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Leggi in anteprima un'estratto del libro di David Donnini "Gesù, Messia di Israele"

Introduzione di "Gesù, Messia di Israele" libro di David Donnini

Mi accingo a scrivere sulla passione di Gesù, in special modo sul processo e sulla condanna, sebbene innumerevoli opere siano state scritte su questo tema da altrettanti autori e sebbene io stesso, nei miei precedenti lavori, abbia già trattato questo aspetto dei racconti evangelici.

Il fatto è che desidero offrire ai lettori un’analisi divulgativa, cercando di evitare lo stile accademico, che relega questo tipo di opere a un pubblico ristretto, in possesso di una preparazione specifica. L’informazione su questa tematica dev’essere accessibile al pubblico generico che rischia, altrimenti, di essere escluso da certe conoscenze.

È vero che la questione è complessa, ma è altrettanto vero che, al fine di illustrare alcuni punti essenziali degli aspetti storici di questa vicenda, non c’è bisogno di perdersi in dotte elucubrazioni, ma è sufficiente chiarire alcune questioni fondamentali che riguardano incongruenze e inverosimiglianze delle narrazioni evangeliche.

Si può dunque condurre il lettore alla comprensione delle motivazioni che hanno spinto gli autori e i successivi revisori, nonché i traduttori, a redigere quei resoconti nel modo in cui si presentano oggi, motivazioni che hanno trovato la loro continuazione nell’atteggiamento della Chiesa durante i secoli, sempre teso a nascondere il ruolo storico di Gesù e a ridisegnarlo secondo una visione ideologica e teologica che nulla ha a che fare con la fede originale della primitiva comunità giudeo-cristiana.

Deve essere ben chiaro che i redattori e i successivi revisori dei testi evangelici non hanno inteso testimoniare fedelmente la storia ma, ricorrendo alla libera creatività, e attraverso un racconto opportunamente costruito, hanno voluto fornire le basi per una catechesi nella quale fossero rispettati i loro presupposti dottrinari.

Una dottrina fabbricata ad hoc per un pubblico greco-romano, che si era gratuitamente allontanata e distaccata dal giudaismo, e che aveva rinnegato gli ideali del messianismo ebraico tradizionale.

Per troppo tempo, e troppo spesso ancora, le narrazioni evangeliche sono state pregiudizialmente ritenute verità indiscutibili, al punto da sorvolare superficialmente su alcune loro palesi contraddizioni, considerate come scusabili imprecisioni o innocenti distrazioni, del tutto ininfluenti.

Si è preteso per secoli che i racconti della passione testimoniassero una serie di eventi accaduti realmente così come sono descritti, non vedendo, o fingendo di non vedere, che alcuni punti rappresentano delle contraddizioni e delle inverosimiglianze storiche così palesi da mettere in seria discussione tutto l’impianto del racconto della passione.

Come ho già accennato, molto è già stato scritto su questi argomenti, nella modalità dell’indagine storica. Ciò nonostante, ancora oggi, un approccio laico e critico è estremamente difficile e talvolta incontra persino lo scetticismo degli stessi non credenti, coinvolti, come i credenti, in un’abitudine interpretativa così inveterata da rendere inconcepibile una visione diversa.

Mi riferisco a questioni come il fatto che:

  • Gesù avesse numerosi fratelli e sorelle;
  • i suoi genitori Maria e Giuseppe siano solo delle figure fittizie, inserite nel copione evangelico per nascondere i veri componenti della sua famiglia storica;
  • Gesù potesse essere sposato e con prole;
  • la sua presunta città, Nazareth, fosse semplicemente una copertura di comodo del titolo Notzrì/Nazorai/Nazoraios, e che Gesù fosse originario di tutt’altro luogo.

Per quanto possa sembrare strano, si fa ancora sentire l’eredità dei lunghi secoli nei quali il possesso privato e la libera lettura, nonché la traduzione in lingua volgare dei testi sacri, erano oggetto di divieto e, a tutt’oggi, i cristiani continuano spesso a conoscere i passi del Vangelo solo attraverso la lettura e il commento domenicale eseguiti dal sacerdote nel corso della messa.

Ho notato – e devo purtroppo affermarlo con decisione – che sovente i cristiani, proprio quelli che non mancano di frequentare gli appuntamenti liturgici e che sono soliti mandare i propri figli al catechismo e a prendere i sacramenti, sono piuttosto ignoranti delle scritture e, tanto più, delle possibili contraddizioni che al loro interno sono contenute. E quando vengono loro fatte notare, assumono un atteggiamento indifferente o sospettoso, se non di palese resistenza, affermando che “esisterà senz’altro una spiegazione”.

L’idea dell’infallibilità del Nuovo Testamento è un baluardo che tiene lontana ogni ombra di dubbio.

Ciò nondimeno, si manifesta anche un altro tipo di obiezione alle considerazioni che faccio, e che ho fatto nei miei lavori precedenti: si tratta dello scetticismo totale di quei non credenti che sostengono con decisione che Gesù non sarebbe mai esistito e che tutto il racconto evangelico non sarebbe che una fiaba fantastica, fondata esclusivamente sulla creatività teologica di chi lo ha composto.

Si tratta, a mio parere, di un errore grave, dovuto a estremismo ideologico. Infatti, come è vero che molti aspetti della narrazione evangelica sono frutto della fantasia teologica e hanno bisogno di essere riconosciuti come tali, è altrettanto vero che il protagonista di tali narrazioni, che noi conosciamo come Gesù Cristo, fa riferimento a un personaggio esistito nella storia, magari con altro nome, che realmente si è trovato alla testa di un movimento importante, e che è stato giustiziato dal procuratore Ponzio Pilato, verso l’inizio degli anni Trenta del primo secolo della nostra era.

Assumeremo dunque come un dato di fatto che la passione di Cristo, intesa come la sequenza dell’arresto, del processo, della condanna, dell’esecuzione, della morte e della sepoltura, si collochi come vicenda reale nella storia. Con cause e sviluppi diversi da quelli che conosciamo abitualmente, che andranno opportunamente chiariti, quando e come possibile.

Naturalmente il nostro problema è quello di riconoscere gli aspetti storicamente autentici di questa vicenda e di mostrare che la redazione del racconto evangelico a essa relativa è avvenuta sotto alcune urgenti necessità ideologiche, politiche e religiose, presenti nella comunità gentile dei cristiani che facevano capo all’insegnamento di Paolo di Tarso. Le quali hanno prodotto una pesante mistificazione dei fatti, nonché del loro significato e delle loro motivazioni.

In questo siamo d’accordo con chi attribuisce alla narrazione evangelica un certo carattere contraffatto, purché ciò non significhi che tutto sia considerato come una leggenda, con personaggi immaginari e azioni inventate di sana pianta.

L’occidente cristiano, e tutto il mondo in generale, hanno un profondo bisogno di far luce su questioni di questo tipo, perché il fideismo e il dogmatismo sono ancora troppo protagonisti nelle vicende umane, specialmente in quelle che determinano, spesso negativamente, i destini di interi popoli.

Il costante impegno che nell’area di tre decenni ho profuso nella ricerca storica sul cristianesimo primitivo è motivato proprio dalla convinzione che esista una necessità imprescindibile di conoscere la natura autentica delle radici storiche, culturali e religiose occidentali.

Personalmente nutro un profondo rispetto per le tradizioni, anche perché non sono disturbato dall’eventuale consapevolezza che esse si basino su miti e invenzioni.

D’altra parte sono convinto che il cristianesimo sociale e la sua liturgia uscirebbero sicuramente arricchiti dalla crescita della consapevolezza storica, anche là dove alcuni presupposti dati per scontati dovessero essere messi in seria discussione.

La fede che interpreta le scritture come cronache autentiche ed esige che esse siano caratterizzate da totale veridicità storica rappresenta una condizione immatura, incapace di apprezzare il valore dei simboli.

In questo lavoro ho scelto di analizzare le fasi terminali del ministero di Gesù, attribuendo ai suoi atti e alle sue parole un senso che si collochi coerentemente nell’ambito storico del suo paese e dei suoi giorni.

Diversamente da quanto vuole la dottrina cristiana, che vede in Gesù un’emanazione divina che non è debitrice nei confronti di nessun insegnamento di natura umana, e che si manifesta fra gli ebrei per poi sconfessarne le credenze e trasformarli in una razza colpevole e detestata, il “mio” Gesù è profondamente figlio del suo popolo, della sua terra, delle sue tensioni sociali, politiche e spirituali, che tale rimane e che non è nemmeno lontanamente toccato dall’intenzione di fondare una religione extragiudaica.

Al contrario, gli ultimi giorni di Gesù sono i giorni intensi e drammatici di un uomo che ha lottato per il suo popolo, per la sua terra, per la sua fede, fino al sacrificio della propria vita. Un sacrificio che non era programmato e che, in pratica, sancisce il fallimento dell’impresa messianica di cui egli si era fatto rappresentante e leader.

Ed è da questo fallimento che è scaturita l’esigenza di revisionare l’ideale di salvezza messianica, sostenuta da Gesù, coerente con le idee dei dissidenti esseno-zeloti, proponendo un ideale di salvezza totalmente diverso, per alcuni tratti opposto.

Primo rappresentante e propugnatore di questo si era fatto un certo Shaul, nativo di Tarso, in Cilicia, che noi conosciamo meglio come San Paolo, il quale aveva sempre avversato con forza le idee di Gesù e dei suoi seguaci. Egli lo aveva fatto prima con la repressione politica e, successivamente, con una formulazione teologica che tentava di attenuare le forti tensioni fra il mondo giudaico e quello greco-romano, sostituendo l’orgoglio nazional-religioso dei messianisti ebrei con una spiritualità universalistica, che al posto della restaurazione del regno davidico prometteva la redenzione dell’anima e la resurrezione dalla morte fisica.

La storia, coi suoi percorsi, ha cancellato la figura del Gesù storico e ha promosso il “Cristianesimo” di Paolo. E noi vedremo come questo avvicendamento sia ben rappresentato, anche se in forme ancora da decifrare, nel racconto evangelico degli ultimi giorni di Gesù.

 

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David Donnini

David Donnini, nato a Firenze nel 1950, ha ivi conseguito la laurea nel 1975, mentre nel 1990 ha frequentato un seminario di specializzazione presso la Michigan Technological University (USA). Attualmente è insegnante di Tecnica Fotografica presso un Istituto Professionale di Stato.

Da circa 30 anni si occupa di religioni orientali ed anche dello studio delle origini cristiane. Ha svolto un servizio fotografico in Palestina, nei siti che riguardano il cristianesimo primitivo.

In Israele ha approfondito i contatti col Prof. Daniel Gershenson (Università di Tel Aviv), che lo ha aiutato nel suo lavoro di ricerca e che condivide le sue conclusioni

 

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