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Introduzione di "Nessun Uomo è un Maestro"

Introduzione di "Nessun Uomo è un Maestro"

Il xx secolo da solo ha dato i natali a più guru, saggi e messia di quanto abbiano fatto i precedenti cinque messi assieme.

La ragione è piuttosto ovvia: il crollo delle religioni organizzate ha lasciato dietro di sé la sete di certezze morali e l’ardente desiderio di “conoscenze nascoste”.

«Dopo la Prima Guerra Mondiale, ovunque andassi, non importa se in Inghilterra o nel continente europeo, in America o in Estremo Oriente, le conversazioni erano solite girare attorno ai temi del sovrannaturale», è questo il commento di Rom Landau nel suo God Is My Adventure, uno studio riguardo a diversi guru e mistici, ed è significativo che quando questo libro apparve nel 1935 divenne subito un bestseller ed ebbe otto ristampe in meno di un anno.

Quarant’anni dopo, anche un giovane e brillante storico di nome James Webb cominciò a essere affascinato da questa “proliferazione di profeti” – da Rudolf Steiner a Billy Grahm, dal conte Hermann Keyserling a G.I. Gurdjieff, da Rasputin a Timothy Leary – e si propose di redigerne la storia in una serie di libri accuratamente documentati, cominciando dal suo Il sistema occulto.

Fu nel 1972 che Webb partecipò a un discorso tenuto da Joyce Collin-Smith sulla vita e le opere di suo cognato, Rodney Collin, uno dei più eminenti discepoli di P.D. Ouspensky.

Ne scaturì un’amicizia immediata e piuttosto strana, dal momento che Webb era totalmente scettico riguardo all’occulto mentre Joyce Collin-Smith poteva dirsi tutto fuorché scettica, come scopriranno presto i lettori di questo libro. Tuttavia, lei possedeva esattamente ciò che faceva difetto a Webb: l’esperienza diretta nella “ricerca di certezze” e conoscenze nascoste.

È possibile sentire l’influenza dell’amica nell’opera più considerevole di Webb, The Harmonious Circle, uno studio su Gurdjieff e Ouspensky che completò non molto tempo prima di suicidarsi nel 1980; e suppongo che questa influenza debba essere stata, in molti modi diversi, piuttosto disturbante.

L’atteggiamento di Webb verso l’occulto consisteva nel genere di razionalismo saccente del tipo “so già tutto” che ci si potrebbe aspettare da uno studente universitario di Cambridge.

Messo a confronto con questa straordinaria signora, si deve essere trovato dapprima a considerarla come un’eccentrica autoillusa, con le sue credenze nell’astrologia, nelle percezioni extrasensoriali e nella reincarnazione, dopodiché, non ho dubbi che iniziò a balenargli l’idea che lei fosse realista almeno quanto lo era lui, e che forse era il suo stesso approccio a risultare superficiale e semplicistico.

Durante il periodo di intenso stress mentale che visse prima della sua morte, Webb ammise mestamente di essere caduto nella sua stessa trappola.

Non sono affatto indifferente al dilemma di Webb, avendolo sperimentato in prima persona.

Ho avuto una formazione da scienziato, poi ho deciso che avrei preferito essere uno scrittore di idee, ma la mia prospettiva rimase saldamente razionalista (e lo è tutt’ora). Quando, alla fine degli anni ’60, accettai di scrivere un libro su commissione sul tema dell’occulto non avevo dubbi sul fatto che si trattasse per lo più di pie illusioni e di autosuggestione. Ricordo di aver trascorso un pomeriggio con lo studioso di Shakespeare G. Wilson Knight cercando di nascondere il mio imbarazzo mentre parlava di spiritismo e descriveva come si era convinto che sua madre avesse comunicato con lui dopo la morte...

Tuttavia, più studiavo casi di telepatia, premonizione, seconda vista, e perfino di reincarnazione, più diventavo consapevole del fatto che a loro supporto vi era un poderoso ammontare di prove scientifiche. Cominciai perfino a chiedermi se non avessi fatto meglio ad avere una mente più aperta anche sul tema dell’astrologia, dopo essermi imbattuto nel paragrafo di un’agendina da tasca nel quale si descrivevano le caratteristiche dei vari segni zodiacali (Ariete, Toro, Gemelli, ecc.), scoprendo che si applicavano con sorprendente accuratezza a molte persone che conoscevo.

Inoltre, avendo scritto L’Occulto, decisi che sarebbe stato stupido cercare di mantenere un atteggiamento di rigido scetticismo.

Rifiutavo ancora fermamente di considerare l’argomento come qualcosa di importante, restando convinto del fatto che il nostro compito in questo mondo sia strettamente correlato all’autodisciplina e alla conoscenza di sé, e che questioni come la reincarnazione e la vita dopo la morte siano fondamentalmente irrilevanti; ma al contempo arrivai ad accettare che ci sono molte persone che trascorrono la propria vita nella terra di confine tra due mondi e che esse possano talvolta gettare una luce interessante negli angoli bui dell’esistenza umana.

Nel leggere l’autobiografia di Joyce Collin-Smith mi ritrovo ancora a cozzare contro il mio fondamentale scetticismo.

So che molti bambini hanno dei compagni di gioco immaginari che a loro sembrano perfettamente reali, ma è ovvio che quando Joyce Collin-Smith parla di suo “fratello” intende molto più di questo.

Se mi appellassi unicamente alla mia esperienza personale sarei incline a liquidare il tutto come pura immaginazione; ma la conosco abbastanza bene da sapere che è una persona eccezionalmente onesta e che non sta indugiando in qualche genere di fantasticheria. Pertanto devo essere disposto a riconoscere che le sue prime esperienze con suo “fratello” siano al di là di qualunque cosa io abbia mai esperito, e nondimeno siano state reali e fondate.

Chi considera l’occulto come nient’altro che un diverso nome per il ritardo mentale mi accuserà di credulità.

Tuttavia mi sembra che questo genere di credulità sia un passo di importanza vitale nel cercare di comprendere alcune delle maggiori questioni sollevate in questo libro.

Si tratta di questioni che sorgono da sé, ad esempio quando parla della sua amica Elsie Abercrombie, che sembrava essere in grado di influenzare le persone attraverso la telepatia. In vent’anni di studio sull’occulto mi sono imbattuto in questo genere di cose troppo spesso per poterle liquidare come autosuggestione.

J.B. Priestley, ad esempio, ha descritto il modo in cui decise di provare a fare un esperimento di suggestione telepatica durante una noiosa cena letteraria a New York, e si concentrò su una donna dall’aspetto piuttosto austero, ordinandole mentalmente di fargli l’occhiolino; dopo qualche momento lei si volse e gli fece l’occhiolino, in seguito si avvicinò per scusarsi, spiegando che si era trattato puramente di “uno stupido impulso”.

Così, quando incontrai la descrizione fatta da Joyce Collin-Smith di come Elsie Abercrombie durante un ricevimento costrinse tutti a parlare di cammelli ne rimasi subito incuriosito e le chiesi di raccontarmi di più su quella signora.

Mi riferì due aneddoti affascinanti.

In un’occasione lei era seduta insieme a Elsie Abercrombie in uno studio piuttosto freddo quando l’anziana signora mormorò: «Freddo. Meglio finire». E pochi minuti dopo il loro ospite osservò: «Sembra che si sia fatto freddo qui, finiamo prima e andiamoci a prendere un caffè». Joyce commentò dicendo: «Potrebbe essere stata una coincidenza, se non fosse per il luccichio malizioso dei suoi occhi e la sua risatina che mi assicurarono che lei lo aveva in qualche modo manipolato».

In un’altra occasione Joyce le aveva portato in dono un’ortensia che era sopravvissuta a un lungo viaggio in automobile senza alcun problema; ma nell’arco di un’ora trascorsa nella stessa stanza con Elsie la pianta iniziò ad appassire. «Quando lo feci notare, lei le diede un’occhiata e disse in tono malevolo: “Odio le ortensie”.
Non appena mi scusai per averle portato un dono intollerabile, lei fissò la pianta per un lungo momento, dopodiché riprese a parlare. Dieci o quindici minuti dopo ero assolutamente sbalordita nel constatare che la pianta si era ripresa e stava visibilmente alzando i petali, come se nonostante tutto fosse stata incoraggiata a vivere piuttosto di urtare i miei sentimenti».

Un’ulteriore storia riguardo Lady Abercrombie sembra offrire una possibile spiegazione ai suoi particolari poteri.

Durante l’adolescenza venne disarcionata da cavallo e si fratturò la spina dorsale, le sue gambe rimasero paralizzate. Un giorno sentì per caso una conversazione tra suo padre e il dottore, i quali discutevano circa il da farsi con lei, dal momento che era ovvio che non avrebbe più camminato. Quelle parole la fecero talmente infuriare che ordinò ai suoi servitori indiani di metterla sul dorso di un cavallo più grande con l’intenzione di dirigerlo a voce e attraverso il movimento delle mani. E così facendo riacquistò gradualmente l’uso delle gambe.

Mi ritrovo a chiedermi se quell’enorme sforzo di volontà abbia sviluppato in lei qualche strana abilità nel dare “ordini mentali”. Dopodiché rilessi la storia del ricevimento e dei cammelli e mi resi conto che Lady Abercrombie era stata in possesso dei suoi poteri telepatici perfino nella sua infanzia, quindi la mia spiegazione doveva essere sbagliata.

Tuttavia cito questo esempio solo per chiarire il motivo per il quale trovo questo libro così notevole e importante: perché solleva domande che non dovrebbero essere ignorate e talvolta direziona la mente sulla vaga rotta generica delle risposte.

Ovviamente non è l’unica ragione.

Molti lettori troveranno questo libro affascinante per via del resoconto dell’esperienza diretta dell’autrice con Pak Subuh, il “messia” indonesiano che provocò tanto scalpore negli anni ’60, e con Maharishi.

Quando circa cinque anni fa ne ricevetti una prima versione, questo libro era principalmente su Maharishi, e lo lessi dall’inizio alla fine totalmente assorbito. Esortai Joyce Collin-Smith a trovare subito un editore e lei mi disse che in effetti già diversi lo avevano preso in considerazione, ma l’opinione generale sembrava essere che l’interesse nei riguardi di Maharishi era in calo e nessuno avrebbe voluto leggere un intero libro su di lui.

Sono lieto che il mio entusiasmo le fece decidere di trasformare il libro in un’autobiografia, e che lei abbia anche parlato a lungo di Rodney Collin e di James Webb, così come della sua esperienza con il gruppo di Ouspensky diretto da Francis Roles; ma per me il fulcro del libro rimane il suo resoconto riguardo a Maharishi Mahesh Yogi.

In esso, precisamente nell’aneddoto sulla signora irritabile che si lamentava con la direzione dell’albergo a proposito della folla di discepoli, ritrovo quello strano problema del controllo telepatico. Altrimenti come avrebbe potuto Maharishi dichiarare con tanta certezza che l’anziana signora non avrebbe più creato loro alcun problema?

Ma ancora più affascinante è la questione di come Maharishi riuscì a immergere tutti i suoi iniziati in uno stato subitaneo di meditazione trascendentale, anche ammettendo che sia possibile insegnare al mondo intero a meditare in soli tre anni.

In qualche strano modo Maharishi era in grado di mostrare ai suoi seguaci come raggiungere quello che altrove ho definito l’accesso ai mondi interiori.

Le successive esperienze di Joyce Collin-Smith mi hanno colpito come ugualmente affascinanti e importanti: lo strano esaurimento mentale che le causò di poter vedere il passato e il futuro di qualunque cosa su cui posasse lo sguardo, così che un albero fosse simultaneamente un arbusto, un alberello e una catasta di legna da ardere...

La storia del suo tentato suicidio e la realizzazione che la disperazione le aveva rivelato il trucco per mantenere le cose ferme mi sembra di una tale immensa importanza che se anche il resto del libro non contenesse nulla di significativo questo aneddoto da solo gli assicurerebbe lo status di classico.

Ma la domanda fondamentale che emerge viene ulteriormente esplorata nella discussione dell’esaurimento mentale di Webb. Sartre ebbe un’esperienza simile dopo aver preso la mescalina: i quadranti degli orologi sembravano ghignare e aveva l’illusione di essere inseguito da un’aragosta gigante, e ciò, da contro, sembra supportare l’indicazione di Aldous Huxley che il nostro sistema nervoso non è progettato tanto per inglobare esperienze quanto per tenerle al di fuori, filtrandole fino a un livello accettabile.

A sua volta ciò mi porta a ipotizzare che il tipo di razionalismo compiacente che si trova nei libri di Webb, Il sistema occulto e The Flight From Reason, in realtà fosse una sorta di inconscio meccanismo di difesa che cominciò a crollare dopo l’esposizione dell’autore alle idee di Gurdjieff, di Ouspensky e della stessa Joyce.

Ma forse il modo più semplice di spiegare perché trovo che questo libro sia così importante per me è raccontare lo strano aneddoto riguardo alla mia inedita introduzione a Il sistema occulto di Webb.

Nel 1981 fui avvicinato da Richard Drew, il direttore editoriale di una piccola casa editrice di Glasgow, il quale mi disse che voleva far uscire un’edizione britannica de Il sistema occulto di Webb, libro fino a quel momento uscito solo negli Stati Uniti, e mi chiese di scriverne l’introduzione. Acconsentii volentieri, rifiutando la sua offerta di pagarmi dal momento che, sebbene non avessi mai conosciuto Webb di persona, ci eravamo scambiati un paio di lettere amichevoli e sentivo che il suo brillante e divertente libro avrebbe dovuto essere pubblicato anche in Inghilterra.

Quando Joyce Collin-Smith mi consentì di vedere le lettere che Webb le aveva scritto durante il proprio esaurimento mentale, mi accorsi che entrambi avevamo sperimentato la stessa spaventosa esperienza degli attacchi di panico (ho descritto i miei in Misteri), e che per Webb questa esperienza era stata una sorta di equivalente dell’oscura notte dell’anima descritta dalla mistica cristiana. Ho descritto qualcosa del genere nel mio primo libro, Lo straniero, parlando dei viaggiatori mentali che hanno «visto troppo e troppo in profondità».

Nella mia introduzione citai lunghi passi di queste lettere (vorrei che Joyce avesse fatto altrettanto in questo libro), e nel settembre del 1981 inviai l’introduzione completa a Richard Drew.

Lui mi scrisse che l’introduzione era davvero troppo lunga, in effetti era più corta di questa, e che a ogni modo la moglie di Webb, Mary, voleva cancellare l’intero paragrafo riguardante la sua malattia mentale. A quanto sembrava, riteneva che il marito fosse semplicemente impazzito sprecando il suo tempo nelle assurde inezie dell’occultismo e deplorava la mia tendenza a prendere sul serio quegli stessi argomenti.

Naturalmente replicai dicendo che l’introduzione dovesse essere pubblicata per intero o nient’affatto. La risposta di Richard Drew fu «nient’affatto». E così Il sistema occulto venne pubblicato senza introduzione...

Lo stesso Webb avrebbe ridacchiato per l’ironia della situazione.

L’intento dei suoi libri era di dimostrare che l’occulto è puramente una curiosa aberrazione della mente umana, una prova che l’uomo ha fallito nel superare le sue primitive superstizioni e che una delle sue caratteristiche più incorreggibili rimane la sua brama della comodità offerta da guru e falsi messia. Ma i suoi due anni di malattia mentale, un’esperienza che non augurerei al mio peggior nemico, lo lasciarono con la sensazione che «nonostante l’indubitabile natura allucinata di molte delle mie esperienze, rimane un residuo che semplicemente deve essere preso sul serio, sebbene io non riesca a inserire tutti gli stati alterati di coscienza in un unico sistema...»

Inoltre, nella mia introduzione affermavo: «Ciò che sto cercando di dimostrare qui è che le strane visioni di Webb, causate da una sorta di cortocircuito tra la mente conscia e quella inconscia, non possono essere liquidate come suggestioni di un folle; le sue lettere dimostrano chiaramente che rimase abbastanza sano da distinguere tra le illusioni e la fugace visione di qualche realtà più vasta».

Sono convinto che il vero pericolo non risieda nel riconoscimento dell’esistenza di una «realtà più vasta», bensì nella nostra tendenza infantile a reagire a essa con paura e diffidenza.

Joyce Collin-Smith ha citato Ouspensky sul tema di queste visioni mistiche e il suo commento sul fatto che “si può impazzire per un posacenere”; ma se questa osservazione viene letta nel suo contesto, il capitolo intitolato Misticismo sperimentale in Un nuovo modello dell’universo, si vedrà che il suo punto centrale è una visione straordinaria della connessione tra ogni cosa, la quale sembra comune a ogni esperienza mistica nella quale tutto nell’universo viene visto come interconnesso e il mistico può veramente vedere quelle connessioni.

Noi tutti sperimentiamo qualcosa del genere negli stati di felicità e di eccitazione, una sorta di bagliore mentale che sta a significare che qualunque cosa guardiamo o pensiamo in qualche modo ci rimanda a qualcos’altro, ad altri tempi e ad altri luoghi. Questo sentimento spesso porta a uno strano senso di letizia, al riconoscimento che “tutto è bene”.

Quando Ouspensky guardò il posacenere, l’oggetto lo rese consapevole di talmente tante cose da sentirsi sopraffatto dalla pura molteplicità dei significati, una sensazione che potrebbe essere paragonata a quella di un ubriacone che affoga in un barile di whisky...

Ed è una sensazione che ho sperimentato più e più volte nel leggere Nessun uomo è un Maestro, un incredibile senso di eccitazione che mi portò a desiderare che Joyce fosse seduta sulla sedia di fronte a me per poterle dire: «Certamente, ma non credi che...»

Nel primo capitolo descrive in che modo Rodney Collin le disse di come un giorno avrebbe scritto un libro sul miracoloso, e che lei sentiva che quel momento dovesse essere adesso o mai più. E io credo che abbia ragione nel pensare che questo libro sia il suo testamento verso coloro che condividono con lei l’oscuro disperato desiderio di una realtà più vasta.

Mi sembra che Joyce sia riuscita a dire in modo preciso e accurato ciò che aveva intenzione di dire, e che il libro abbia quella strana sensazione di “giustezza” che non gli farà mai mancare un pubblico di ammiratori.

Colin Wilson, 1988

 

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Colin Wilson

Colin Wilson è nato a Leicester nel 1931. Ha scritto decine di volumi tra cui i best-seller Il libro nero dei serial killer (con Donald Seaman) e Il grande libro dei misteri irrisolti (con Damon Wilson), entrambi pubblicati dalla Newton Compton. Autorità assoluta nel campo della criminologia, considera se stesso un filosofo dedito alla ricerca del significato dell’esistenza.

 

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