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Leggi in anteprima le pagine iniziali estratte dal libro "Università@Carcere" a cura di Alberto Giasanti

Introduzione del libro "Università@Carcere" a cura di Alberto Giasanti

Parlare di mediazione con se stessi, di maschera, di ombra e di doppio in un corso universitario è complesso, ma farlo in un carcere diventa più difficile, anche per un docente che ha parecchi anni di esperienza formativa in Italia e in vari Paesi, in ambiti istituzionali e non istituzionali.

Vorrei raccontare allora l’esperienza del corso, dal titolo “Le forme della mediazione”, che tengo al primo anno del corso di laurea magistrale in programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali (progest) presso il dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’università degli studi di Milano-Bicocca e che, nell’anno accademico 2013-2014, si è svolto, in 7 incontri di 8 ore l’uno, da febbraio a giugno, nel teatro del carcere di Opera, con la partecipazione di 32 studentesse iscritte alla laurea magistrale e di 27 persone detenute che hanno scelto di seguire il corso.

L’idea di un’attenzione formativa al mondo del carcere, ai suoi operatori e alle persone detenute non è certo nuova: ricordo la mia prima esperienza vissuta, nell’anno scolastico 1972-1973, come sociologo del diritto nel corso di cultura sociale, indirizzato ad un gruppo di “giovani adulti” nel carcere di San Vittore a Milano e organizzato da Piero Malvezzi.3 Un’esperienza intensa per me che sperimentai, per la prima volta, la narrazione come modalità di relazione con un gruppo di studenti, chiusi insieme nei sotterranei del carcere. Le storie personali dei detenuti si intrecciavano con la mia e con altre storie di vita dentro e fuori del carcere. Per tutto il periodo del corso, oltre alle stimolanti discussioni in gruppo sulle tematiche sociali di quegli anni, ricoprivo anche un ruolo di mediatore tra il dentro e il fuori, portando all’esterno le tante voci della galera.

Con la firma dell’accordo tra l’Università degli studi di Milano-Bicocca e il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria (PRAP) per la Lombardia del giugno 2013 il rapporto tra università e carcere assume una rilevanza istituzionale che dà la possibilità di sviluppare attività scientifiche, culturali e didattiche presso gli istituti penitenziari di Milano, Monza e Lodi e presso l’ufficio di esecuzione penale esterna di Milano-Lodi e dello stesso provveditorato. La convenzione, rivolta a tutto il personale degli istituti penitenziari, alle persone detenute, ai docenti e agli studenti dell’ateneo, prevede in particolare la realizzazione di un polo universitario presso le case di reclusione di Milano Bollate e Milano Opera con la possibilità di organizzarvi corsi, stage, tirocini e laboratori. Da qui la mia proposta di organizzare il corso in carcere che trova piena disponibilità nel direttore e negli operatori come anche nel rettore dell’università.

Così sabato 22 febbraio 2014 aspetto gli studenti ai cancelli del carcere. Le modalità di ingresso sono laboriose, dimenticandosi gli studenti di lasciare all’ingresso cellulari, computer, chiavette usb e internet, oggetti personali e così via, ma riusciamo a superare le cerchie esterne e ad accedere alla sezione didattica dove si trova il teatro, il luogo delle nostre lezioni. Porto con me, oltre ai materiali didattici, una gigantografia di una maschera africana acquistata ad un mercatino antiquario di Parigi durante uno degli incontri periodici sulla mediazione umanistica dei conflitti a cui da qualche anno partecipo. Entriamo nel teatro e ci organizziamo: la prima parte delle lezioni si svolge sul palcoscenico, mettendoci in cerchio con al centro la maschera che appendiamo ad un blocco di cartapesta, mentre la seconda parte si svolge in platea divisi in gruppi che hanno scelto di lavorare sui seguenti temi: il divenire della coscienza, giochi di luci e ombre, leggere l’Amleto attraverso gli occhi della mediazione, il potere terapeutico e formativo delle fiabe, l’ombra del potere, i conflitti in Medea.

Iniziamo a parlare della maschera come metafora del diverso da sé, l’alter ego, il doppio. In generale si ha una nozione negativa di maschera: ciò dietro a cui il volto dell’essere umano si nasconde. La maschera è quanto appare agli altri; dietro, celato e protetto, l’essere autentico resta cosciente della propria diversità. Ci si mette la maschera per apparire diversi da quello che si è. La natura della maschera è quella di essere doppia. Si tratta della doppia polarità dei suoi versanti: essa si affaccia verso l’interno e verso l’esterno, verso il mondo degli umani e verso quello degli dei/demoni, verso la luce e verso le tenebre. Ma alla natura della maschera, oltre alla doppiezza, appartiene anche di tenere uniti i due versanti e la doppia polarità (interno ed esterno). Naturalmente questa sua ambivalenza nelle due direzioni risponde alla convenzione che le due metà dell’universo abbiano bisogno di essere mediate. La maschera infatti è potente e svolge la sua funzione di conciliazione degli opposti quando “interno” ed “esterno” non si corrispondono e l’universo tende a divaricarsi. In altre parole la maschera simboleggia la tendenza verso l’unità e non verso la dispersione.

A questo proposito è significativa la doppia maschera rappresentata da Giano: dio delle porte verso l’interno e verso l’esterno, dio bifronte, giovane-vecchio del passato e del futuro, signore delle due vie, dotato del terzo occhio che vede tutto, l’occhio frontale che raccoglie le diversità. Così la maschera, intesa come oggetto nel quale confluiscono i vari aspetti dell’unità e della pluralità della persona, introduce al mistero dell’apparire. La realtà materiale della maschera risalta nella sacralità che le deriva dall’essere fatta di questa o di quella natura. Ad esempio il legno è collegato alla foresta, luogo sacro per eccellenza, sede degli spiriti ancestrali, terra dove si raccolgono i custodi delle maschere.

E proprio la terra viene considerata, da molte popolazioni dell’Africa Occidentale, la madre di tutte le maschere: insieme dea e spirito ancestrale. Inoltre la nozione di doppio, riferita all’individuo, trovava probabilmente nella maschera la corrispondenza più appropriata. Nella lingua dei Dogon (Malì) maschera significa ciò che cattura e fissa il “mana”, cioè l’anima delle cose. È la maschera che nasconde (ricordiamoci che la condizione per ottenere la concentrazione interiore è data dall’essere nascosti agli altri) e, al tempo stesso, rivela (nascondere è sempre a qualcuno e così rivelare è a coloro che guardano). La maschera terrorizza, ma anche serve a farsi riconoscere e a riconoscersi. È quindi un modo per comunicare con gli altri costruendosi una identità.

Ogni società ha le sue maschere. Quali sono le nostre? O, in altri termini, quali sono i demoni che la nostra società combatte o evoca?

Luigi Pirandello, nei Sei personaggi in cerca d’autore, dice che i personaggi si presentano tutti con una maschera che li definisce come tipi. Insomma sono delle maschere di ciò che loro rappresentano ed per questo che il teatro di Pirandello si può considerare un teatro del riconoscimento. I personaggi sono in cerca di qualcuno che li riconosca: non esistono sino a quando non saranno riconosciuti. La maschera dunque al tempo stesso nasconde e rivela. E lo fa in modi diversi, secondo le situazioni e nei vari momenti della vita. All’inizio la maschera la trovi in famiglia. Uno crede che in famiglia nessuno indossi una maschera, poi si accorge che gli altri se la mettono. Cerca di capire cosa c’è dietro a quella che portano gli altri e, insieme, cerca di capire quale sia quella che meglio gli serve per proteggersi dagli altri.

In fondo, se ci pensiamo, l’adolescente è incerto lui stesso su cosa c’è dietro alla maschera che portano gli altri, come è incerto su cosa ci sia veramente che faccia conto di nascondere. Cerca la maschera più terribile o quella più festosa e ingannatrice. Tiene gli altri a distanza, mentre si guarda un po’ alla volta crescere dentro la maschera che solo in parte si costruisce, ma che poi, ad un certo punto, si vede costretto ad indossare.

Nelle culture antiche la maschera serve a far riconoscere il portatore di un ruolo e quindi serve ad occultare. Poi la possibilità della maschera matura nel soggetto perché vede che gli altri gliene riconoscono una e per il soggetto accettare quel riconoscimento sembra la cosa più ovvia, finendo per indossare quella figura nata dal riconoscimento degli altri come una maschera che ha scelto lui. Così la maschera diventa qualcosa che il soggetto non riesce più a togliersi, almeno che… Il film The Mask ne è un esempio significativo. Il protagonista è un impiegato di banca che tutti i giorni subisce, senza reagire, le piccole angherie della padrona di casa e del capoufficio. Ma una notte si trova a vagare per la città e, quasi per magia, si imbatte in una maschera. Indossandola si trasforma in un’altra persona. La maschera gli permetterà di entrare in contatto con se stesso, mostrandogli quegli aspetti della sua personalità che aveva rimosso. Il protagonista è ambivalente nei confronti del suo doppio mascherato. Ne ha paura perché incarna quella parte di sé divenutagli nel tempo ostile, ma ne è affascinato in quanto, grazie alla maschera, i suoi sogni diventano realtà, ne teme l’aggressività e la forza dei sentimenti, ma è attratto da quella esuberanza e istintualità che percepisce come una sua parte ritrovata. Il protagonista riesce a fare una scelta solo quando scopre di essere entrambe le persone: se stesso e la maschera. A poco a poco comprende che esse sono parti inscindibili di sé, che l’uno non può vivere senza l’altra e che la vita ha senso solo se si ha abbastanza coraggio da lasciarli convivere insieme.

Se la maschera assume la funzione di rito iniziatico che, nelle società antiche, permetteva sia l’abbandono della propria personalità sia il ritrovarne una nuova, oggi portare la maschera ha forse il significato insieme di mediazione con se stesso e di mediazione con l’altro. Dunque lavorare sul conflitto e sulla mediazione con se stessi significa fare i conti quotidianamente con il nostro doppio, ma anche con la molteplicità delle nostre identità e, infine, con le proiezioni delle nostre ombre. L’incontro dell’essere umano con la propria ombra comporta un lavoro difficile e faticoso che si protrae nel tempo e che mette in gioco l’intera personalità dell’individuo. L’ombra comunque non ha solo aspetti nascosti, rimossi o spiacevoli, ma ha anche istinti sani, impulsi creativi e buone qualità. Questo determina il conflitto continuo tra l’io e la sua ombra, risolvibile solo se l’individuo riesce a mediare tra le sue due parti permettendo loro di dialogare. In altre parole occorre assumere su di sé l’ambivalenza, l’incertezza, il riconoscimento della propria parzialità e provvisorietà per iniziare un percorso di trasformazione interiore accogliendo ciò che appare negativo e oscuro e ricomporre a unità le nostre parti divise.

Il reciproco riconoscimento/disconoscimento di luci e ombre è bene espresso in un passo del capitolo intitolato “Giochi di luci e ombre: dalla mediazione di sé alla responsabilità sociale” là dove si racconta di un lupo in agguato che la luce rende ombra, ora alleata ora carnefice.

Il corso, nella sua seconda parte, mette in evidenza come le storie di tutti i partecipanti si intrecciano, quasi a sovrapporsi le une alle altre in un altalenarsi tra singoli e gruppi, tra coscienza individuale e coscienza collettiva, come due sguardi differenti che si confrontano.

È nella profondità del nostro io che si può ritrovare la coscienza collettiva ed è negli strati più intensi della coscienza collettiva che ritroviamo la tensione dell’io, come una sorta di coinvolgimento emotivo che produce passione e sofferenza. Diventa allora cruciale, ci suggerisce Jacqueline Morineau, un lavoro di mediazione tra vecchio e nuovo ordine sociale, tra vecchia e nuova etica; lavoro di mediazione nel quale è indispensabile, se si vuole ricomporre l’unità, assumere un atteggiamento di disponibilità verso sé e verso l’altro con una forte compartecipazione emotiva (cum pathos) senza la quale ciascuno rimane dentro i propri confini.

Mediazione, ci dice Adolfo Ceretti nella prefazione all’edizione italiana di “Lo spirito della mediazione”, significa prendersi cura di comportamenti detti antisociali che producono solitamente in noi e negli altri sentimenti di risentimento, tradimento, rabbia, desiderio di vendetta, umiliazione, incomprensione, senso di colpa. Occorre dunque, prosegue Ceretti, reggere la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali e imparare a collocarsi tra le persone che ne sono portatrici. E continuando nella sua narrazione Ceretti ci ricorda che la prospettiva umanistica della mediazione intende aprire uno spazio nella contemporaneità, indicando una via lungo la quale i sentimenti messi a nudo e violati trovano finalmente un luogo per potersi esprimere e per potere dare e prendere la parola.

Allora per andare oltre la sofferenza è necessario incontrarla nella sua dimensione tragica e certamente il carcere è tragedia e le storie narrate nei sei capitoli del libro ne sono una viva testimonianza.

 

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Alberto Giasanti, sociologo del diritto, insegna le forme della mediazione e pluralismo giuridico e pluralismo culturale presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca dove è presidente del corso di laurea magistrale in programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali, Dipartimento di sociologia e ricerca sociale.

Svolge attività di ricerca e di formazione riguardo ad una serie di tematiche come: mediazione, conflitti, carcere, controllo sociale, sviluppo locale, marginalità sociale, differenze culturali, cooperazione internazionale, a livello nazionale, europeo e internazionale. In quest’ultimo caso con particolare riferimento all’America Latina.

È profesor adjunto internacional a la Universidad de Sancti Spíritus José Martí Pérez, Cuba.

 

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Libro - Anima Edizioni - Aprile 2015 - Critica sociale

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