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Il corpo è il tuo cucciolo - Estratto dal libro...

Leggi in anteprima un brano del libro di Don Jose Ruiz "Il serpente, il mio buon amico"

Il corpo è il tuo cucciolo - Estratto dal libro "Il serpente, il mio buon amico"

«E ora vorrei presentarvi mio figlio». Guardai attorno a me, tra il mare di gente che mi circondava, sperando ardentemente che mio fratello si fosse intrufolato lì dentro e fosse da qualche parte in mezzo a loro.

E mentre giravo gli occhi attorno, il cuore batteva così forte da uscirmi dal petto e mi ricordai di ciò che era accaduto solo un paio di ore prima. Ero comodamente seduto in salotto a giocare all'ultima avventura di Super Mario Bros sul mio Nintendo, e poi arrivò mio padre per invitarmi a seguirlo alla sala conferenze locale dove avrebbe tenuto un discorso.

Da bambino frequentavo i suoi seminari in cui la gente imparava ad accrescere la propria consapevolezza della vita e ad amarsi. Anche se ero molto piccolo, mi ero accorto che mio padre aveva l'abitudine di interpellare in modo causale gli allievi durante i suoi seminari.

Non si poteva mai sapere quando avrebbe deciso di farti alzare di fronte a tutti a parlare e io sapevo senz'ombra di dubbio che non avrei evitato la cosa, a meno che non avessi smesso di frequentare i suoi seminari. Ed è proprio ciò che feci.

Una volta pubblicato il suo primo libro, La via dei quattro accordi, mio padre si mise a viaggiare per gli Stati Uniti, condividendo i suoi insegnamenti con platee affollate. Trovavo sempre una scusa per non andare a vederlo. Ma una volta fu invitato a parlare proprio a San Diego, dove abitavamo, e mi chiese di andare con lui. Inventai ogni sorta di scusa e a quel punto mio padre mi chiese: «Figliolo, perché non vuoi assistere alla mia conferenza? Hai forse paura che ti faccia parlare?». Gli risposi: «Sì papà, è proprio questo che temo». Lui mi disse: «Tranquillo, figliolo. Non sei ancora in grado di parlare di fronte a questo genere di uditorio». E così acconsentii a seguirlo.

Mi sedetti proprio ai piedi del palco e osservai l'arrivo in fila indiana di centinaia di persone che riempirono la sala. Ascoltai con attenzione le parole di mio padre e vidi che la gente partecipava con cenni del capo e sorrisi, oltre che con sonore risate e lacrime. Mi sentivo a mio agio ed ero felice di sentirmi così orgoglioso di mio padre, quando all'improvviso udii queste parole risuonare fragorosamente nelle mie orecchie: «E ora vorrei presentarvi mio figlio».

Oh, no!, pensai. Ho capito bene? Sentii che le gambe cominciavano a tremare e il cuore batteva all'impazzata. Mi feci lentamente strada fino al palco, guardandomi attorno, sperando che mio fratello maggiore magicamente apparisse a prendere il mio posto. Salii i gradini del palco e mi misi accanto a mio padre. La folla mi incoraggiava e mio padre mi cinse con le sue braccia, dandomi un forte e grande abbraccio, poi mi porse il microfono e si sedette.

Quella fu la prima volta in cui avvertii che il mio corpo era come un cucciolo, completamente separato dalla mia coscienza. Le gambe tremavano senza controllo e sentivo le farfalle nello stomaco come un tumulto impetuoso. Potevo sentire il mio sistema nervoso. Richiamai gentilmente all'ordine le mie gambe, dicendomi stai buono!, calmati!, proprio come si direbbe a un cucciolo che fa le bizze. Presi parola al microfono e mi rivolsi alla platea meglio che potevo, in un inglese tentennante. Dissi cose che mi uscivano direttamente dal cuore, consapevole che quel che stavo dicendo probabilmente non significava un gran che per la gente.

In effetti, non importa ciò che dissi; ciò che importa è che stavo facendo esperienza del coraggio e della capacità di superare la paura.

Quando il sistema nervoso si mette in moto, è segno che è tempo di passare all'azione. Quando siamo spaventati da qualcosa o percepiamo di correre un pericolo fisico, scatta istantaneamente la reazione del «combatti-o-fuggi» e ci adoperiamo subito per metterci in salvo da quella situazione.

Sono percezioni che l'umanità ha sviluppato da quando gli uomini primitivi erano cacciatori e coltivatori e la sopravvivenza dipendeva dall'abilità di combattere o fuggire di fronte a un attacco o dalla necessità di procurarsi il cibo.

Oggi, le paure con cui noi dobbiamo fare i conti sono differenti. Talvolta ci si sente imbarazzati, o si teme di non essere accettati, o forse ci si sente preoccupati di perdere il proprio lavoro o di dire la cosa sbagliata. In ogni caso, il corpo risponde sempre con la reazione del «combatti-o-fuggi», perché si tratta di percezioni fondate sulla paura. Istintivamente, noi preferiamo la via della fuga per allontanarci dalla situazione di pericolo e trovare un rifugio sicuro.

Optare per lo scontro significa affrontare di petto il problema, agendo. E comporta il rischio di far sì che la paura diventi il trampolino per trovare la propria voce più sincera, per essere più creativi, o magari per fare ciò che veramente si vuole.

Il prossimo passo della vostra vita può essere proprio quello di superare la paura del fallimento, o la paura del successo. A volte la via della fuga e la ricerca di un rifugio sicuro restano ancora la scelta migliore, ma nella maggior parte dei casi la paura va affrontata di petto, con la convinzione di chi dice: «Non lascerò che questa paura abbia il controllo su di me». Entrando in quest'ordine di idee, ci si può spingere fino al livello successivo dello scontro, che è la battaglia per diventare autenticamente sé stessi, per trovare la verità di sé.

Immaginiamo di giungere in prossimità di un ampio ponte molto traballante, posto tra due rupi e con un fiume che scorre sotto, a gran distanza. Osservando il ponte, ci sentiamo un po' nervosi all'idea di attraversarlo, ma siamo consapevoli che passare di lì è l'unico modo per arrivare a destinazione. Con il sistema nervoso che pulsa, le farfalle che si agitano nello stomaco e le ginocchia che cedono, eccoci di fronte al ponte. Proprio vicino al bordo, ci accorgiamo che lì c'è un bimbo seduto, con le ginocchia al petto e la faccia tra le mani; piange perché è troppo spaventato per attraversarlo. Cosa facciamo? Prendiamo il bimbo, lo stringiamo tra le braccia e lo portiamo dall'altra parte.

Dovendo aiutare qualcun altro in difficoltà, il sistema nervoso si mette in moto, sintonizzandosi però su una frequenza diversa - quella di servire qualcun'altro. E allora perché non lasciare che il nostro io serva noi stessi? Prendetevi cura del vostro corpo. Prendetevi cura del vostro cucciolo e quando arriva l'ansia, ascoltate le vostre emozioni, prendetevi in braccio e portatevi dall'altra parte del ponte. Affrontate il cambiamento necessario per prendervi cura del vostro vero io, quel cambiamento di cui c'è bisogno per poter essere davvero sé stessi.

Una volta ero in viaggio con mio padre e mia nonna, Mamma Sarita. Ci trovavamo a Oaxaca, in Messico, e ci recammo alla grande cattedrale cattolica che si trova al centro della città. Mio padre mi disse: «Figliolo, voglio che tu entri in quella chiesa e che esci solo quando avrai parlato con un angelo». Mi rivolsi a mia nonna con sguardo attonito. Lei semplicemente annuì, puntando il dito verso il portone d'ingresso della chiesa. Alzai gli occhi al cielo e, portandomi una mano alla fronte, dissi sconfortato: «Oddio, non ne uscirò mai». Entrai lentamente e controvoglia nella cattedrale. M'inginocchiai di fronte a un altare pieno di candele e alzai lo sguardo verso la bellissima Vergine di Guadalupe, che pareva guardarmi con un sorriso.

Cominciai a pregare: «Dio, ti prego concedimi questo, concedimi quello». Rimasi lì per un tempo che mi parve eterno, quando all'improvviso sentii un colpetto sulla spalla. Adagio e con cautela mi voltai e vidi una graziosa vecchietta. Tirai un sospiro di sollievo e intanto lei aveva cominciato a dire: «Se preghi, un angelo ti ascolterà». Le sorrisi con gentilezza e mi girai di nuovo, senza badare a ciò che aveva detto. Pensai perfino: «Ma cosa diavolo intendeva quella vecchia pazza?», e poi scossi la testa e ricominciai a pregare. «Dio, ti prego aiutami, ti prego ascoltami, ti prego portami questo, portami quello». Di colpo sopraggiunse uno strano pensiero. «Se sto pregando, chi ascolta le mie preghiere?». Bè, pensai, di sicuro io sto ascoltando. Io ascolto le mie preghiere.

Io sono l'angelo. Io sono quello che ha il potere di aiutare me stesso, di fare la cosa giusta per raggiungere ciò che voglio per la mia vita. Io sono l'angelo!

Con questa consapevolezza volsi di nuovo lo sguardo alla Vergine di Guadalupe. Fissai il suo volto incantevole. Compresi il simbolo che era contenuto in tutti quei puntini di luce, l'aura che la circondava. Per me, in quel momento, quell'aura era il simbolo di tutti i sentimenti e le emozioni che fanno parte della vita. Questo è il modo in cui il divino ci parla, dandoci l'opportunità di prenderci cura di noi. Poi notai l'angioletto che stava ai suoi piedi, sostenendola e sorreggendola. Mi accorsi che quello era chiaramente il simbolo della mente che sostiene la nostra forma umana, che sostiene il corpo in tutte le sue esperienze, sentimenti ed emozioni. Se l'angioletto fosse volato via, tutte le esperienze e le emozioni avrebbero potuto sopraffarla, precipitandola giù dal cielo.

Con questo supporto e con questa consapevolezza da parte della nostra mente, noi siamo in grado di sorvegliare i nostri pensieri e le emozioni, di prenderci cura dei nostri corpi e di fare tutto ciò che occorre per preservarci in uno stato celeste, ovunque ci portino i sentieri della vita. Ringraziai il Capo e rivolsi a me stesso questa preghiera: «Possa io proteggere me stesso e trovare la coscienza e l'amore necessari per servire me stesso, il mio corpo e la mia vita».

Corsi fino al portone d'ingresso della cattedrale e, pieno di entusiasmo, mi misi a girare nei giardini, finché non trovai mio padre e mia nonna. Li ragguagliai sulle mie scoperte: «Papà, ho parlato con un angelo. Io sono l'angelo. Io sono il mio angelo custode».

Mio padre rise forte e mi diede una pacca in testa, di quelle che scompigliano i capelli. «Bene», aggiunse.

 

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Don José Ruiz

Don Jose Ruiz è cresciuto in un mondo in cui tutto era possibile. Dal momento in cui imparò a parlare divenne un apprendista di suo padre nagual (sciamano) don miguel Ruiz e di sua nonna curandera (guaritrice) Madre Sarita.

Giovanissimo si recò in India per studiare con degli amici di suo padre, e a ventitré anni divenne il successore del lignaggio familiare.
Nella tradizione dei suoi antenati, don Jose dedica la vita alla condivisione degli insegnamenti degli antichi Toltechi.

Negli ultimi 7 anni ha tenuto conferenze e guidato corsi negli Stati Uniti e nei luoghi sacri di tutto il mondo.

 

 

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