Torna su ▲

Fiducia - Estratto da "Big Magic" libro di...

Leggi un estratto dal libro "Big Magic" di Elizabeth Gilbert

Fiducia - Estratto da "Big Magic" libro di Elizabeth Gilbert

Vi ama?

La dottoressa Robin Wall Kimmerer, mia amica, è una botanica e una scrittrice e insegna biologia dell'ambiente al SUNY College di Scienze ambientali e forestali a Syracuse, New York. I suoi studenti sono tutti giovani e ferventi ambientalisti, seri e giudiziosi, che vogliono disperatamente salvare il mondo.

Prima che si mettano sotto a fare progetti per salvare il mondo, Robin pone sempre loro due domande.
La prima è: «Chi di voi ama la natura?».
Tutti nell'aula alzano la mano.

La seconda domanda è: «Chi di voi crede che la natura corrisponda questo amore?».
Tutti abbassano la mano.

A quel punto Robin dice: «Allora qui abbiamo già un problema».

Ovvero: questi giovani zelanti salvatori del mondo sono davvero convinti che il nostro pianeta sia indifferente a loro. Credono che gli uomini siano soltanto dei consumatori passivi e che la nostra presenza sulla terra sia una forza distruttiva. (Prendiamo, prendiamo, prendiamo e non offriamo niente in cambio che sia di beneficio per la natura.) Credono che gli esseri umani siano su questo pianeta per puro caso e che quindi alla natura non gliene importi nulla dell'uomo.

Gli antichi non la vedevano così, è inutile dirlo. Qualsiasi cosa facessero, i nostri antenati percepivano costantemente la relazione emotiva reciproca instaurata con il mondo fisico che li circondava. Che avvertissero di essere ricompensati o puniti da Madre Natura, erano comunque impegnati in una continua conversazione con lei.

Robin è convinta che in epoca moderna questa capacità di conversare con la natura sia andata persa -che si sia smarrita la consapevolezza che la terra comunica con noi proprio come noi facciamo con lei. Al contrario, ci siamo ormai abituati a pensare che la natura sia cieca e sorda nei nostri confronti, forse perché crediamo che non abbia le caratteristiche intrinseche di una creatura senziente. Il che è in qualche misura un costrutto patologico, in quanto nega la possibilità di una qualsiasi relazione. (Anche la nozione di una Ma­dre Terra punitiva è migliore di quella di una Madre Terra indifferente, se non altro perché la rabbia è una forma di scambio energetico.)
Non essere consapevoli di questa relazione, dice Robin ai suoi studenti, significa mancare un punto importante: quello di poter essere co-creatori di vita. Per dirla con le sue parole: «Lo scambio di amore tra la terra e le persone contribuisce a portare alla luce i frutti creativi di entrambe. La terra non è indifferente nei nostri confronti, ma anzi chiede i nostri doni in cambio dei suoi - è questa la natura reciproca della vita e della creatività».
Per dirla in modo ancora più semplice: la natura ci mette il seme, l'uomo il giardino, ciascuno dei due è grato per il contributo dell'altro.

E Robin inizia sempre da qui. Prima di poter insegnare ai suoi studenti come guarire il mondo, deve insegnare loro come guarire l'idea che hanno di loro stessi nel mondo. Deve convincerli del loro diritto a essere qui (di nuovo: l'arroganza del senso di appartenenza). Deve far sì che comincino a credere di poter essere ricambiati da quell'entità che venerano - dalla natura stessa, l'entità che li ha creati.

Altrimenti, non funzionerà mai.
Altrimenti nessuno - né la terra, né gli studenti, nessuno di noi - ne trarrà beneficio.

La peggior fidanzata di sempre

Stimolata da questo pensiero, faccio spesso agli aspiranti scrittori la stessa domanda. «Amate la scrittura?» chiedo.
Certo che sì. Ovvio.

Poi chiedo: «Credete che la scrittura vi ricambi?».
Mi guardano con l'aria di chi pensa che dovrei essere internata.
«Certo che no» dicono.

Molti rispondono che la scrittura è totalmente disinteressata a loro. E che le volte in cui avvertono la presenza di una reciprocità con la creatività, si tratta perlopiù di un rapporto malato. Spesso questi giovani scrittori affermano persino che la scrittura li odia. Che fa casino nella loro testa. Che li tormenta e li sfugge. Che li punisce, li devasta. Che li prende regolarmente a calci nel sedere.

Per dirla con le parole di un giovane scrittore che conosco: «Per me la scrittura è come quella stronzetta del liceo a cui andavi dietro, ma che ti prendeva in giro solo per potersi fare i fatti suoi. Quella che sotto sotto lo sai che ti farà soffrire, che è meglio se la lasci perdere, ma che chissà perché ti frega sempre. Quella che quando pensi che sia finalmente diventata la tua ragazza, si presenta a scuola mano nella mano con il capitano della squadra di football, fingendo di non conoscerti. E a te non resta che chiuderti in bagno e piangere. La scrittura è il male».

«E quindi» gli ho chiesto, «cosa vuoi fare nella vita?»
«Voglio fare lo scrittore» ha risposto.

Dipendenza dal dolore

Iniziate a capire che è tutto sbagliato?

Non sono solo gli aspiranti scrittori a sentirsi così. Ci sono scrittori adulti e affermati che si esprimono allo stesso modo (da chi pensate abbiano imparato i giovani?). Norman Mailer diceva che ognuno dei suoi libri l'aveva ucciso un po' di più. Philip Roth non ha mai smesso di parlare delle torture che la scrittura gli ha inflitto per tutto il corso della sua lunga e dolorosa carriera. Oscar Wilde definiva la vita dell'artista «un lungo delizioso suicidio». (Adoro Wilde, ma ho qualche problema a considerare il suicidio delizioso. Anzi, ho problemi a considerare deliziosa una qualsiasi di queste sofferenze.)

E non sono solo gli scrittori a sentirsi così. Vale anche per i pittori. Prendete Francis Bacon: «Disperazione e infelicità sono più utili della soddisfazione, per l'artista, perché disperazione e infelicità estendono la sensibilità». E vale per gli attori, i ballerini e di sicuro per i musicisti. Rufus Wainwright una volta ha ammesso di sentirsi terrorizzato al pensiero di iniziare una relazione felice, temendo di non riuscire ad accedere - senza i patimenti impliciti in un rapporto amoroso disfunzionale - al «nero lago di dolore» che sentiva essenziale per la sua musica.

E non parliamo poi dei poeti.

Basterà dire che il moderno linguaggio della creatività - dei giovani, ma anche dei maestri più affermati - è imbevuto di dolore, desolazione e disfunzionalità varie. Sono innumerevoli gli artisti che sgobbano in solitudine, fisica ed emotiva, dissociati non solo da altri esseri umani, ma anche dalla sorgente stessa della creatività.

Peggio ancora, la relazione che hanno stabilito con il loro lavoro è spesso emotivamente violenta. Vuoi creare qualcosa? Allora tagliati una vena e sanguina. Devi revisionare un testo? Sii pronto a massacrare i tuoi cari.

Chiedete a uno scrittore come sta andando il suo libro, e vi risponderà: «Questa settimana finalmente gli ho spezzato la schiena». E questo se ha avuto una buona settimana.

Un racconto come monito

Tra gli scrittori emergenti più interessanti che conosco c'è una giovane donna di nome Katie Arnold-Ratcliff. Katie scrive da dio. Mi ha raccontato, però, di essere rimasta bloccata molti anni per via di una frase rivoltale da un professore di tecniche narrative: «Se mentre scrivi non provi un disagio emotivo, non produrrai mai niente di valore».

In un certo senso posso arrivare a capire cosa intendesse dire il professore di Katie. Forse intendeva: «Non aver paura di spingerti sul ciglio della creatività», o «Non allontanare il disagio che può emergere durante il lavoro», ecco, questi sono concetti perfettamente legittimi. Tuttavia, suggerire che nessuno abbia mai prodotto arte di un qualche valore se non durante un disagio emotivo non solo non è vero, ma è anche malsano.

Ma Katie ci aveva creduto. Per rispetto nei confronti del professore, aveva preso quelle parole alla lettera ed era giunta a far sua l'idea che se il processo creativo non le procurava angoscia, allora non lo stava facendo bene. Niente sangue, niente onore, giusto?

Ma il problema era che Katie aveva in mente un'idea per un romanzo che la entusiasmava molto. Vole­va scrivere un libro contorto, strano, che secondo lei sarebbe stato fico, e pensava che si sarebbe divertita a scriverlo. Anzi, l'idea le sembrava talmente divertente che finì per sentirsi in colpa. Perché questo implicava che il libro non avrebbe mai potuto avere un valore letterario, giusto?

Così lo lasciò in stand by per anni, orfana della fiducia nella legittimità del piacere che aveva intuito. Sono felice di potervi dire che alla fine ha superato quell'ostacolo mentale e l'ha scritto. E no, non è stato facile, ma si è divertita tantissimo. E sì, il libro è fico.

Che peccato, però, aver perso tutti quegli anni di ispirazione - e solo perché credeva che il suo lavoro non la facesse soffrire abbastanza!
Già.

Guai a chi si gode la propria vocazione.

L'insegnamento del dolore

Sfortunatamente quello di Katie non è un caso unico e isolato.

Sono sin troppe le persone creative a cui è stato detto di non fidarsi del piacere e di avere fede solo nel supplizio. Sono troppi gli artisti ancora convinti che il tormento sia l'unica autentica esperienza emotiva. E potrebbero aver colto questa cupa idea ovunque, dato che è piuttosto diffusa nel mondo occidentale, impregnato com'è della pesante eredità del romanticismo tedesco e del concetto cristiano di sacrificio - entrambi danno eccessivo credito ai meriti dell'agonia.

Nutrire fiducia solo nella sofferenza, tuttavia, è una strada pericolosa. Tanto per cominciare, è risaputo che la sofferenza uccide gli artisti. E se non li uccide, la dipendenza dal dolore può provocare loro disturbi mentali talmente gravi da costringerli a smettere di lavorare. (La mia calamita da frigo preferita dice: «Ho sofferto abbastanza. A che ora migliora la mia arte?».)

Forse anche a voi hanno insegnato ad avere fiducia nelle tenebre.
Magari sono stati artisti che ammiravate a educarvi alle tenebre.

A me è successo così. Quando frequentavo il liceo, un professore di letteratura che amavo molto mi disse: «Hai un talento per la scrittura, Liz. Ma purtroppo sei una che non ce la farà mai, perché non hai sofferto abbastanza».

Che cosa contorta!

Prima di tutto, cosa ne può sapere un uomo di mezza età delle pene di un'adolescente? 

Ammiravo quel professore. Pensate cosa sarebbe successo se avessi preso alla lettera le sue parole e mi fossi imbarcata in qualche tenebrosa avventura alla Byron, in cerca di tribolazioni che mi potessero legittimare. Grazie al cielo non l'ho fatto. I miei istinti mi hanno spinta nella direzione opposta - verso la luce, il gioco, verso una relazione di maggior fiducia con la creatività -, ma io sono stata fortunata. Altri si ritrovavano davvero su strade oscure, a volte di proposito. «Tutti i musicisti che amavo erano tossici e io volevo essere come loro» dice la mia amica Rayya Elias, una talentuosa cantautrice che ha combattuto contro l'eroina per oltre un decennio, passando dalla prigione alla strada agli ospedali psichiatrici, ovviamente smettendo di fare musica.

Rayya non è l'unica artista ad aver confuso un serio impegno a livello creativo con l'autodistruzione. Il sassofonista jazz Jackie McLean ha dichiarato che nel Greenwich Village degli anni Cinquanta dozzine di aspiranti giovani musicisti come lui iniziavano a drogarsi per imitare Charlie Parker. Più precisamente, McLean sostiene di aver visto molti giovani musicisti jazz fingere di essere eroinomani («occhi mezzi chiusi, postura un po' cadente»), nonostante lo stesso Parker li scongiurasse di non seguire il suo tragico esempio. Ma forse è più facile farsi - o fingere romanticamente di farsi - che consacrarsi alla propria opera.

Le dipendenze non fanno l'artista. Raymond Carver, per dirne uno, sapeva bene quanto questo fosse vero. Era un alcolizzato, e non riuscì ad affermarsi come meritava - neanche scrivendo di alcolismo - finché non ci diede un taglio. In seguito affermò: «Un artista alcolizzato è un artista malgrado l'alcol, non grazie a quello».

Sono d'accordo, credo che la creatività cresca fra le nostre patologie come l'erba cresce tra le crepe del marciapiede, e non dalle patologie stesse. Ma tanta gente crede il contrario. Per questo vi capiterà spesso di incontrare artisti che si aggrappano di proposito al loro dolore, alle loro dipendenze, alle loro paure, ai loro demoni. Temono che abbandonando il tormento vedrebbero svanire la loro identità. Pensate a Rilke e alla sua famosa affermazione «Se i miei demoni mi abbandonassero temo che anche i miei angeli volerebbero via».

Rilke è stato un poeta glorioso e questo verso ha una resa molto elegante, ma è anche emotivamente molto contorto. Purtroppo l'ho sentito citare innume­revoli volte da artisti in cerca di una giustificazione per non smettere di bere, non andare in terapia, non curarsi dalla depressione o dall'ansia, non affrontare la loro condotta sessuale o le loro questioni più intime, insomma sostanzialmente per non prendersi cura di se stessi e migliorare - e la ragione è che non vogliono abbandonare la sofferenza, che hanno in qualche modo fuso e confuso con la creatività.

La gente ha una strana fiducia nei propri demoni, è proprio vero.

I nostri angeli migliori

Voglio essere molto chiara: non nego la realtà della sofferenza, né la vostra, né la mia, né quella dell'umanità in generale. Semplicemente, mi rifiuto di farne un feticcio. E di certo mi rifiuto di andarmi a cercare la sofferenza deliberatamente in nome dell'autenticità artistica. Wendell Berry ammonisce: «Attribuire alla musa un debole per il dolore significa avvicinarsi troppo a desiderare e coltivare il dolore stesso».

L'Artista Tormentato è di certo una persona reale. Senza dubbio ci sono molte anime creative che soffrono di gravi disturbi mentali. (E ci sono anche centinaia di migliaia di anime che soffrono di gravi disturbi mentali e non possiedono alcun talento artistico straordinario, quindi assimilare automaticamente la follia al genio mi sembra un errore logico.) Ma dobbiamo diffidare del fascino dell'Artista Tormentato, perché esso a volte è una persona - intendendo qui la «maschera» richiamata dall'etimologia del termine, ovvero un ruolo che qualcuno si è abituato a interpretare. Un ruolo che può essere anche seducente, pittoresco, con un certo oscuro carisma e romantico. E che ha un lato estremamente utile, cioè un implicito permesso a comportarsi in modo orribile.

In fondo, se sei un Artista Tormentato ti è consentito trattare male il tuo partner, te stesso, i tuoi figli, chiunque. Sei autorizzato a pretendere, a essere arrogante, maleducato, crudele, asociale, sopra le righe, esplosivo, lunatico, manipolatore, irresponsabile e/o egoista. Puoi passare il giorno a bere e fare a botte tutta la notte. Se ti comporti così e nella vita fai il bidello o il farmacista, la gente penserà giustamente che sei uno stronzo. Invece in veste di Artista Tormentato hai una specie di lasciapassare, perché sei speciale. Perché sei sensibile e creativo. Perché a volte fai delle belle cose.

Non la bevo. Sono convinta che si possa vivere una vita creativa e sforzarsi comunque di essere una persona perbene. Su questo punto sono totalmente d'accordo con lo psicoanalista inglese Adam Phillips, quando dice: «Se l'arte legittima la crudeltà, allora non vale la pena avere arte».

L'icona dell'Artista Tormentato non mi ha mai attirata, neanche nell'adolescenza, periodo in cui le ragazze romantiche come me considerano queste figure sexy e affascinanti. Invece non mi intrigava allora così come non mi intriga adesso. Quello che ho visto fin qui del dolore mi basta, grazie, e non ho intenzione di alzare la mano per chiedere il bis. Ho avuto a che fare a sufficienza con i malati di mente da aver capito che è bene guardarsi dal sentimentalizzare la follia. Inoltre, ho attraversato io stessa delle stagioni di depressione, ansia e disagio, e so che queste esperienze non sono particolarmente produttive per me. Non nutro un grande amore o una grande lealtà nei confronti dei miei demoni, perché non mi hanno mai reso un buon servizio. Durante i periodi di tristezza e instabilità ho notato che il mio spirito creativo si ritira, come soffocato. Ho scoperto che mi è impossibile scrivere se sono infelice. (In altre parole, un dramma posso viverlo oppure inventarlo - non ho la capacità di fare entrambe le cose contemporaneamente.)

Soffrire mi rende l'opposto di una persona profonda; la mia vita si fa stretta, sottile e isolata. Il dolore prende tutto questo immenso, eccitante universo e lo riduce alle dimensioni della mia mente infelice. Quando i miei demoni personali prendono il sopravvento, sento che gli angeli della mia creatività si ritirano. Mi guardano combattere a distanza di sicurezza, preoccupati. Si fanno impazienti. Come se volessero dirmi: «Signorina, per favore, si riprenda! Abbiamo ancora molto lavoro da fare!».

Il desiderio di lavorare, di entrare in relazione con la creatività nel modo più intimo e libero, è l'incentivo più forte di cui dispongo per combattere il dolore, con ogni mezzo, e crearmi una vita sana, equilibrata e stabile, per quanto possibile.

Ma questo solo grazie a ciò in cui ho scelto di credere, che molto semplicemente è l'amore.

Amore vince su dolore, sempre.

Big Magic

Big Magic

Prima di tutto, credeteci. Non datela vinta alla paura. E ogni giorno, con perseveranza, semplicità e assoluta leggerezza, mettetevi lì, rimboccatevi le maniche e rinnovate il vostro sogno. Si può fare, parola di Elizabeth Gilbert. L’autrice in questo nuovo libro esplora a fondo per noi il processo creativo, mettendoci a parte della sua esperienza e della sua prospettiva unica: la natura misteriosa dell’ispirazione riguarda tutti, ognuno di noi la contiene, ma spesso non sappiamo dove scovarla.

La creatività non è, in fondo, un salto del processo logico? Coltiviamo allora la curiosità, accogliamo con spirito lieve le giravolte della vita, e combattiamo con brio ciò che ci spaventa. Poco importa se il nostro sogno è quello di scrivere un libro, o di diventare attori, o di far fronte al meglio agli impegni di lavoro, o se stiamo invece pensando di intraprendere un’avventura a lungo rimandata.

Elizabeth Gilbert ci esorta, con fare scanzonato, a portare alla luce i tesori che ognuno di noi custodisce in sé e ad affrontare la quotidianità a testa alta, con consapevolezza, passione e libertà. Non è difficile, e il mondo ci si spalancherà davanti, fatto di gioia e speranze finalmente raggiungibili. Quindi “fate ciò che vi fa sentire vivi. Seguite le vostre passioni, ossessioni e compulsioni. Fidatevi. Create a partire da qualsiasi cosa provochi una rivoluzione nel vostro cuore. Il resto verrà da sé”.

Acquista ora

 

Elizabeth GilbertTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Elizabeth Gilbert

ELIZABETH GILBERT, giornalista e scrittrice, vive nel New Jersey (per ora). Autrice di racconti, romanzi e biografie, ha ottenuto negli ultimi cinque anni importanti riconoscimenti per gli articoli pubblicati sulla rivista "GQ". Mangia, prega, ama è in corso di traduzione in 33 Paesi.