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Estratto dal libro “L’arte di comunicare”

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Le due chiavi per la comunicazione compassionevole

Tutti noi comunichiamo per essere compresi e per comprendere gli altri. Se parliamo e nessuno ascolta (forse neppure noi stessi), non stiamo comunicando in modo efficace. Ci sono due chiavi per una comu­nicazione autentica ed efficace. La prima è l’ascolto profondo, e la seconda è la parola amorevole. L’ascol­to profondo e la parola amorevole sono gli strumen­ti migliori che conosco per stabilire e ripristinare la comunicazione con gli altri e alleviarne la sofferenza.

Tutti noi desideriamo essere compresi. Quando interagiamo con un’altra persona, soprattutto se non abbiamo praticato la consapevolezza della nostra stessa sofferenza e non ci siamo ascoltati bene, siamo ansiosi che gli altri ci comprendano subito. Voglia­mo iniziare esprimendo noi stessi. Ma parlare subito in questo modo di solito non funziona: prima deve venire l’ascolto profondo. Praticare la consapevolezza della sofferenza – riconoscere e abbracciare la propria sofferenza e quella altrui – farà nascere la compren­sione necessaria alla buona comunicazione.

Quando ascoltiamo una persona con l’intenzione di aiutarla a soffrire meno, stiamo praticando l’ascol­to profondo. Quando ascoltiamo con compassione, non restiamo intrappolati nell’atto di giudicare. For­se un giudizio si formerà, ma noi non vi resteremo legati. L’ascolto profondo ha il potere di aiutarci a creare un momento di gioia, di felicità, e ad affronta­re un’emozione dolorosa.

Ora è il momento di ascoltare soltanto

L’ascolto profondo è una pratica meravigliosa: se sai ascoltare per trenta minuti con compassione, potrai aiutare l’altra persona a soffrire molto meno. Se non pratichi la consapevolezza della compassione, non riesci ad ascoltare a lungo. Consapevolezza della compassione significa che ascolti con una sola in­tenzione: aiutare l’altra persona a soffrire meno. La tua intenzione potrà essere sincera, ma se prima non hai praticato l’ascolto di te stesso e se non pratichi la consapevolezza della compassione, potresti perdere piuttosto rapidamente la capacità di ascoltare.

L’altra persona potrebbe dire cose che sono piene di percezioni erronee, di amarezza, di accuse e di recriminazioni. Se non pratichiamo la consapevo­lezza, le sue parole scateneranno in noi l’irritazione, il giudizio e la collera, e noi perderemo la capacità di ascoltare in modo compassionevole. Quando in­sorgono l’irritazione o la rabbia, perdiamo la capa­cità di ascoltare. Ecco perché dobbiamo praticare, in modo tale che per tutto il tempo dell’ascolto, la compassione possa rimanere nel nostro cuore. Se ri­usciamo a mantenere in vita la compassione, i semi della rabbia e del giudizio che sono nel nostro cuore non verranno innaffiati e non germoglieranno. Do­vremo prima addestrarci, così da riuscire ad ascolta­re l’altra persona.

Non è un problema se in un determinato mo­mento non sei pronto ad ascoltare. Se la qualità del tuo ascolto non è abbastanza buona, è meglio fare una pausa e continuare un altro giorno: non preten­dere troppo da te stesso. Pratica il respiro e la cam­minata consapevole finché sarai pronto ad ascoltare

davvero l’altra persona. Potrai dire: «Voglio ascoltarti quando saprò farlo al meglio. Ti andrebbe bene se continuassimo domani?».

Poi, quando siamo pronti ad ascoltare profonda­mente, potremo farlo senza interruzione: se cerche­remo di interrompere o di correggere l’altra persona, trasformeremo la sessione in un dibattito e rovine­remo tutto. Dopo aver ascoltato profondamente permettendo all’altra persona di esprimere tutto ciò che ha nel cuore, in un secondo momento avremo occasione di darle alcune delle informazioni di cui ha bisogno per correggere le sue percezioni, ma non ora. Ora ci limitiamo ad ascoltare, anche se la persona dice cose sbagliate. È la pratica della consapevolezza della compassione che ci permette di continuare a praticare l’ascolto profondo.

Devi prenderti il tempo di guardare e vedere la sofferenza nell’altra persona. Devi essere preparato. L’ascolto profondo ha soltanto uno scopo: aiutare gli altri a soffrire meno.

 

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Thich Nhat Hanh

Thich Nhat Hanh, maestro zen vietnamita, poeta e pacifista, è stato proposto nel 1967, da Martin Luther King, per il Premio Nobel per la pace, ed è stato a capo della delegazione buddhista vietnamita durante gli accordi di pace di Parigi.

Viaggia regolarmente in America e in Europa per insegnare e guidare ritiri sull'arte di "vivere consapevolmente".

Ha pubblicato molti libri in inglese, francese e vietnamita.

 

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