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Il progetto del "Grande Mercato Transatlantico" -...

Leggi alcune pagine del libro di Alain de Benoist "Il Trattato Transatlantico"

Il progetto del "Grande Mercato Transatlantico" - Estratto dal libro di Alain de Benoist

Non se ne parla molto, ma siamo in presenza di uno dei più importanti avvenimenti dell’inizio del XXI secolo e di una delle minacce più temute. Di cosa si tratta? Di un progetto del “grande mercato transatlantico”, da cui dipende in larga parte l’avvenire stesso dell’Europa, ma anche del più importante accordo bilaterale che sia mai stato negoziato, visto che si tratta di istituire, procedendo a una deregolamentazione generalizzata, una gigantesca zona del libero scambio, che corrisponde a un mercato di oltre ottocento milioni di consumatori, alla metà del PIL mondiale e al 40% degli scambi mondiali; in sintesi, è la creazione della più ampia zona di libero scambio del mondo, grazie all’unione economica e commerciale dell’Europa e degli Stati Uniti.

È risaputo che la “liberalizzazione” totale degli scambi commerciali è un vecchio obiettivo dei circoli finanziari e liberali. Un primo ciclo di negoziazioni, detto “Uruguay Round”, si era concluso nell’aprile del 1994 con gli accordi di Marrakech, che un anno dopo avevano portato alla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Il progetto del grande mercato transatlantico è silenziosamente maturato, dopo più di venti anni dietro i sipari del potere, tanto a Washington quanto a Bruxelles. Possiamo facilmente individuarne le tappe.

Il 22 novembre 1990, un anno dopo la caduta del Muro di Berlino, gli Stati Uniti e l’Europa adottarono una prima “Dichiarazione transatlantica” attraverso cui si impegnavano a «promuovere i principi dell’economia di mercato, a rifiutare il protezionismo, a rinforzare e ad aprire maggiormente le economie nazionali a un sistema di commercio multilaterale». Nel dicembre del 1995, si tenne un summit euro-americano, che si concluse con l’attestazione della necessità di istituzionalizzare il legame transatlantico con una dichiarazione di impegno politico comune tra le parti: era quella che conosciamo come “Nuova Agenda trasatlantica” (NAT), patrocinata da Bill Clinton, Jacques Santer – l’allora presidente della Commissione europea – e Felipe Gonzales. Nel 1995 fu inoltre creata, con il nome di “Dialogo economico transatlantico” (TABD, Trans-atlantic Business Dialogue), una coalizione tra le grandi imprese pubbliche e le multinazionali, che intavolò nell’immediato delle intense attività lobbiste per avviare le negoziazioni. Tre anni dopo, nel maggio del 1998, durante il summit euro-americano a Londra, venne firmato un primo partenariato economico transatlantico.

Il progetto fu riattivato nel giugno del 2005, al summit euro-americano di Washington, sotto forma di una dichiarazione solenne a favore di un “Nuovo partenariato economico transatlantico”. Il 30 aprile 2007, venne istituito un “Consiglio economico transatlantico” da George W. Bush, presidente degli Stati Uniti, da Angela Merkel, allora presidente del Consiglio europeo, e da José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, sotto la direzione congiunta di Karel De Gaucht, commissario europeo al Commercio, e dell’americano Michael Froman. Questa nuova istanza si pose come obiettivo la negoziazione del mercato transatlantico nei suoi sfaccettati aspetti legislativi connessi alla produzione, al commercio e agli investimenti. Si convenne di riunirsi a cadenza annuale. Nel maggio del 2008, il Parlamento europeo approvò ufficialmente una risoluzione, che prevedeva la soppressione di tutte le barriere al commercio, ma anche la liberalizzazione dei mercati pubblici, della proprietà intellettuale e dei fondi di investimento.

Appena eletto, Barack Obama decise di far entrare il progetto in una fase più concreta. Gli europei, del resto, non furono da meno: il 2 febbraio del 2009, il Parlamento europeo adottava una risoluzione sullo “stato delle relazioni transatlantiche”, invitando alla creazione effettiva di un grande mercato transatlantico calcato sul modello liberale e implicante una libertà totale delle persone, dei capitali, dei servizi e delle merci. Il testo precisava che il partenariato transatlantico si fondava «su importanti valori condivisi, quali la democrazia, i diritti dell’uomo e lo Stato di diritto» e che doveva «rimanere la pietra angolare dell’attività esterna all’Unione». Nello stesso documento si facevano i rallegramenti per la «presenza crescente delle organizzazioni d’origine americana a Bruxelles», si sottolineava la «importanza della NATO come pietra angolare della sicurezza transatlantica», si evocava una «integrazione progressiva dei mercati finanziari» e si dichiarava il sostegno a favore della «soppressione degli ostacoli che impediscono gli investimenti e la prestazione dei servizi finanziari transatlantici». Gli orientamenti erano quindi inequivocabili. Il processo, da quel momento poteva decollare e la Commissione europea ingranò la quarta già dal gennaio del 2011.

Nel febbraio del 2013, il Consiglio europeo si pronunciò a sua volta per «un accordo commerciale globale EU-USA». Il 13 febbraio, Obama firmò con José Maria Barroso e Herman Van Rompuy una dichiarazione, che adottava il principio di un accordo di partenariato transatlantico per il commercio e l’investimento. François Hollande, tenuto a rappresentare la Francia, rimase muto e lasciò fare. Il 12 marzo, la Commissione europea approvò il progetto del mandato concernente la conclusione di quell’accordo con gli Stati Uniti.

Il 14 giugno 2013, i governi dei 27 Stati membri dell’Unione Europea davano dunque ufficialmente alla Commissione europea il mandato per negoziare con il governo americano la creazione di un grande mercato comune transatlantico, che ha ricevuto il nome di Partenariato transatlantico del commercio e degli investimenti (TTIP, Transatlantic Trade an Investment Partnership). Alcuni giorni dopo, il 17 giugno, il Consiglio dell’Unione Europea adottava un rapporto, concernente le direttive per la negoziazione di questo partenariato, qualificato da José Manuel Barroso come uno dei «più importanti al mondo».

Tale rapporto precisa che gli obblighi del partenariato, «basati su valori comuni, con particolare attenzione alla protezione e alla promozione dei diritti dell’uomo», impegneranno «il governo a tutti i livelli»; inoltre indica che l’obiettivo è quello di «legare il livello della liberalizzazione dei due partiti al più alto grado di liberalizzazione ottenuto in seguito agli accordi di libero scambio già conclusi, sempre cercando di raggiungere dei nuovi accessi al mercato con l’eliminazione degli ostacoli che ancora permangono».

Le prime negoziazioni ufficiali sono state aperte a Washington l‘8 luglio 2013, in seguito al summit del G8 organizzato il mese precedente nell’Irlanda del Nord. Il secondo e il terzo giro di discussioni hanno avuto luogo negli scorsi mesi di novembre e dicembre. È prevista un’altra riunione, da tenersi a Bruxelles nel marzo del 2014. Finora, le negoziazioni sono state condotte da Karel De Gucht – attualmente perseguito in Belgio per frode fiscale – con l’assistenza dello spagnolo Ignacio Garcia Bercero, direttore presso la Commissione europea per lo sviluppo sostenibile e il commercio bilaterale. I soci partecipanti sperano di pervenire a un accordo entro il 2015.

Qual è l’obiettivo? Si dice che l’eliminazione delle barriere commerciali transatlantiche apporterebbe dagli 86 ai 119 miliardi di euro all’anno all’economia europea e dai 65 ai 90 miliardi agli Stati Uniti, e questo potrebbe significare, da qui a quindici anni, un aumento medio di entrate di 545 euro per nucleo domestico europeo (i dati sono forniti dalla Commissione europea e dal Center for Economic Policy Research). Secondo un rituale da copione, si garantisce che l’accordo andrà a beneficio di tutti, avrà un effetto favorevole sull’occupazione e così via. Tali promesse, rapportate al 2027 come anno di riferimento in prospettiva, sono sprovviste di senso. Nel 1988, la Commissione europea aveva già sostenuto che l’istituzione del grande mercato europeo, prevista per il 1992, avrebbe creato dai 2 ai 5 milioni di nuovi posti di lavoro in Europa. Li stiamo ancora aspettando. Riguardo al mercato transatlantico, gli analisti più ottimisti parlano di qualche decimo di punto del PIL (tra lo 0,27% e lo 0,48%), o anche di un “sovrappiù di ricchezza” di 3 centesimi a persona al giorno, a partire dal 2029! Il progetto, peraltro, conta sulle esportazioni come mezzo di rilancio della crescita, e questo frenerebbe quindi ogni rilocalizzazione delle attività di produzione. In compenso, l’atteso aumento delle esportazioni porterebbe a un forte aumento delle emissioni di gas a effetto serra, quando invece l’Unione Europea si era impegnata a ridurle.

Eppure a colpire ancora di più gli osservatori è la straordinaria mancanza di limpidezza con cui si sono svolte le discussioni fino a ora. Né l’opinione pubblica, né i suoi rappresentanti hanno avuto accesso al mandato di negoziazione. La classe politica, nel suo insieme, si è trincerata in un silenzio che lascia sbalorditi. Visto che i trattati delegavano alla Commissione europea una competenza esclusiva in materia commerciale, il Parlamento europeo non è stato neppure preso in considerazione. Sono in molti a parlare di “negoziazioni commerciali segrete”, per qualificare queste trattative che avvengono a porte chiuse. I cittadini non sono a conoscenza di nulla, mentre questo non è certamente il caso dei “decisori” appartenenti ai grandi gruppi privati, alle multinazionali e ai diversi gruppi di pressione, che invece partecipano regolarmente alle discussioni.

Le multinazionali, infatti, sono state sin dall’inizio al centro delle negoziazioni. Esse sono presenti tramite diversi gruppi o lobby come la Transatlantic Business Council (TBC), organizzazione derivata nel 1995 dal «Dialogo economico transatlantico», o la Transatlantic Policy Network (TPN) – fondata nel 1992 per rinsaldare le relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti – che raggruppa un centinaio di parlamentari europei e americani e molte imprese transnazionali (come la Nestlé, la BASF, la Dow Chemical, la Walt Disney, la Time Warner, la Hewlett Packard, la Ford, la Boeing, la Siemens, l’IBM, la Microsoft ecc.), senza dimenticare l’associazione europea dei titolari d’aziende Business Europe (di cui fa parte il MEDEF), l’European Business Summit e i rappresentanti delle banche, delle industrie parafarmaceutiche, delle lobby del settore agroalimentare e della chimica, delle industrie dell’automobile e degli armamenti e così via.

Come al momento della costituzione del NAFTA (zona di libero scambio che lega il Canada, gli Stati Uniti e il Messico) nel 1994, l’obiettivo manifestato è, come si è visto, quello della deregolamentazione degli scambi tra i due più grandi mercati del Pianeta. Il progetto mira alla «soppressione totale dei diritti di dogana sui prodotti industriali e agricoli», ma soprattutto si propone di «raggiungere il livelli più alti della liberalizzazione degli investimenti».

La soppressione dei diritti di dogana non avrà effetti macroeconomici importanti. Di fatto, gli Stati Uniti sono già i primi clienti dell’Unione Europea, e viceversa. Oggi come oggi, circa 2,7 miliardi di dollari, tra beni e servizi, vengono scambiati ogni giorno tra i due continenti. Gli investimenti diretti rappresentano 3700 miliardi di dollari. In totale, nel 2012, gli scambi sono arrivati a 670 miliardi di dollari: il commercio tra le filiali di uno stesso gruppo rappresenta più della metà degli scambi!

I diritti di dogana rimangono comunque importanti almeno in due settori: quello tessile e quello agricolo. La loro soppressione provocherà una perdita di reddito per gli agricoltori, una caduta delle esportazioni agricole francesi, un’accresciuta industrializzazione dell’agricoltura europea e l’arrivo massivo di soia e grano americano in Europa. A livello globale, inoltre, lo smantellamento dei diritti di dogana sarà pregiudizievole per l’Europa, perché il loro tasso medio è del 5,2% nell’Unione Europea, mentre negli Stati Uniti è solo del 3,5%. Se essi verranno soppressi, gli Stati Uniti ne trarranno un vantaggio superiore del 40%, rispetto a quello dell’UE. Tale vantaggio sarà significativo soprattutto in alcuni settori: in Europa, i diritti di dogana sui materiali di trasporto sono del 7,8%, contro lo 0% negli Stati Uniti; la loro soppressione porterà quindi danno all’industria automobilistica europea e la debolezza del dollaro, a confronto dell’euro, sarà favorevole comunque agli Stati Uniti, a scapito delle produzioni europee, che saranno spinte a delocalizzare, aggravando così ancora di più la disoccupazione.

Molto più importante è l’eliminazione programmata delle cosiddette “Barriere non tariffarie” (BNT), cioè l’insieme delle regole e delle normative che i negoziatori ritengono tanto nocive quanto superflue, perché costituiscono altrettanti “ostacoli” alla libertà di commercio; si tratta chiaramente delle norme costituzionali, legali e regolamentari che, in ogni Paese, avrebbero buone probabilità di impedire una libertà commerciale eretta a libertà fondamentale: le norme di produzione sociale, salariali, ambientali, sanitarie, finanziarie, economiche, politiche ecc. In questo modo, gli accordi in corso di negoziazione si propongono di arrivare a una «armonizzazione progressiva delle normative e del riconoscimento reciproco delle regole e delle norme in vigore». Lo stesso José Manuel Barroso ha precisato che «l’80% dei guadagni economici attesi dall’accordo verrà dalla riduzione del fardello delle normative e dalla burocrazia». La posta in gioco normativa è quindi enorme.

Per la liberalizzazione dell’accesso ai mercati, l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono tenuti a fare “convergere” le loro normative in tutti i settori. Il problema è che gli Stati Uniti sono oggi al di fuori del quadro del diritto internazionale in materia ecologica, sociale e culturale, e inoltre si rifiutano di applicare le principali convenzioni sul lavoro, il protocollo di Kyoto sul riscaldamento climatico, la convenzione sulla biodiversità, le convenzioni dell’Unesco sulle differenze culturali ecc. In quasi tutti i casi, i loro regolamenti sono meno vincolanti di quelli esistenti in Europa. Dato che evidentemente gli Stati Uniti non pensano, neppure per un momento, di irrigidire la loro legislazione, e visto che l’obiettivo è quello di allinearsi «al massimo della liberalizzazione esistente», la “convergenza” verrà fatta attraverso l’allineamento delle norme europee sulle loro. In fatto di “armonizzazione”, saranno gli Stati Uniti a imporre all’Europa le loro regole commerciali. Come afferma Jean Michel Quatrepoint, «in realtà, in questa negoziazione si discute solo di ciò che potrebbe essere concesso dagli europei, mai di quello che detengono gli Stati Uniti».

Ora, queste regole differenti tra le due coste dell’Atlantico sono il riflesso di scelte sociali differenti. Sotto delle apparenze tecniche, le norme e i regolamenti corrispondono a delle preferenze collettive che rispecchiano l’idea che ci si fa della tutela dei cittadini, a scelte socioculturali, a realtà storiche, geografiche, linguistiche e talvolta anche costituzionali, a tradizioni regionali, ai rapporti di forze sociali. Sono le scelte fatte dalle varie società che si vogliono eliminare, a vantaggio di un modello unico, riducendo di fatto le norme al più piccolo denominatore comune. La loro soppressione, di conseguenza, equivarrebbe a una trasformazione generale delle società, che va ben oltre il semplice commercio. Se si impongono le norme americane, i Paesi europei arriveranno a conoscere una forte regressione.

Nel settore agricolo, l’apertura del mercato europeo dovrebbe provocare l’arrivo massivo di prodotti a basso costo del mercato agroalimentare americano: carne bovina agli ormoni, carcasse di carni cosparse di acido lattico, pollami lavati con la clorochina, carni addizionate con il cloridrato di ractopamina, OGM (organismi geneticamente modificati), animali nutriti con farine animali, prodotti con pesticidi il cui uso è oggi vietato, additivi tossici ecc. Tutte le norme sanitarie europee, ritenute da tempo “troppo restrittive” dagli americani, potrebbero essere così condannate come “barriere commerciali illegali”. In materia ambientale, la regolamentazione che delimita l’industria agroalimentare verrebbe smantellata. I gruppi farmaceutici potrebbero bloccare la distribuzione dei medicinali generici. I servizi d’urgenza potrebbero essere costretti alla privatizzazione. Anche l’acqua e l’energia potrebbero avere la stessa sorte. Per quanto concerne il gas di scisto, la fratturazione idraulica potrebbe diventare un diritto intangibile. Inoltre, siccome negli Stati Uniti le “indicazioni di zone geografiche protette” non sono riconosciute, le “denominazioni di origine controllata” sarebbero messe in pericolo.

La produzione culturale e audiovisiva è tutelata in Europa da vari meccanismi di finanziamenti pubblici, ma anche da regolamentazioni sulla diffusione, che gli americani vorrebbero far saltare per inondare più massicciamente l’Europa dei loro prodotti. Una liberalizzazione del settore audiovisivo verrebbe fatta a favore dei giganti americani del digitale. Per questa ragione, la Francia ha preteso che l’audiovisivo – ma non l’istituto culturale in senso esteso: i teatri, l’opera, i musei, gli archivi, le biblioteche, il patrimonio ecc. – sia per il momento escluso dall’accordo, e la sua posizione ha ricevuto l’appoggio di altri tredici Paesi.

Ma per quanto tempo? In un’intervista concessa a «International Herald Tribune», José Manuel Barroso ha già violentemente criticato la volontà della Francia di escludere il settore audiovisivo dal mandato per le negoziazioni commerciali con gli Stati Uniti, definendo tale posizione «totalmente reazionaria». Il rapporto del 17 giugno 2013 precisa inoltre che la Commissione europea potrà sottoporre nuovamente la questione durante le negoziazioni, e questo lascia la porta aperta a un’evoluzione. Karel De Gucht ha dichiarato: «È detto con chiarezza che possiamo fare nuove proposte al Consiglio su un mandato aggiunto, su ogni questione, compresa quella del settore audiovisivo».

De Gucht ha anche precisato di riservarsi il diritto di «discutere» delle questioni culturali, qualora gli americani ne facessero richiesta. Ora, per gli americani, la posta in gioco delle industrie culturali comprende anche il patrimonio e tutto ciò che può essere “vampirizzato” da Google. In materia culturale, i musei nazionali potrebbero anche perdere il diritto di prelazione sui beni artistici nazionali a favore dei collezionisti privati. Nell’ambito della proprietà intellettuale, le poste in gioco sono ugualmente importanti, in particolare nel settore degli armamenti e dell’aeronautica.

In materia sociale, ci sono tutte le protezioni connesse al diritto al lavoro che potrebbero essere rimesse in causa. Per quanto concerne i regolamenti riguardanti la mano d’opera e il lavoro, nel rapporto del 17 giugno si dice che dovranno essere rispettati «a condizione che così facendo non vengano compromessi i vantaggi derivanti dall’accordo», e questo significa proclamare un principio svuotandolo immediatamente del suo contenuto! Infatti, come ha ricordato la Confederazione europea dei sindacati, «non c’è alcuna garanzia quanto alla creazione dei posti di lavoro, mentre sarà agli azionisti che verranno versati i benefici sotto forma di dividendi, con conseguente diminuzione della parte dei salari». È chiaro che le delocalizzazioni saranno protette.

A proposito dei servizi pubblici, è indicato che l’accordo «riguarderà i monopoli pubblici, le imprese pubbliche e le imprese a statuto specifico o esclusivo» per arrivare alla «apertura dei mercati pubblici ad ogni livello: amministrativo, nazionale, regionale e locale». Anche gli ospedali, le scuole, le università, la Previdenza sociale sono coinvolti. A termine, il regime dei finanziamenti statali vigente in Europa dovrà allinearsi al modello americano. Gli Stati Uniti sono ben fermi nel proteggere i loro mercati pubblici, solo il 30% dei quali è attualmente aperto alle imprese estere (in virtù del Buy American Act del 1933), contro il 95% dei mercati pubblici europei.

Sul piano finanziario, l’accordo si pronuncia a favore della «liberalizzazione completa dei pagamenti correnti e dei movimenti dei capitali», anche quando riguardi almeno il 60% delle attività mondiali bancarie. Ma cosa può significare un accordo di libero scambio, i cui termini possono essere costantemente falsati dalla sottovalutazione del dollaro a confronto con l’euro? Il 16 settembre 2013 a Parigi, al convegno “Il progetto del mercato transatlantico” organizzato dalla Fondazione Res Publica, l’economista Jean-Luc Gréau ha sottolineato l’importanza del quadro monetario all’interno di questo affare:

«È possibile fare un mercato pubblico transatlantico senza avere almeno un quadro monetario stabile, con la valuta americana e quella europea stabilizzate tra di loro? Detto in altro modo, possiamo evocare l’ipotesi di un SMA (sistema monetario atlantico)? No, credo di no».

Per quanto riguarda il controllo delle popolazioni è prevista una cooperazione transatlantica (tutela dei dati personali su Facebook e Gmail, etichetta RFDI, carte di credito, videocamere, biometrie ecc.).

Ricardo Cherenti e Bruno Poncelet riassumono così il programma:

«Disfacimento delle conquiste sociali, riduzione dei salari, flessibilità del lavoro, attacco contro le solidarietà sociali, conseguimento di privilegi fiscali, indebitamento crescente degli Stati, che giustifica una governance dall’alto».

Ma c’è di peggio. Uno dei fascicoli più esplosivi della negoziazione riguarda l’istituzione di un meccanismo di “arbitraggio delle controversie” tra gli Stati e gli investitori privati. Questo meccanismo, detto di “protezione degli investimenti” (ISDS, Investor State Dispute Settlement), deve permettere alle imprese multinazionali e alle società private di trascinare davanti a un tribunale ad hoc – per ottenere il risarcimento dei danni – quegli Stati o quelle collettività territoriali che facessero evolvere la loro legislazione in un senso giudicato nocivo ai loro interessi o di natura tale da restringere i loro benefìci, cioè ogni volta che le loro politiche sugli investimenti fossero chiamate in causa dalle politiche pubbliche. La controversia verrebbe arbitrata in modo discrezionale da giudici o da esperti privati, esterni alle giurisdizioni pubbliche nazionali o regionali; l’ammontare del risarcimento dei danni sarebbe potenzialmente illimitato (cioè non vi sarebbe alcun limite alle penalità che un tribunale potrebbe infliggere a uno Stato, a beneficio di una multinazionale) e il giudizio pronunciato non sarebbe suscettibile di alcun appello.

L’idea non è nuova. Essa figurava già nel progetto di Accordo multilaterale sull’investimento (AMI), negoziato segretamente tra il 1995 e il 1997 dagli Stati membri dell’OCSE, e fu una delle cause essenziali del suo rifiuto, in seguito alla decisione presa da Lionel Jospin di ritirare il sostegno da parte della Francia. Da questo punto di vista, il TTPI (Trust Territory of the Pacific Islands, Territorio fiduciario delle isole del Pacifico), può essere considerato come una «versione modificata dell’AMI».

Questa volta sembra che l’offensiva stia per riuscire. Un meccanismo di questo tipo, d’altronde, è stato già integrato all’accordo commerciale che l’Europa ha recentemente negoziato con il Canada (CETA)6. Alle aziende multinazionali verrebbe concesso uno statuto giuridico uguale a quello degli Stati o delle nazioni, mentre gli investitori stranieri avrebbero il potere di aggirare la legislazione e i tribunali nazionali per ottenere delle compensazioni pagate dai contribuenti per azioni politiche governative finalizzate a salvaguardare la qualità dell’aria, la sicurezza alimentare, le condizioni di lavoro, i livelli delle cariche sociali e dei salari o la stabilità del sistema bancario. Nei fatti, il ricorso ad arbitri privati per regolamentare una controversia tra uno Stato e un investitore non può che dissuadere gli Stati dal mantenere i servizi pubblici, dal continuare a proteggere i diritti sociali e dal garantire la previdenza sociale o dal cercare di controllare l’attività delle multinazionali. La giustizia sarebbe resa al profitto della Banca mondiale e del suo Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative agli investimenti (CIRDI), senza che siano presi in conto gli interessi dei Paesi e dei popoli. Essendo così rimessa in discussione la capacità degli Stati di legiferare, le norme sociali, fiscali, sanitarie e ambientali deriverebbero non più dalla legge, ma da un accordo tra gruppi privati, le aziende multinazionali e i loro avvocati, legittimando in tal modo il primato del diritto americano. Si assisterebbe così a una privatizzazione totale della giustizia e del diritto, mentre l’Unione Europea sarebbe esposta a un diluvio di domande di indennità provenienti dalle 14.400 multinazionali che posseggono all’oggi più di 50.800 filiali in Europa.

Grazie a meccanismi di questo genere, d’altronde, alcune imprese straniere hanno già avviato dei procedimenti giudiziari contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazione delle emissioni tossiche in Perù! La multinazionale Lone Pine ha chiesto al governo canadese di accordarle 250 milioni di dollari di “risarcimento” per i profitti che essa non ha potuto realizzare a causa della moratoria sull’estrazione del gas di scisto, istituita nella valle del San Lorenzo. Nel 2012, l’OMC aveva già inflitto all’Unione Europea delle penali di centinaia di milioni di euro per il suo rifiuto all’importazione degli organismi geneticamente modificati (OGM). Nel mondo, sono in corso più di 450 procedure di questo tipo.

Il «Wall Street Journal» l’ha riconosciuto con una certa ingenuità: il partenariato transatlantico «è un’opportunità per riaffermare la leadership globale dell’Ovest in un mondo multipolare». Una leadership, che gli Stati Uniti non sono riusciti a imporre tramite l’intermediario dell’OMC. A Doha, capitale del Qatar, nel 2001 la leadership statunitense ha lanciato un ambizioso programma di liberalizzazione degli scambi commerciali, ma in seno a questa organizzazione, il cui nuovo presidente, successore del francese Pascal Lamy, è il brasiliano Roberto Azevêdo, gli americani si scontrano da più di dieci anni con la resistenza dei Paesi emergenti (Cina, Brasile, India, Argentina) e dei Paesi poveri. L’unico risultato ottenuto è stato, lo scorso dicembre, l’accordo raggiunto a Bali. È per questa ragione che gli Stati Uniti hanno adottato una nuova strategia, il cui frutto è il TTIP. L’istituzione di un grande mercato transatlantico è, per loro, un mezzo per schiacciare la resistenza dei Paesi terzi, reclutando l’Europa in un insieme il cui peso economico sarà tale da imporre gli interessi di Washington al mondo intero.

Per gli Stati Uniti, si tratta quindi di tentare di mantenere l’egemonia mondiale togliendo alle altre nazioni il controllo degli scambi commerciali a beneficio delle multinazionali ampiamente controllate dalle loro élite finanziarie. Parallelamente, essi vogliono contenere la salita al potere della Cina, diventata oggi la prima potenza esportatrice mondiale. La creazione di un grande mercato transatlantico offrirebbe loro un partner strategico capace di fare soccombere le ultime piazzeforti industriali europee. Permetterebbe di smantellare l’Unione Europea a favore di un’unione economica intercontinentale, cioè di fare rientrare definitivamente l’Europa nel grande insieme “oceanico”, tagliandola fuori dalla sua parte orientale e da ogni legame con la Russia. D’altronde, siccome gli americani sono preoccupati per l’impatto negativo della caduta dell’attività economica europea sulle esportazioni americane, e di conseguenza sul loro utilizzo negli Stati Uniti, si può capire la fretta che hanno di concludere l’accordo.

È significativo il fatto che nel 2011 sia stato lanciato dagli Stati Uniti un grande “Partenariato transpacifico” (TTP, Trans-Pacific Partnership). Questo partenariato – che contava inizialmente otto Paesi (Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Malesia, Brunei, Vietnam), ai quali nel 2012 si è aggiunto il Giappone – mira a contrastare principalmente l’espansione economica e commerciale della Cina. Come ha affermato senza tanti giri di parole Bruce Stokes, dell’istituto di ricerca statunitense German Marshall Fund, l’obiettivo è quello di «garantire che a restare la norma mondiale sia il capitalismo nella versione occidentale, e non quello dello Stato cinese». In seguito all’arrivo del Giappone, il TPP non rappresenta neppure un terzo del commercio mondiale e il 40% del PIL mondiale; vale a dire che il Partenariato transpacifico e il trattato transatlantico, ai quali si può aggiungere il NAFTA, coprirebbero, solo loro tre, il 90% del PIL mondiale e il 75% degli scambi commerciali.

Ancora più a lungo termine, l’obiettivo è chiaramente quello di stabilire delle regole mondiali sul commercio. Carla Hills, la principale negoziatrice del trattato transatlantico sotto George Bush, l’ha d’altronde presentato come un «catalizzatore necessario», verso un «nuovo ordine commerciale». Benché bilaterale, un accordo Unione Europea-Stati Uniti segnerebbe un passo verso un ritorno al riconoscimento del primato delle regole commerciali multilaterali. Anche José Manuel Barroso l’ha detto: «Un tale accordo stabilirà la norma, non solo per il commercio e gli investimenti transatlantici, ma anche per lo sviluppo del commercio attraverso il mondo». Si tratta, ha confermato Karel De Gucht, «di elaborare quelle norme che hanno l’ambizione di diventare mondiali».

Barack Obama, da parte sua, non ha esitato a paragonare il partenariato transatlantico a una «alleanza economica forte quanto l’alleanza diplomatica e militare» rappresentata dalla NATO. La formula è abbastanza esatta. È proprio una NATO economica, posta come il suo modello militare sotto la tutela americana, che il TTIP cerca di creare allo scopo di diluire la costruzione dell’Europa in un vasto insieme interoceanico, senza alcuno scossone geopolitico, per fare dell’Europa il cortile di servizio degli Stati Uniti, consacrando così l’Europa-mercato a detrimento dell’Europa-potenza.

La posta in gioco è politica. Attraverso un’integrazione economica imposta forzatamente, la speranza è di istituire una “nuova governance”, comune ai due continenti.

A Washington come a Bruxelles, non si nasconde il fatto che il grande mercato transatlantico altro non è che una tappa verso la creazione di una struttura politica mondiale, che prenderà il nome di Unione transatlantica.

Così come ci si aspetta che l’integrazione economica dell’Europa sfoci sull’unificazione politica, allo stesso modo si tratterà di creare a breve un grande blocco politico-culturale unificato, che vada da San Francisco fino alle frontiere della zona d’influenza russa. Venendo così il continente euroasiatico tagliato in due, potrebbe essere creata una vera Federazione transatlantica dotata di un’assemblea parlamentare, che raggruppi alcuni membri del Congresso americano e del Parlamento europeo, e rappresenti 78 Stati (28 Stati europei, 50 Stati americani). La sovranità europea potrebbe essere trasferita quindi negli Stati Uniti, una volta che le sovranità nazionali fossero già state annesse dalla Commissione di Bruxelles. Le nazioni europee resterebbero dirette da normative europee, dettate però dagli americani. Come si vede, il progetto è molto ambizioso e la sua realizzazione segnerebbe una svolta storica, eppure sulla sua opportunità nessun popolo è mai stato consultato. Noël Mamère ha detto:

«Se questo progetto avesse un buon esito, l’Europa sarebbe ridotta allo stato di elemento subalterno all’interno di un insieme occidentale dominato dal libero scambio, dall’ultraliberalismo e dal dollaro [...]. Diventeremmo i suppletivi degli Stati Uniti, come già siamo sul piano militare da quando la Francia è rientrata nella NATO».

Jean-Luc Mélanchon ha rincarato la dose:

«Il grande mercato transatlantico è un’annessione dell’Europa fatta dagli Stati Uniti [...]. Attesta la dissoluzione di fatto dell’Unione Europea nel mercato unico degli USA».

La verità obbliga a dire che non hanno torto. Con il TTIP, l’obiettivo a lungo termine è quello di fare governare il mondo dall’economia e, allo stesso tempo, di «ricostruire un mondo unipolare a partire da un impero euro-atlantico, sotto il controllo statunitense». Una mostruosità.

Resta da sapere se le negoziazioni andranno in porto e se il grande mercato transatlantico vedrà realmente la luce. Oggi come oggi, non si comprende bene cosa potrebbe impedirne la realizzazione. E ci sono ancora meno ragioni per sperare che il risultato non sia la subordinazione dell’Europa agli Stati Uniti, dato che i gruppi dirigenti europei sono evidentemente vittime consenzienti di questa annessione. L’incredibile debolezza delle reazioni europee allo scandalo dello spionaggio americano in Europa, nel quadro del programma PRISM della NASA rivelato in occasione della faccenda Snowden, testimonia da sola il livello di sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti, ma lo testimoniano anche l’acquisto di 37 aerei da combattimento americani F-35 da parte dell’Italia e dei Paesi Bassi, la scelta del governo tedesco di scegliere il lanciatore americano Falcon 9 per lanciare tre satelliti governativi, o la decisione della Francia di acquistare dal costruttore americano General Atomics dei droni di sorveglianza Reaper per 1,5 miliardi di dollari.

Il governo francese, dal canto suo, si è ufficialmente riallineato alla finanza del mercato. Ha inoltre ereditato l’atlantismo tradizionalmente professato dal partito socialista all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, il che spiega perché François Hollande si sia ben guardato dal ritornare sulla reintegrazione della Francia nell’apparato integrato della NATO. Non si deve neppure dimenticare quanti dirigenti politici attuali fanno parte dei “Young Leaders” della Fondazione Franco-Americana. Come ci si può stupire, quindi, per la dichiarazione di Nicole Bricq, ministro del Commercio estero, che ha presentato il progetto del trattato transatlantico come una «possibilità per la Francia », alla quale «non si può che essere favorevoli»?

Il 28 giugno 1978, l’economista François Perroux scriveva su «Le Monde»:

«L’Europa senza rive poteva avere due sensi. O l’Europa libera ritorna a essere un centro di influenze economiche, politiche, intellettuali, che propaga le sue intense attività verso l’esterno, senza correre all’oggi il rischio dell’imperialismo. Oppure l’Europa è invasa. Senza rive, essa subisce delle forze esterne alle quali non desidera neppure più resistere».

È sempre più verso la seconda ipotesi che l’Europa sembra orientarsi.

Il Trattato Transatlantico

Il Trattato Transatlantico

Il Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership ossi TTIP), rappresenta un pericolo senza precedenti per tutti i Paesi d’Europa e forse, proprio per questo, le trattative tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America si svolgono all’insaputa della maggioranza dell’opinione pubblica.

L’obiettivo di tale trattato è quello di dare vita a un accordo commerciale intercontinentale tra l’Europa e il Nord America, che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti dei due continenti, in modo che non vi sia più alcun ostacolo alla libera circolazione delle merci: creare insomma un grande libero mercato.

Uniformando il nostro regolamento agli standard americani - volutamente meno restrittivi - verrà meno non solo la tutela dell’ambiente, della salute, dei livelli salariali e dei consumatori, ma anche quella delle aziende europee. Per quanto riguarda l’agricoltura, infatti, negli Stati Uniti è possibile coltivare prodotti OGM e utilizzare gli ormoni nell’allevamento degli animali destinati all’alimentazione, così come non è riconosciuta alcuna denominazione di origine controllata, tanto per dirne una.

Alain de Benoist illustra con chiarezza il pericolo mortale che corrono a causa del Trattato transatlantico la giustizia sociale, la nostra libertà e la nostra autodeterminazione, invitando le persone e le comunità a ribellarsi.

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Alain De Benoist

Alain De Benoist, scrittore e saggista, è direttore delle riviste Nouvelle Ecole e Krisis.

Tra i suoi numerosi saggi tradotti in italiano, ricordiamo L’eclisse del sacro; L'Impero interiore; Oltre l'Occidente; Ripensare la guerra; Oltre i diritti dell’uomo. Per difendere le libertà; L’impero del Bene. Riflessioni sull’America d’Oggi.

 


 

 

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