don Walters?”».

Per i miei scopi, tuttavia, il suo commento era inappropriato: il mio principale timore era infatti che i lettori, proprio per il carattere insolito della mia giovinezza, non si sarebbero facilmente identificati con la mia storia. Probabilmente era questa mancanza di normalità che infastidiva Scott Meredith. Non avevo raccontato le solite idiosincrasie e problematiche personali: come avrebbero potuto, quindi, i «normali » lettori rapportarsi con me?

Ebbene, non c’era nulla che potessi fare: questa era la mia storia. Non ne avevo un’altra da raccontare.

Mi ha gratificato profondamente ricevere, nel corso degli anni, centinaia di lettere da parte di lettori che mi hanno ringraziato per aver scritto quel libro. La loro gratitudine non è dovuta solo alla comprensione che il libro ha dato loro del discepolato al mio grande guru (che in seguito molti di loro hanno riconosciuto come proprio guru); ma si estende anche alla prima parte del libro, nella quale hanno visto riflessa la loro personale ricerca spirituale.

Non è possibile dire tutto in un solo libro, anche solo sul soggetto che esso affronta; gli scrittori che cercano di spiegare ogni cosa diventano insopportabilmente lunghi e noiosi. Per conoscere veramente la vita di un’altra persona – e ancor più nel caso di qualcuno come Yogananda, la cui coscienza abbracciava l’infinito – si dovrebbe realizzare quello che egli ha realizzato: nel suo caso, conoscere Dio. Quando sento altri suoi discepoli diretti affermare di comprenderlo, posso solo pensare che stanno scambiando il lume di una candela per la luce del sole. Dietro a ogni cosa che egli ha detto e fatto c’era una coscienza troppo profonda perché si possa tentare di comprenderla in termini meramente umani. Dire che Yogananda «era fatto così» o che «era fatto in quest’altro modo», sostenere che «gli piaceva questo» o che «gli piaceva quello», significa perdere di vista il fatto che, in modo profondamente reale, egli era ogni cosa. Allo stesso tempo, non si identificava con niente e non era attaccato a nessuna cosa. Completamente umano – e in modo amorevole, delizioso – nel senso più alto e pieno possibile del termine, era tuttavia sempre centrato nell’eterno Sé interiore. Nulla poteva definirlo, poiché aveva trasceso ogni definizione e nuotava beato nel satchidananda, l’oceano della perfetta, divina immortalità.

Il mio libro, Il Sentiero, non completa neppure la storia della sua vita terrena. Né avrebbe potuto farlo; non avrei mai avuto la presunzione nemmeno di provarci. C’è un aspetto della sua vita, però, che mi sento in dovere di approfondire e al quale non ho potuto che accennare appena nel Sentiero, sia per ragioni di lunghezza che di prospettiva: è il compito che egli affidò in modo specifico a me per il compimento della sua missione.

Non ignoro la relativa insignificanza del mio personale contributo a quella missione sebbene, senza dubbio per ispirarmi a rimanere saldo di fronte alle difficoltà che prevedeva per me, egli lo descrisse come «una grande opera». Perché nessuno pensi che io sia semplicemente modesto, dovrei aggiungere che l’unica opera che conta, alla fin fine, è quella che Dio ha affidato a tutte le creature: la responsabilità di raggiungere l’unione con Lui.

Devo ammettere che, persino ora, la mia prospettiva è limitata in confronto a come sarà, per esempio, fra altri vent’anni. Allora, però, potrei benissimo non essere più qui per esprimerla. Da una prospettiva ancora più vasta, sarebbe addirittura meglio aspettare un altro secolo o due anche solo per provare a parlarne. Per forza di cose, dunque, il mio resoconto sarà una versione parziale degli eventi. Pertanto, posso ben fare di necessità virtù e scriverlo non con l’impersonalità del Sentiero, ma con la piena ammissione che io sono il personaggio più coinvolto in questa storia e accettando pienamente la responsabilità per ogni colpa che ricada sul mio ruolo. L’unica cosa che chiedo è che, se vi debba essere una qualsiasi lode, questa venga data a chi veramente la merita: al mio guru. Infatti, Rajarsi Janakananda, il suo discepolo più evoluto, mi disse dopo la morte di Yogananda: «Il Maestro ha una grande opera da compiere attraverso di te, Walter, e ti darà la forza per realizzarla».

Quello che mi ha spinto a scrivere questo racconto è che alcune persone hanno voluto attaccare quest’opera che ho compiuto. Nel farlo, hanno attaccato me. Io non sono loro nemico, anzi, auguro loro ogni bene. Sarebbe avventato, però, far finta che il loro attacco non sia inteso a ferire me e coloro che hanno dedicato la loro vita a lavorare con me. Per loro, e per i molti che hanno fede in quello che stiamo creando, sento che sarebbe utile far conoscere nella loro interezza le vicende che hanno portato alla creazione di Ananda e lo speciale ruolo che Ananda ricopre nell’opera complessiva di Paramhansa Yogananda.

È mia consuetudine, ogni volta che scrivo qualcosa, formarmi un’immagine mentale dei miei lettori: condensarli in un’unica persona, né maschio né femmina, e visualizzare quella persona seduta di fronte a me, che mi ascolta parlare. Con mia gratificazione, il commento più frequente che ricevo dai miei lettori è: «Ho sentito, leggendo, che stavi parlando personalmente a me».

Questa è una storia particolare, non una storia comune. Tuttavia, spero che interesserà persone con percorsi di vita diversi, che desiderano la libertà interiore e che hanno dovuto lottare contro le richieste e le aspettative degli altri. Ovviamente, è rivolta in particolar modo a chi è interessato a fondare «comunità consapevoli», come una soluzione all’universale esigenza di libertà interiore dell’umanità.

 

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