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In quale lingua ti ammali? - Estratto da "Medicina...

Leggi in anteprima l'inizio del primo capitolo del libro di Nessia Laniado e impara come la malattia sia vista in modo completamente diverso in ogni cultura

In quale lingua ti ammali? - Estratto da "Medicina dell'Invisibile"

Anni fa l'Institut International Transcultura, creato da Umberto Eco e Alain le Pichon, invitò un gruppo di antropologi africani a visitare la Francia e a descriverla così come gli antropologi europei avevano descritto i paesi africani.

Quando gli europei lessero la relazione degli africani, le due osservazioni che più li lasciarono stupefatti furono: "Di fronte al mare i francesi si mettono nudi" e "Portano a passeggio i loro cani".

Ciò che a noi sembra normale, uscire col cane e abbronzarsi, per un'altra cultura, dove i cani girano liberamente per il villaggio e la parola abbronzatura non esiste, è semplicemente assurdo.

Lo stesso succede con il concetto di malattia. Qual è la norma? Che cosa si intende per anormale o malato? Ma soprattutto chi è che definisce i valori per cui un'esperienza vissuta da un essere umano possa essere considerata normale o patologica?

Per i cinesi un uomo pigro è un uomo che, senza dover lavorare e preoccuparsi, riesce a mangiare tutti i giorni. Quindi, uno meritevole di particolare stima.

Del resto l'espressione cinese per dire Come stai?, tradotta letteralmente, è: Hai mangiato oggi?. In Polinesia si chiede Dove stai andando?, in swahili: Che novità?, nelle lingue semitiche: Com'è la tua pace?

In Camerun ogni gruppo ha il suo modo di salutare. Quelli del sud, soprattutto i vecchi, quando si incontrano, si pongono l'un l'altro una lunga serie di domande di rito: Hai dormito bene? Passi bene la giornata? Stai facendo cadere bene il sole? E poi: La tua capanna va bene? Tuo padre? Tua madre? I tuoi figli?

Il modo di parlare svela il nostro mondo interiore e i nostri valori. Ci qualifica come un'impronta digitale o un biglietto da visita. Per questo, come scriveva Montesquieu (1689- 1755) nelle sue Lettere Persiane, se vogliamo capire il nostro paese dobbiamo farlo descrivere da uno straniero, cioè da qualcuno che guarda e ascolta. Come quando si va dallo psicanalista: per comprendere se stessi occorre osservarsi con gli occhi di un altro.

È con questi occhi, con lo sguardo di un antropologo, che qui prenderemo in considerazione il concetto di malattia: le convinzioni, le espressioni, le paure, i pensieri cui facciamo riferimento quando diciamo "sono malato"; idee che a noi sembrano ovvie e naturali ma che, come vedremo, dipendono dal contesto sociale e culturale in cui sono inserite.

In Europa ogni epoca ha un suo stile letterario, musicale e architettonico, ma anche una determinata malattia: la peste nel Medioevo, la sifilide nel Seicento, il colera nel Settecento, la Tbc nell'Ottocento. Poi dilagarono le malattie legate all'industrializzazione e al superlavoro, mentre infine nel Novecento, che ha sconfitto le malattie infettive acute, si moltiplicarono quelle degenerative.

Tra i popoli dell'Africa e dell'Asia le visioni sono diverse. Gli huli della Nuova Guinea pensano alla malattia, anche se leggera, come uno stadio del morire.

Fra i lugbara dell'Uganda alcuni malesseri sono letti come la maledizione degli spiriti ancestrali per non essersi comportati bene con gli anziani del proprio gruppo familiare. Fra i wolof del Senegal alcuni sintomi sono considerati il segno dell'elezione a un destino particolare.

Ogni società è assillata da ciò che considera la causa prima di ogni male: in Costa d'Avorio sono gli avi, i geni della terra, dell'acqua, della foresta, della montagna. Per la nostra cultura un tempo erano l'alcol, la mancanza di igiene, la malnutrizione e i matrimoni tra consanguinei, e oggi sono il fumo, i grassi, la sedentarietà, i ritmi di vita stressanti, i microbi o i geni.

Ma esiste davvero una malattia uguale per tutti, oppure ciascuno ha la propria malattia che non è uguale a quella di nessun altro?

Perché due persone nello stesso ambiente e nelle stesse condizioni reagiscono in modo opposto: una si ammala e l'altra no? Quanto la mente influisce sulla "scelta" di ammalarsi? Come mai succedono i "miracoli"? Persone che guariscono all'improvviso, apparentemente senza spiegazione?

In un'ampia ricerca sull'Antropofagia della malattia (1986), il francese Francois Laplantine nota che in tutte le epoche e tra tutti i popoli del mondo le parole che spiegano l'origine dei nostri malanni non superano la trentina e i modelli si riducono sostanzialmente a quattro coppie di opposti, che vedremo nelle pagine che seguono. La malattia:

  1. E' una "cosa" che esiste in sé, o al contrario dipende da un disequilibrio.
  2. Viene da fuori, o al contrario da dentro
  3. Dipende da un eccesso, o al contrario da una mancanza
  4. E un male, o al contrario un bene.

 

Medicina dell'Invisibile

Medicina dell'Invisibile

Perché sono malato? Perché proprio io? Perché proprio adesso? E perché questa malattia e non un’altra?

Cercando di vedere chiaro nel processo che porta allo squilibrio, Nessia Laniado procede con la disinvolta impertinenza (e la serietà scientifica) di chi sa grattar via lo smalto dei paludati protocolli scientifici per cogliere il cuore di tenebra dei nostri malesseri.

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Nessia Laniado

Nessia Laniado, giornalista, esperta di psicologia è stata direttrice delle riviste 'Donna e mamma' e 'Insieme'.

Per Red Edizioni ha pubblicato numerosi libri di grande successo.