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Falsare la storia - Estratto dal libro "False Flag...

Leggi in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro di Enrica Perucchietti e scopri quali sono state le più note false flag della storia umana

Falsare la storia - Estratto dal libro "False Flag - Sotto Falsa Bandiera"

«Kevin, il novantanove per cento di quello che fai nella serie succede davvero. L’uno per cento è sbagliato, perché non potresti mai far passare una legge sull’istruzione così velocemente» .

In un’intervista alla rivista «Gotham» l’attore Kevin Spacey – produttore e protagonista, nel ruolo di Frank Underwood, della serie TV House of Cards – ha raccontato che nell’aprile del 2015 l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton – suo caro amico e fan della serie – gli avrebbe rivelato tra il serio e il faceto che il telefilm riflette al 99% gli intrighi che si consumano per davvero tra le mura della Casa Bianca.

Clinton ha così confermato che complotti e manipolazione dell’opinione pubblica sono all’ordine del giorno, a Washington.

Ma fino a che punto? Per scoprirlo dobbiamo risalire alla fine del XIX secolo e rispolverare certi episodi della nostra storia contemporanea sepolti dalle sabbie del tempo e da chili di retorica e di menzogne.

USS Maine

È il 15 febbraio del 1898. Alle ore 21:40 la corazzata USS Maine esplode nella baia dell’Avana, trascinando sul fondo del mare i corpi senza vita di 266 marinai. Il porto è gestito e controllato dagli spagnoli. La tragedia diviene così il pretesto per lo scoppio della guerra ispano-americana.

Questo breve ma importantissimo conflitto – con cui gli Stati Uniti toglieranno alla Spagna il controllo su Cuba e Portorico, nell’Atlantico, e su Guam e le Filippine, nel Pacifico – segna l’inizio dell’espansionismo americano.

La guerra viene scatenata da un pretesto per aggirare il divieto previsto dalla Costituzione americana di aggredire per primi uno Stato estero. La tragedia focalizza infatti l’attenzione dell’opinione pubblica americana su Cuba. Il presidente William McKinley, inizialmente titubante, viene convinto dal suo gabinetto a muovere guerra alla Spagna.

I dubbi iniziano a serpeggiare fin da subito, ma l’occasione è troppo ghiotta per non sfruttarla. Come sono andate invece realmente le cose?

All’epoca del presunto attentato nemico, il futuro presidente Theodore Roosevelt era ministro della Marina e disponeva di un piano per l’invasione navale dell’isola che aspettava solamente l’ordine di esecuzione. Mancava però un pretesto per dare il via all’operazione, e questo venne trovato nell’esplosione dell’incrociatore USS Maine. Il governo degli Stati Uniti ne approfittò per accusare gli spagnoli di aver collocato clandestinamente dell’esplosivo a bordo della nave e – secondo uno schema che da quel momento in poi si ripeterà fino alla nausea – l’episodio venne utilizzato dai media per fomentare l’indignazione popolare necessaria al Congresso per legittimare la guerra.

La stampa sensazionalista dell’epoca, la cosiddetta “yellow press” del magnate William Randolph Hearst e di Joseph Pulitzer, contribuì infatti in modo determinante, insieme alla propaganda dei dissidenti cubani stanziatisi negli USA, a orientare l’opinione pubblica degli statunitensi verso la volontà di muovere guerra alla Spagna. I giornali di Hearst inventarono di sana pianta la dinamica dell’incidente, addossando la colpa agli spagnoli.

Il peso che la stampa ebbe in quest’occasione si sarebbe replicato ogni qualvolta un’amministrazione avrebbe potuto strumentalizzare un grave incidente per dichiarare una guerra che altrimenti non sarebbe mai stata accettata dall’opinione pubblica. Hearst aveva persino inviato a Cuba un fotografo per immortalare l’imminente guerra con la Spagna. Quando il fotografo gli chiese di quale guerra si trattasse, dato che non ne era a conoscenza, Hearst si limitò a rispondere: «Tu fai le foto e io procurerò la guerra». Di lì a poco avvenne l’esplosione dell’USS Maine.

Vennero realizzate a scopo propagandistico anche delle vignette che mostravano degli spagnoli intenti a far esplodere una mina per affondare la nave statunitense. Le vignette ancorarono nell’opinione pubblica una ricostruzione plausibile, pur se inventata, dei fatti. Le immagini fanno più presa di litri di inchiostro e di mille pagine stampate. I lettori si convinsero che la responsabilità della tragedia ricadesse effettivamente sulla Spagna: perché mai il governo e la stampa statunitense avrebbero dovuto mentire? La guerra era la logica conseguenza di quell’evento sanguinoso.

Nonostante la Spagna negasse il proprio coinvolgimento nella strage fino al punto di chiedere l’istituzione di una commissione mista per indagare sulle vere cause dell’affondamento, gli USA le dichiararono guerra e l’attacco ebbe inizio il 24 aprile dello stesso anno.

Il comandante dell’USS Maine, il capitano Sigsbee, che si era opposto a queste conclusioni affrettate e aveva chiesto un’indagine completa sulla causa dell’esplosione, venne attaccato con violenza dalla stampa per il comportamento antipatriottico che sfiorava il tradimento: la rivista «Atlantic Monthly» scrisse che il solo supporre che l’esplosione non fosse altro che un’azione deliberata della Spagna «sfidava completamente le leggi della probabilità».

In brevissimo tempo l’intera flotta navale spagnola colò a picco sotto le cannonate della Marina statunitense. Gli spagnoli furono così costretti a firmare la resa incondizionata siglata con il Trattato di Parigi.

L’influenza esercitata dalla stampa, che aveva avuto un ruolo determinante nel manipolare l’opinione pubblica, contribuì a dipingere Theodore Roosevelt – che a Cuba aveva dimostrato non solo la propria abilità di comando, ma anche quella propagandistica, mandando resoconti dettagliati delle proprie imprese a tutti i principali giornali in patria – come un eroe di guerra, favorendolo così nelle successive elezioni presidenziali. La sua scalata al pantheon della politica era quasi conclusa.

L'indagine dell'ammiraglio Rickover scagiona gli Spagnoli

Nel 1975 un’indagine guidata dall’ammiraglio in pensione Hyman Rickover – padre della Marina nucleare statunitense – esaminò i dati recuperati nel 1911 da un’analisi del relitto e concluse che non vi era alcuna prova di un’esplosione esterna; la causa più probabile dell’affondamento era l’esplosione della polvere di carbone contenuta in un serbatoio imprudentemente piazzato vicino ai depositi di munizioni della nave. Gli spagnoli non avevano avuto alcuna responsabilità nell’attentato. L’esplosione era avvenuta probabilmente «a causa di esplosivi fatti collocare troppo vicino alle caldaie dal capitano della nave» e gli americani semplicemente avevano approfittato dell’occasione come casus belli.

L’ammiraglio Rickover non fu in grado di escludere che l’esplosione fosse stata la conseguenza di una bomba piazzata deliberatamente dagli stessi americani, lasciò però aperta quest’eventualità. Una sola cosa era chiara: gli spagnoli non avevano avuto alcuna colpa.

Quest’episodio rappresenta solo uno dei numerosi casi in cui una nazione ha sfruttato un pretesto che si è palesato per dichiarare guerra a un altro Stato. Spesso è difficile appurare se si sia trattato di un mero incidente poi utilizzato come casus belli o se, al contrario, esso sia stato organizzato a tavolino (come si voleva fare, ad esempio, con l’Operazione Northwoods) e inscenato sacrificando delle vite umane (il caso di Gleiwitz).

Beffa del destino, nel 1906 Roosevelt fu anche insignito del premio Nobel per la pace per il suo ruolo di mediatore tra russi e giapponesi nella guerra russo-giapponese, la cui pace venne firmata il 5 settembre del 1905. Nulla di insolito, dato che l’onorificenza sarebbe poi stata assegnata anche a Henry Kissinger e Barack Obama.

In base al Trattato di Portsmouth, che ebbe l’avallo di Roosevelt, il Giappone si assicurava così porti, territori e ferrovie nella Manciuria meridionale (compreso il controllo della strada ferrata di Mukden). La Russia, sconfitta, conservava soltanto i vecchi privilegi nella Manciuria del Nord e cedeva al Giappone la metà meridionale dell’isola di Sakhalin, che era stata sino ad allora sotto il dominio russo. I russi, inoltre, dovettero rinunciare al controllo della base navale di Port Arthur e della penisola circostante; infine, dovettero ritirarsi dalla Manciuria e riconoscere la Corea come zona di influenza giapponese.

Costretta a sottoscrivere l’accordo, la Cina manteneva la sovranità simbolica sulla Manciuria, ma di fatto tutti i centri importanti della regione passavano sotto il controllo dei giapponesi. Quando poi, nel 1910, il Giappone tolse le ultime velleità di indipendenza alla Corea, la Cina si ritrovò i soldati del Sol Levante alla frontiera del fiume Yalu e alcuni avamposti nipponici già saldamente arroccati in casa . Era il primo trampolino, per Tokio, di una grande operazione di conquista.

Gli eventi peggiorarono con la prima guerra mondiale, quando il governo di Washington rivolse tutta la sua attenzione all’Europa. I giapponesi ne approfittarono presentando ventuno richieste, che reclamavano, fra l’altro, il diritto di sfruttare in esclusiva tutte le ricchezze minerarie della Manciuria meridionale fino alla Mongolia interna. I cinesi furono costretti a cedere ancora una volta sulla Manciuria. Finita la guerra, sperarono che il Trattato di Versailles, con il principio dell’autodeterminazione dei popoli, avrebbe fatto giustizia, ma invano. Una grande rivolta studentesca, il movimento del Quattro Maggio, portò al mondo l’indignata protesta della gioventù cinese contro i predatori più disinvolti: inglesi e nipponici.

Si arriva così al 1931, anno in cui un attentato sotto falsa bandiera, cioè attuato e pianificato dal Giappone ai danni dei cinesi, avrebbe fatto riesplodere la guerra.

L'incidente di Mukden

La sera del 18 settembre 1931 una bomba esplose fra i binari della ferrovia della Manciuria meridionale, vicino alla storica città di Mukden. Questo fu il segnale che diede il via alla guerra cino-giapponese: la storia lo avrebbe ricordato come “l’incidente di Mukden”.

La guarnigione nipponica in Manciuria, già in stato di allarme per la morte di un ufficiale ucciso per sbaglio da soldati cinesi, entrò sparando a Mukden, con un’azione di rappresaglia che inaugurava di fatto l’invasione. I militari giapponesi accusarono immediatamente i terroristi cinesi, fornendo così un pretesto per l’annessione della Manciuria all’Impero del Giappone, anche se nessuna autorizzazione era giunta da Tokyo. L’Unione Sovietica non reagì, mentre le nazioni occidentali si limitarono a una protesta diplomatica.

Tutte le indagini sulla famosa bomba della ferrovia hanno indirettamente provato che fu il servizio segreto nipponico a farla esplodere, per fornire il pretesto dell’intervento bellico.

L’incidente di Mukden fu così deciso a freddo dai generali giapponesi, che puntavano a un regime militare super-nazionalista; ma per arrivare a ciò avevano bisogno di una giustificazione.

Per i giapponesi fu un colpo di mano straordinariamente facile su una delle zone più ricche e ambite dell’Estremo Oriente. La guerra era in aria da tempo, preparata da una situazione interna cinese che risaliva al disfacimento del Celeste Impero, crollato nel 1911. La Cina era sola, disorganizzata e lacerata dalla guerra contro una delle più efficienti potenze militari esistenti al mondo.

Un casus belli per Wilson

Facciamo un passo indietro e torniamo in Occidente, nel pieno della prima guerra mondiale.

È il 1915 e il presidente americano Woodrow Wilson si sta scervellando su come legittimare l’entrata in guerra degli Stati Uniti di fronte all’opinione pubblica; ha infatti dichiarato alla nazione che l’America sarebbe rimasta neutrale e non può sconfessare quella promessa senza un pretesto valido per cambiare il corso della storia.

La sua campagna elettorale – come quella di tutti i futuri inquilini della Casa Bianca – è stata finanziata in modo massiccio dai poteri forti. I colossi bancari hanno messo gli occhi sul conflitto mondiale come opportunità per «raggiungere grossi profitti», come avrebbe ammesso lo stesso segretario di Stato William Jennings. Il problema è «tutelare gli interessi commerciali degli statunitensi, che avevano fortemente investito negli alleati europei. Almeno due miliardi e mezzo di dollari dell’epoca, prestati a francesi e inglesi a partire dal 1915»14. I banchieri temono, infatti, che se la Germania dovesse vincesse la guerra, i loro prestiti agli alleati europei non vengano rimborsati.

Il più grande banchiere statunitense dell’epoca, J.P. Morgan, fa di tutto per trascinare gli Stati Uniti in guerra, e finisce per convincere il presidente Wilson; l’obiettivo: «Proteggere gli investimenti delle banche americane in Europa».

Il marine più decorato nella storia, Smedley Butler, avrebbe confessato al «Washington’s Blog» di aver combattuto essenzialmente per proteggere gli interessi delle banche americane:

«Ho alle spalle trentatré anni e quattro mesi di servizio militare attivo e ho trascorso gran parte di questo tempo a fare il supersoldato per quelli del Big Business, per Wall Street e per tutti i grandi banchieri. In poche parole, sono stato un camorrista, un gangster del capitalismo».

Ancora una volta, si dovevano salvaguardare gli interessi delle élite. Era però necessario trovare un casus belli per trascinare il Paese in un conflitto di portata globale che il popolo americano non voleva.

La nave da crociera Lusitania

«Cosa farebbero gli americani se i tedeschi affondassero una nave da crociera con a bordo dei passeggeri americani?», domandò con un sorriso beffardo il ministro degli Esteri britannico sir Edward Grey al principale consigliere del presidente Wilson, il colonnello Edward Mandell House. Questi si limitò a ribattere che «un’ondata di indignazione travolgerebbe gli Stati Uniti, e questo sarebbe di per sé sufficiente a farci entrare in guerra».

House aveva capito benissimo che cosa gli stava “suggerendo” il ministro britannico. Era possibile inscenare un falso attentato in modo da traumatizzare l’opinione pubblica e rendere necessario l’intervento a sostegno degli alleati in Europa. Più alto sarebbe stato il numero delle vittime statunitensi, maggiore sarebbe stata l’ondata di indignazione della nazione.

I propositi di Grey si avverarono con l’esplosione della nave da crociera Lusitania.

All’inizio della prima guerra mondiale, proprio per evitare che le navi da crociera dotate di supporti bellici partecipassero alle operazioni in funzione ausiliaria o rifornissero la madrepatria di materie prime, la Germania aveva disposto un blocco navale intorno alle coste dell’Inghilterra.

Il 22 aprile 1915, non volendo intraprendere una guerra contro gli Stati Uniti, l’ambasciata tedesca, con il consenso del capo del servizio segreto tedesco Franz von Papen, si era premunita di pubblicare a proprie spese un avviso sul «New York Times» in cui si ammonivano i civili americani a non imbarcarsi sul transatlantico britannico Lusitania.

L’annuncio non ebbe l’esito sperato perché il 7 maggio 1915 la nave da crociera venne volutamente spinta nella zona dov’era dislocata la flotta militare tedesca e, come previsto, venne silurata e affondata da un sommergibile tedesco U-20. Lo scoppio del siluro si limitò a far sbandare la nave. Pochi minuti dopo l’impatto, però, ci fu una seconda esplosione, dovuta alla presenza del carico di munizioni e di altro materiale bellico che era a bordo, stivato dietro la paratia che dava sulla sala caldaie. Il comandante tedesco Schwieger si accorse solo dopo l’attacco di aver colpito il Lusitania, che secondo gli accordi non avrebbe dovuto trovarsi nelle acque tedesche.

Il Lusitania affondò completamente appena 18 minuti dopo il siluramento; delle sue quarantotto scialuppe, soltanto sei raggiunsero Queenstown portando a termine la loro opera di salvataggio. I morti furono 1201, di cui 123 statunitensi e 3 tedeschi che si erano imbarcati per ordine dell’allora addetto all’ambasciata tedesca negli Stati Uniti, Franz Joseph von Papen, per cercare e fotografare il materiale bellico a bordo.

La notizia del disastro giunse a Londra la sera stessa, durante un pranzo di gala all’ambasciata americana, e il colonnello Edward Mandell House colse al volo l’opportunità – già anticipata da sir Grey – per caldeggiare l’entrata in guerra degli Stati Uniti entro la fine di maggio.

Era tutto pronto. Ora Washington aveva il suo casus belli da proporre all’opinione pubblica.

L'incendio del Reichstag

Se i tedeschi non avevano voluto trascinare l’America nel primo conflitto mondiale, i nazisti non avrebbero avuto nulla da invidiare ai nemici nel creare situazioni ad hoc da sfruttare per manipolare l’opinione pubblica e avrebbero condiviso con Washington l’ossessione per i comunisti.

Non potevano neppure provare invidia per alcun altro Paese riguardo al carisma e alla lungimiranza del loro condottiero. L’ascesa al potere di Hitler non fu solo veloce e capillare, ma ebbe anche un «carattere di tempestosa violenza»18. Le scettiche predizioni che negavano la durata del suo cancellierato, nella convinzione che questi fosse prigioniero delle derive conservatrici degli alleati, si sarebbero presto scontrate con le sue velleità rivoluzionarie. Anche coloro che ritenevano il futuro Führer un dilettante, o che avevano predetto la resistenza della massa, sarebbero stati presto smentiti.

Mentre i nazionalsocialisti penetravano nell’apparato amministrativo e la polizia veniva infiltrata dai gerarchi delle SA, i nemici e coloro che opponevano resistenza erano destinati a cadere, uno dietro l’altro, come carte da gioco.

Tra il 1932 e l’inizio del 1933 era diventato ormai chiaro che i comunisti erano l’ostacolo maggiore da eliminare. In quel periodo, come ricorda Joachim Fest, Hitler ammise in alcune occasioni il ricorso alla violenza per la scalata al potere: «Le misure da me intraprese»19, assicurò Hitler, «non verranno certo ostacolate da scrupoli giuridici di qualsiasi tipo. Le mie misure non verranno ostacolate da alcun intervento burocratico. Io mi trovo qui a dover esercitare la giustizia, io qui devo solo distruggere e togliere di mezzo, e basta!».

Per conquistare il potere assoluto, i nazisti avrebbero dovuto eliminare l’opposizione parlamentare. Dal momento che non era ancora possibile ottenere questo risultato con la violenza (troppo forti erano ancora le organizzazioni della classe operaia, mentre l’esercito non dava garanzia di affidamento), era indispensabile assicurarsi una solida maggioranza parlamentare; il neo-cancelliere decise perciò di sciogliere il Reichstag e di indire nuove elezioni per il successivo 5 marzo. Per ottenere questo risultato, Hitler aveva bisogno di qualcosa che galvanizzasse i suoi uomini, intimorisse l’elettorato moderato facendolo votare per i nazisti e consentisse un’offensiva legale contro il Partito comunista tedesco e contro i socialdemocratici.

La rivoluzione legale che si sarebbe compiuta di lì a poco alle urne richiedeva furbizia e strategia. Si doveva cioè spingere il nemico a «fornire pretesti e giustificazioni per misure repressive legali».

Il 31 gennaio Goebbels scriveva nel suo diario: «Per il momento eviteremo dirette contromisure (nei confronti dei comunisti). Prima bisogna che il tentativo rivoluzionario bolscevico prenda il via, così noi potremo colpire al momento opportuno»22. Eppure Hitler aveva sollevato dei dubbi sulla capacità sovversiva dei comunisti. Necessitavano quindi di una “spinta”. Ci pensarono i nazisti: da un lato fecero un’attività propagandistica senza precedenti, dall’altra furono sempre loro a mettere in giro le voci di un presunto attentato ai danni di Hitler nel febbraio del 1933. L’incendio del palazzo del Reichstag si inserisce su questo sfondo.

Göring dichiarò immediatamente che il fuoco era stato appiccato dai comunisti e fece arrestare i capi del partito. Vennero così fermati e processati i comunisti bulgari Georgi Dimitrov, Blagoj Tanev e Vasil Popov. Hitler si avvantaggiò della situazione per dichiarare lo stato di emergenza e incoraggiare il vecchio presidente Paul von Hindenburg a firmare il Decreto dell’incendio del Reichstag, che aboliva la maggior parte dei diritti politici forniti dalla Costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.

L’incendio aveva risposto alle aspettative dei nazisti. Parlando al Consiglio dei ministri la mattina successiva all’incendio, Hitler dichiarò apertamente – secondo quanto riporta il verbale – che «il momento psicologico del confronto è giunto. Non c’è ragione di attendere oltre. II Partito comunista si è dimostrato deciso all’estremismo. La lotta contro di esso non dovrebbe dipendere da motivazioni giuridiche».

Come abbiamo visto, i comunisti respinsero con forza l’attribuzione dell’incendio, che non avrebbero avuto motivo di provocare. Ma non bastò.

La propaganda di Göring avvenne sulla base di

«... affermazioni propagandistiche, di testimoni subornati e di documenti falsificati. Senza contare che le concomitanze criminologiche del fatto offrivano validi spunti alla fantasia di ambiziosi cronisti, ragione per cui l’episodio ben presto venne sopraffatto e obnubilato da una fioritura di menzogne opportunistiche, in parte veniali, in parte invece sfacciate, per cui l’evento stesso finì per risultare falsificato nei suoi aspetti incontrovertibili».

 

False Flag - Sotto Falsa Bandiera

False Flag - Sotto Falsa Bandiera

Cosa sono i False Flag? Per ottenere il consenso dell’opinione pubblica e l’accettazione di gravi sacrifici, l’unico modo è che si palesi una «minaccia estrema e globale».

I False Flag sono operazioni belliche “sintetiche” ideate per fare credere che l’attacco sia stato effettuato da gruppi diversi rispetto ai reali esecutori, al fine di addossare loro la responsabilità di quanto accaduto, legittimando così eventuali rappresaglie.

Lo scopo di questo saggio è quello di offrire una rassegna dei casi di False Flag più celebri e storicamente accertati e di quelli che sollevano plausibili dubbi sulle reali dinamiche degli eventi, senza avere la velleità di mettere la parola fine a ricerche che, si spera, continuino, per accertare, un giorno, la verità.

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Enrica PerucchiettiTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Enrica Perucchietti

Enrica Perucchietti, laureata con lode in Filosofia con una tesi in Storia delle religioni, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Oltre a numerose pubblicazioni su riviste digitali e cartacee, collabora con la trasmissione televisiva «Mistero».