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Introduzione - Batti Cuore - Libro di Johannes...

Leggi un estratto dal libro di Johannes Hinrich Von Borstel "Batti Cuore"

Introduzione - Batti Cuore - Libro di Johannes Hinrich Von Borstel

Tutti sappiamo suppergiù che cosa sia un infarto cardiaco. Non è molto salutare, di solito causa affanno e dolore al petto. Non di rado, interrompe addirittura il lavoro del cuore, che è quello di pompare sangue nei vasi ematici. Non va per niente bene. In fin dei conti, è grazie a questo muscolo che ogni angolo del nostro corpo - dalla cute del cranio al più piccolo dito dei piedi - riceve sangue ricco di nutrienti e soprattutto di ossigeno, essenziale per la nostra sopravvivenza.

Se il flusso di sangue dal cuore al cervello si interrompe anche solo per pochi secondi, è come se ci avessero appena dato una manganellata in testa: perdiamo immediatamente conoscenza, ed è improbabile che dell'organo del pensiero rimanga qualcosa di più che una poltiglia gelatinosa. In effetti, il cervello non tollera affatto la mancanza di ossigeno: è proprio per questo che il cuore batte in media centomila volte al giorno. Talvolta adagio, talvolta più forte, e di tanto in tanto sembra addirittura fermarsi per un istante. A ogni contrazione, sposta circa 85 millilitri di sangue, che nel giro di un giorno intero fanno circa 8.500 litri. Per trasportare simili quantità di liquidi, avremmo bisogno di un camion cisterna. Una prestazione davvero straordinaria!

È stato proprio un infarto cardiaco a impedirmi di conoscere mio nonno Hinrich. Morì più di dieci anni prima della mia nascita: dopo aver provato un forte dolore al petto, crollò a terra a corto di fiato. Tutte le volte che vedevo il suo grande ritratto in bianco e nero nel salotto di mia nonna, mi chiedevo come sarebbe stato conoscerlo di persona. Nelle foto dell'album di famiglia sembrava un uomo così forte!

Non capivo come una cosa tanto piccola potesse uccidere un uomo come lui. Per questo sin da ragazzino cominciai a divorare tutti i libri, illustrati e non, che trovavo in giro, purché parlassero del cuore umano e delle sue défaillances. I miei genitori premiarono l'interesse con altro materiale di lettura e, a poco a poco, maturai una vera passione per il funzionamento del corpo umano. Da grande, decisi, mi sarei occupato di natura e medicina. Volevo fare lo scienziato e magari il medico (piano B: musicista di strada). E non mi limitavo a leggere libri: collezionavo di tutto, dallo scheletro di un topo al carapace di una tartaruga, qualsiasi cosa mi potesse aiutare a farmi un'idea più precisa del corpo.

A quindici anni decisi di utilizzare le vacanze scolastiche per mettere da parte i libri e fare una vera esperienza di lavoro in una clinica veterinaria. Tutto emozionato, composi il numero. Il telefono prese a squillare al capo opposto della linea. Quattro, cinque volte. Più il tempo passava, più mi agitavo. Sette, otto volte. Alla fine, quando ormai avevo perso ogni speranza, qualcuno sollevò la cornetta. Rispose una donna dalla voce monotona e professionale.

«P-pronto...?» balbettai. «È la clinica veterinaria?»
«Sì, che cosa c'è?»
Ritrovando un po' di orgoglio, replicai: «Mi chiamo Johannes von Borstel. Sto cercando un posto per fare un tirocinio durante le vacanze scolastiche e...»
Mi interruppe: «Che classe fai?»
Un profondo sospiro all'altro capo della linea. «Ti dico subito che hai ben poche possibilità di ottenere un posto come tirocinante qui. Nella nostra clinica, se necessario, apriamo i cani per interventi d'emergenza. Sei ancora troppo giovane per assistere a cose del genere.»

Troppo giovane? Assolutamente no. Troppo sangue? Forse. Non potevo ancora saperlo. Era proprio quel che mi interessava scoprire: volevo vedere con i miei stessi occhi che cosa succedeva nel corpo dei mammiferi. Come raggiungere il mio scopo? Non mi restava che osare ancora di più: presentai altre domande, tentai persino presso l'ospedale della mia città, nel reparto di chirurgia d'urgenza. Due giorni dopo ricevetti la tanto agognata risposta. Avevano accettato la mia candidatura! Non ci potevo credere! Al pronto soccorso, per giunta! All'epoca non sospettavo ancora che cosa avrebbe significato per me quella lettera. Fu il lasciapassare verso il periodo più eccitante della mia vita di ragazzino.

La notte precedente il primo giorno di tirocinio non riuscii a dormire. Mi frullavano in testa troppi pensieri. Scene convulse di interventi d'urgenza, impavide divinità in camice bianco che guarivano da ogni male, enormi ferite aperte, e io lì, nel bel mezzo dell'azione. Ero estremamente agitato. A quali incidenti avrei assistito? Che compiti mi avrebbero assegnato? E se avessi commesso un errore, cosa sarebbe successo? Era forse possibile che proprio il primo giorno mi capitasse una disgrazia tale da far morire qualcuno per colpa mia? Non avevo idea di che cosa succedesse in un vero ospedale. Avevo frequentato solo un corso di primo soccorso.

«Johannes, vieni subito qui!!! Santo cielo, perché non sei stato attento?» tuonò una voce nel reparto.
Oh, no, pensai. Avevo fatto una cavoiata. Proprio il primo giorno. Percorsi in fretta il corridoio, entrai nella sala da cui presumevo provenisse il richiamo foriero di sventura e vidi la tragica scena. Un medico e un'aiutante, tutti e due schiumanti di rabbia, mi fissarono pieni di disapprovazione. Piegandosi all'implacabile forza di gravità, le gocce cadevano sul pavimento formando un lago impossibile da ignorare.

«Hai combinato un enorme disastro! Adesso è completamente andata! Non c'è più niente da fare!»

Annuii mortificato e distolsi lo sguardo per la vergogna. Avevo peccato di presunzione. Le istruzioni furono: «Pulisci subito questa porcheria. Fra poco arriva il primario. Non deve vedere questa roba. Non sarà per niente contento!» L'aiutante assenti, dopodiché uscirono entrambi dalla stanza. Indossai un paio di guanti di gomma, presi un rotolo di carta assorbente, staccai dei quadrati e li gettai sul luogo della disgrazia. Dopo aver finito il rotolo senza riuscire ad arginare l'inondazione, ci misi sopra anche un asciugamano.

Stavo per gettare il fagotto puzzolente nella spazzatura, quando all'improvviso mi si materializzò di fianco il primario. «Johannes?! Si può avere un caffè?» Appena vide il fagotto gocciolante nella mia mano, sogghignò.

«Fra quindici minuti...» balbettai. «Devo rimetterlo su.»

Il primo errore della mia carriera: sbagliare a ricaricare la macchinetta, trasformandola in un mostro eruttante fondi di caffè. Un errore fatale, perché era l'unica del reparto.

Davvero un successone, il mio primo giorno, pensai. Adesso che cosa dico alla gente in pausa per cavarmi d'impaccio?

«Eh, vabbe', mi sa che dovrete fare la vostra pausa senza caffè. Non è così grave e poi è anche molto più salutare» strillai allegramente pochi minuti dopo, sorridendo pieno di aspettative alle persone intorno a me. In fin dei conti, eravamo in un ospedale, tutti avrebbero dovuto concordare con me.

Che cosa imparai quel giorno? Che il modo più semplice per trasformare anche i più miti, fra i lavoratori di un ospedale, in un'orda di barbari incendiari è privarli del loro caffè. Aggiungere una battuta saccente fu il secondo errore madornale che commisi quel primo giorno. Non stupisce che da tirocinante fossi promosso lì per lì a nemico di stato numero uno. Per farmi perdonare, preparai una torta marmorizzata.

Se durante il periodo di tirocinio non commisi mai un errore grave con un paziente, fu grazie all'apprendistato lento e graduale a cui fui sottoposto. All'inizio, non mi affidarono ferite aperte, emorragie o altri compiti urgenti. Prima di potermi occupare di cose del genere, dovetti seguire un intenso programma di apprendimento e soprattutto accumulare molta esperienza.

Le mie giornate di tirocinante consistevano in questo: seguire il primario, imparare tecniche di fasciatura, misurare il polso e la pressione, esercitarsi con i colleghi, documentarsi al computer e assistere alla medicazione di piccole ferite. Inoltre, ogni giorno il primario mi impartiva una lezione, spiegandomi per filo e per segno le cure somministrate ai pazienti e le strategie terapeutiche adottate di volta in volta. Aveva un vero talento nel presentare argomenti anche complicati in modo tale da farli capire persino a me, che non avevo ancora studiato medicina.

Presto imparai anche a mettere i punti. Sì, d'accordo, cominciai con le banane. Soprattutto, però, scoprii che le ferite non erano sempre sanguinolente. E poi compresi un'altra cosa, forse la più importante, e cioè che una buona terapia non può prescindere da un atteggiamento empatico verso il paziente. Il primario sapeva riconoscere le persone infelici e riusciva magicamente a far comparire un sorriso sulle loro labbra. Impartiva anche consigli che esulavano dalla medicina.

Con molta pazienza, mi spiegò com'era costruito il corpo umano, dalla pelle fino agli organi interni. Fu così che risbocciò in me il primo grande amore (in campo medico): il cuore. Pieno di timore reverenziale, ascoltavo le spiegazioni sul muscolo cardiaco e su come erano strutturate le sue quattro camere: il primario mi raccontò del periodo in cui aveva lavorato come medico urgentista, mi parlò dell'infarto cardiaco e di come si curano i cuori malati. Più imparavo, più rimanevo sbalordito dalle straordinarie capacità di questo organo grande come un pugno.

Ormai non avevo più dubbi: il mio cuore batteva ancora per il cuore.

Batti Cuore

Batti Cuore

Combinando un approccio scientifico ad aneddoti e spunti gustosi riguardanti la sua esperienza personale, l'autore ci accompagna in un entusiasmante viaggio alla scoperta del cuore: dalla sua formazione e anatomia, alle malattie e cattive abitudini alimentari (ma non solo) che possono indebolirlo, dall'importanza dello sport e di uno stile di vita sano, a quello che si dimostra essere un efficace sistema di prevenzione, ovvero il sesso.

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Johannes Hinrich Von Borstel

Johannes Hinrich Von Borstel (1988) studia medicina a Marburgo, dove si sta specializzando in cardiologia molecolare.

Lavora come paramedico e dal 2013 partecipa regolarmente ai German Science Slam, talk di divulgazione scientifica.

 

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