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Ecologia per giardinieri - Estratto da "L'Orto -...

Leggi in anteprima il capitolo 2 del libro "L'Orto - Giardino di Gaia" scritto da Toby Hemenway

Ecologia per giardinieri - Estratto da "L'Orto - Giardino di Gaia" libro di Toby Hemenway

Qualcosa stava rubando le riserve alimentari dei fratelli Bullock. Joe, Douglas e Sam Bullock si erano trasferiti nei primi anni Ottanta nelle isole San Juan, nello stato di Washington, e si erano messi al lavoro per creare una foresta commestibile. Avevano migliorato la qualità del suolo della loro proprietà e avevano piantato alberi da frutta, noci e noccioli e centinaia di altre specie, tutte intese ad aumentare la biodiversità e la rigogliosità di un terreno in precedenza coperto di arbusti e di grovigli di rovi. Dieci anni dopo, gli alberi di noce e i boschetti di bambù ombreggiavano i sentieri. Prugne, pesche, ciliegie e mele pendevano in ricchi festoni dai rami che si allargavano a ombrello, e ai piedi degli alberi c’erano fiori, frutti di bosco, piante commestibili e specie che migliorano la qualità del suolo distribuite in ogni centimetro di terra. I Bullock avevano realizzato un ecosistema auto-rigenerante che offriva nutrimento alle loro famiglie e alle persone in visita, forniva piantine da vivaio per la loro azienda di progettazione giardini e dava riparo alle specie vegetali e animali del luogo.

Un lato della proprietà confinava con una palude ripristinata qualche anno prima da un terreno coltivato abbandonato. Al margine della palude crescevano piante di tifa in fitti canneti. I germogli freschi della tifa sono un cibo selvatico prelibato, e per diverse primavere ed estati i fratelli li avevano raccolti, cucinati al vapore o saltati in padella come gradito complemento dei loro pasti. Un anno, però, non erano più riusciti a trovare germogli, ma solo steli maturi e coriacei. La loro fonte naturale di cibo si era esaurita, e i fratelli volevano scoprirne il motivo.

Un’ispezione ravvicinata della palude aveva rivelato che un animale non meglio identificato rosicchiava i teneri germogli in riva all'acqua. I ladri erano accurati: per i fratelli Bullock e le loro famiglie non rimaneva niente.

Presto il colpevole fu identificato: «Avevamo notato che man mano che il paesaggio palustre maturava e diventava più produttivo, la popolazione di topi muschiati aumentava in modo esponenziale», mi aveva rivelato Douglas Bullock. I fratelli avevano costruito aiuole che si estendevano fino alla palude, copiando un’idea degli antichi aztechi. Accatastando paglia e rami avevano creato penisole che dalla riva si protendevano come dita nell'acqua, le avevano coperte con fertile torba e avevano piantato in questo giardino autoirrigante aiuole dette chinampas, con piante commestibili e specie selvatiche. Gli animali locali, che già si godevano la nuova palude, avevano reagito al nuovo e più ricco habitat delle chinampas riproducendosi in maniera esplosiva. Le anatre, i martin pescatori, gli aironi e altri uccelli acquatici erano diventati numerosi, e i topi muschiati non erano da meno. «Improvvisamente la palude aveva assunto l’aspetto di un porto affaccendato, attraversato in lungo e in largo dalle scie dei topi muschiati», mi aveva raccontato Douglas. Intere flotte di topi muschiati scavavano gallerie nel ricco suolo lungo il margine della palude, e divoravano tutti i germogli di tifa. Gli esseri umani, meno destri in quell'habitat, non potevano competere con gli industriosi roditori.

I fratelli lamentavano la perdita del loro cibo selvatico, ma si rifiutavano di sterminare i colpevoli: «Anzitutto non intendevamo uccidere le specie animali che noi stessi avevamo attirato», mi aveva spiegato Douglas. «E poi, avremmo potuto sparare ai topi muschiati per intere settimane, ma loro avrebbero recuperato subito continuando a moltiplicarsi. L’habitat era troppo accogliente». Erano trascorse un paio di stagioni senza piatti a base di tifa. Poi, improvvisamente, i saporiti germogli erano riapparsi, e il “porto” in precedenza così animato era tornato più tranquillo. La popolazione di topi muschiati si era ridotta. Che cosa era successo?

«Erano arrivate le lontre», mi aveva spiegato Douglas. «I topi muschiati erano un’ottima nuova fonte di cibo. Da queste parti, non avevamo mai visto le lontre, prima. Presto si presentarono anche altre specie di predatori: aquile testabianca, falchi, civette. Erano loro a fare il repulisti». Invece di cercare invano di mettere trappole per catturare i topi muschiati in rapida crescita, i Bullock si erano messi alla finestra e avevano aspettato che fosse la natura a sbrigare il lavoro. I fratelli si erano limitati a fornire un habitat ricco e diversificato dove una vigorosa rete alimentare che includeva anche i predatori aveva potuto emergere e raddrizzare gli squilibri, nella fattispecie un’orda di insaziabili topi muschiati.

TRE PRINCIPI ECOLOGICI

I Bullock hanno costruito un esempio superbo di giardinaggio ecologico, in cui gli esseri umani e le specie selvatiche possono mietere gli abbondanti frutti e vivere in armonia. Quanto accadde nella loro tenuta illustra diversi principi ecologici utili a chi pratica il giardinaggio. La sequenza tifa/topo muschiato/lontra è un buon punto di partenza per esaminare tre concetti importanti e correlati: la nicchia, la successione e la biodiversità. Comincerò da qui, e poi, nel corso del capitolo, fornirò esempi di altre idee ecologiche che possono aiutare a creare giardini sostenibili. I concetti che illustro nelle prossime pagine pongono le basi del giardino ecologico. Le tecniche e gli esempi presentati nel resto del libro si basano su questi principi della natura.

Trovare una nicchia

Decenni prima dell’arrivo dei Bullock, la parte situata più in basso della loro tenuta era una palude. Un contadino industrioso aveva costruito argini, prosciugato il terreno e fatto seccare “l’inutile pantano” coltivandolo in modo intensivo per molti anni. I fratelli Bullock, con il loro orientamento ecologico, avevano compreso che le paludi, oltre a essere essenziali per l’acqua pulita e come habitat per la flora e la fauna, erano uno degli ecosistemi più produttivi del pianeta, e pullulavano di una quantità di animali e di piante superiore a qualsiasi azienda agricola. Avevano deciso di ripristinare la palude e avevano eliminato gli argini e i canali di scolo. L’acqua si era raccolta nel terreno posto in basso, e presto si era riformato l’habitat palustre.

Mentre il paesaggio originario riprendeva piede, i Bullock avevano trasportato nella tenuta un numero infinito di carichi di pacciame e stallatico sul loro camioncino ribaltabile che arrancava a fatica. Avevano anche prelevato la fertile torba della palude e l’avevano portata a riva arricchendo il terreno di materia organica e di sostanze nutritive. Nel giro di pochi anni, questo enorme aumento di fertilità si era rivelato estremamente proficuo. Non solo i Bullock potevano coltivare più varietà di piante rispetto al passato, ma anche le specie opportunistiche avevano potuto stabilirsi nell'habitat così valorizzato. La combinazione di acqua e terreno fertile era stata irresistibile.

Fra i primi nuovi inquilini c’erano state le piante di tifa. Probabilmente i loro semi erano stati trasportati nella palude ripristinata dagli uccelli acquatici, o forse erano rimasti dormienti nel suolo per anni, sperando in un ritorno del paesaggio palustre. In entrambi i casi, le piante di tifa avevano tratto vantaggio da quell'habitat maturo, e avevano industriosamente convertito la luce del sole, l’acqua e la torba in germogli in rapida crescita.

Ovunque ci sia della vegetazione fresca e tenera, c’è qualcuno pronto a consumarla: è una lezione che il giardiniere impara in fretta, quando i conigli selvatici, i topi campagnoli, i porcospini, i procioni e così via piombano sui suoi ortaggi. Lo si può considerare una sorta di orribile corollario dell’effetto “Campo dei sogni”: se lo si costruisce, ci sarà chi verrà a cercarvi il cibo. In termini ecologici, però, questo esemplifica la nicchia, ossia il ruolo di ogni organismo. Creando un habitat, i Bullock avevano offerto alla vita un’opportunità da sfruttare. Come se dovessero partecipare a un’audizione per la nuova parte in una commedia, gli organismi idonei a quel tipo di lavoro si erano presentati per occupare la nuova nicchia. Pensiamo alla nicchia come a una professione, e all'habitat come al luogo dove compiere quel particolare lavoro.

Via via che l’habitat diventa più vario, vi appaiono nuove nicchie. Spesso, predisporre un habitat innesca la creazione a cascata di nicchie, ed è precisamente quanto cerchiamo di fare nel giardino ecologico. La tenuta dei Bullock è un buon esempio di creazione a cascata di nicchie. Il fertile habitat aveva offerto una nicchia alla tifa, che poi era diventata una nuova fonte di cibo rapidamente sfruttata dal topo muschiato, un animale fatto su misura per cibarsi delle tenere pianticelle che crescono sull'acqua. L’opportunismo dei topi muschiati aveva portato alla loro ascesa e anche al loro declino: si erano felicemente pasciuti di tifa, ma quel porto solcato in lungo e in largo dai roditori era stato un richiamo per i predatori. Nelle isole San Juan, tuttora una riserva di natura selvaggia, le lontre trovavano riparo in qualche luogo nelle vicinanze. Il “tamtam” della natura è rapido ed efficace, ed erano passate solo una o due stagioni prima che le lontre fiutassero il potenziale bottino e si trasferissero nella palude. Esattamente come le piante di tifa, inizialmente poco numerose, si erano enormemente moltiplicate per poi essere divorate e sparire quasi del tutto, i topi muschiati avevano fatto la loro comparsa, erano aumentati rapidamente e avevano avuto un crollo in un ciclo che ora era interconnesso con quello della tifa e delle lontre.

Alla fine, sul terreno dei Bullock si è creata una forma di stabilità, che però di tanto in tanto tende a fluttuare quando l’una o l’altra specie prendono il sopravvento per poi essere nuovamente ridimensionate. Tuttavia, in un luogo in cui in precedenza non potevano sopravvivere né le piante di tifa, né il topo muschiato, né i predatori, ora prosperano tutte e tre queste specie perché i Bullock hanno predisposto un habitat e le sostanze nutritive del suolo. I fratelli hanno creato la situazione iniziale, e la natura ha fatto il resto. Invece di terra depauperata, ora i Bullock e i loro amici possono ammirare una palude verdeggiante popolata dalle specie più diverse, in cui le piante di tifa, i falaschi, i salici e i fiori selvatici frusciano al vento, dove maturano le more e altri frutti, e l’aria risuona dei versi degli uccelli acquatici e delle rane, e dove di tanto in tanto si possono intravedere le lontre e le aquile.

Giardinaggio in successione

In meno di un decennio, la proprietà dei fratelli Bullock si è trasformata da un campo incolto e pieno di rovi in una giovane foresta verdeggiante. Sulla palude, dove una volta i cespugli di more crescevano disordinatamente in inestricabili grovigli, ora i rami carichi di prugne e ciliegie si sporgono e proiettano la loro ombra chiazzata dal sole sui nasturzi dai fiori sgargianti. Gli alberi di noce adesso danno riparo a un boschetto di bambù, e le aiuole di ortaggi si snodano addentrandosi nei boschi. I fratelli hanno creato un ricco paesaggio in tempi brevi lavorando a fianco della natura, invece che contro di essa. Nel corso del libro alcune delle tecniche da loro utilizzate verranno gradualmente spiegate e illustrate, ma prima esamineremo una delle strategie generali che hanno guidato il loro lavoro: la successione accelerata.

Quando le piante cominciano a colonizzare la terra nuda – per esempio una fattoria abbandonata – ha inizio una progressione. Alcune specie di erbe annuali, di piantine e di fiori selvatici sono il primo tipo di flora ad arrivare e, per via della loro tendenza a una rapida colonizzazione, sono definite “piante pioniere”. Si tratta di piante che nel tempo si sono ben adattate a invadere il suolo nudo o smosso e ad ammantare di verde il vuoto vegetale. Le piante pioniere colmano questa carenza di flora e ridanno avvio ai cicli della vita. Noi tutti conosciamo la maggior parte di quest’orda di fulminee colonizzatrici come erbe infestanti: digitaria, dente di leone, acetosella, amaranto, piantaggine, cicoria, lattuga selvatica e molte altre ancora. I campi abbandonati e la terra fresca sono il loro ambiente, dove hanno un compito da svolgere: proteggere il suolo nudo dalle piogge erosive e trasportare le sostanze nutritive dagli strati profondi del terreno alla superficie, dove possono essere utilizzate. Queste piante pioniere dalla crescita rapida e dalla vita breve preservano e rigenerano la fertilità del terreno smosso.

Se queste erbe vengono lasciate dove sono, nel giro di poche stagioni le prime piante annuali a bassa crescita vengono accerchiate e soppiantate da una schiera di piante più alte, generalmente perenni. Nella metà settentrionale degli Stati Uniti queste piante comprendono l’aster, il camenerio, la verga d’oro, l’euforbia, le erbe perenni e molte altre ancora. Il fitto fogliame, gli steli ramificati e la diversa conformazione di queste erbe a stelo alto offrono più nicchie per gli insetti e gli uccelli che vi trovano riparo, vi si moltiplicano e se ne nutrono. La quantità di materia vivente, detta biomassa, aumenta via via che le sostanze nutritive e la luce del sole vengono assorbite e trasformate in steli robusti, folto fogliame e semi resistenti, che a loro volta diventano cibo per gli insetti e gli altri animali. In questo modo, la vita rapidamente prende piede sul terreno esposto. Dove prima gli elementi necessari alla vita erano confinati in un sottile strato superficiale di terriccio, ora queste sostanze nutritive abbondano in uno strato molto più spesso di vegetazione che pullula di animali in attività. La vita si costruisce i suoi ponteggi per riuscire a varcare nuovi territori.

La progressione da terra nuda alle erbe annuali a bassa crescita fino a quelle alte e perenni si chiama successione. Se non si intervenisse, nel giro di cinque-quindici anni il campo di erbe si coprirebbe di cespugli perenni. In presenza di sufficiente pioggia e fertilità, nell'arco di altri due o tre decenni i cespugli cederebbero il posto a una giovane foresta. Ovunque ci sia pioggia sufficiente, inesorabilmente la successione trasforma il paesaggio in una foresta.

Benché la successione sia un processo pressoché incontenibile, non è costantemente lineare. In qualunque stadio, il fuoco, il vento, il fulmine, l’aratro o altri disturbi possono riportarlo a una fase precedente. La maggior parte dei paesaggi è un mosaico di molti stadi di successione, in diverse scale. Anche in una comunità matura, giunta a uno stadio avanzato di successione, si annidano ancora, nascoste ai suoi margini, specie che risalgono a tutti gli stadi precedenti. Fattori di disturbo che vanno da un calamitoso incendio boschivo fino a un singolo albero abbattuto dal vento, permettono alle erbe pioniere o ai cespugli delle fasi intermedie di insinuarsi nuovamente nel sistema, facendone un paesaggio variegato di età e stadi diversi.

Come si collega tutto questo alla pratica del giardinaggio? I giardini e gli orti convenzionali imitano gli ecosistemi immaturi. Di solito sono dominati da piante delle prime fasi di successione: la maggior parte delle erbe, dei fiori e soprattutto degli ortaggi annuali è costituita da piante pioniere. Ciò significa che nel nostro amore per i prati all'inglese e per i giardini ordinati noi tutti cerchiamo di mantenere i nostri giardini in una fase iniziale dello sviluppo ecologico. La terra nuda e il suolo smosso di un orto o sotto ai cespugli ordinatamente coltivati sono come il canto di una sirena per le piante infestanti, che coprono alacremente il terreno esposto, estraggono le sostanze nutritive dal suolo minerale e dalle rocce sottostanti e preparano la scena per un ecosistema più maturo come una macchia di arbusti o una foresta. Nel disegno della natura, una distesa di sola erba ben annaffiata reclama a gran voce un’incursione di piantine e cespugli, o perlomeno uno sprazzo di biodiversità grazie alle erbe annuali dalla crescita rapida.

Possiamo usare la nostra conoscenza della successione per contribuire a risolvere i problemi dei nostri giardini. La maggior parte delle erbe infestanti è costituita da specie pioniere, le quali prosperano sulla terra smossa, nei luoghi esposti alla luce del sole e su terreni poco sviluppati. Il solo fatto di aver abbandonato il dissodamento come tecnica di giardinaggio ha ridotto enormemente il mio problema collegato alle erbe infestanti, poiché i semi, la cui sopravvivenza è legata al terreno smosso e alla luce, marcivano nel sottosuolo dove il sole e la coltivazione non potevano innescarne la crescita. Per la stessa ragione, uno strato di pacciame tende a bloccare la germinazione dei semi di queste erbe.

Aumentare la materia organica del terreno è un’altra strategia per stroncare le erbe infestanti. Con mio grande disappunto, un carico di cosiddetta paglia si era rivelato pieno di frammenti vivi di campanelle (Ipomoea purpurea) che non avevo notato finché in due aiuole pacciamate con questo nocivo miscuglio non erano germogliate le indesiderate e familiari piantine. Due stagioni su tre di lunghi e faticosi scavi per estirpare gli infiniti intrichi di radici non avevano turbato le sgargianti campanelle. La pacciamatura profonda, e addirittura il pesante impiego di trucioli, erano riusciti solo a ritardare la loro esuberante eruzione alla luce del sole, e il loro rapido soffocare qualsiasi altra cosa io piantassi. È stato il momento in cui mi sono avvicinato di più all’idea di usare un diserbante. Poi, di lì a qualche anno, le campanelle erano diventate pallide e distribuite in modo irregolare, e nel giro di altri due anni erano scomparse, anche se non le avevo quasi più estirpate. Nel frattempo, dopo anni in cui avevo costantemente praticato la pacciamatura profonda, il terreno di quelle aiuole si era trasformato da argilla rossa in una ricca terra nera. Ho in seguito appreso da più fonti che le campanelle e parecchie altre piante infestanti difficili da eliminare si indeboliscono nei terreni ben sviluppati, e preferiscono le giovani argille e le sabbie povere di materia organica. La successione riguarda il terreno nella stessa misura in cui riguarda le piante. Spesso, lo stadio di sviluppo del terreno influenza le specie che possono attecchirvi.

Un giardino è un sistema dinamico, non un’immutabile natura morta. Considerando i nostri paesaggi come ecosistemi dinamici, piuttosto che come insiemi statici di oggetti inerti, possiamo creare giardini che per loro stessa natura crescono seguendo direzioni e schemi sani. Questa prospettiva fa sì che possiamo delegare alla natura la maggior parte dei faticosi lavori di manutenzione dei nostri giardini.

Tenendo presente questo punto di vista, possiamo domandarci: quali tipi di ecosistemi contraddistinguono la maggior parte dei nostri giardini? Le risposte ci indicano il motivo per cui il giardinaggio è un lavoro così tedioso e senza fine. Un prato all'inglese orlato di fiori è il cugino ecologico di una prateria. L’altra disposizione più diffusa nei giardini delle zone residenziali, il tipico tappeto erboso costellato qua e là da alberi e cespugli imita la savana (mi colpiscono i sogni atavici che noi tutti mettiamo in atto quando creiamo questi paesaggi, che imitano quelli dell’infanzia della nostra specie nelle pianure africane).

Le praterie e le savane prosperano solo in determinate circostanze ambientali, che comprendono precipitazioni ridotte, intensa brucatura da parte degli animali e incendi frequenti. Dal momento che pochi abitanti delle zone residenziali incoraggiano l’inaridimento del terreno, l’incursione di mandrie di bisonti e gli incendi indomabili nel proprio giardino, le condizioni della maggior parte dei prati urbani non favoriscono la savana e la prateria. Che cosa succede dunque a questi infelici frammenti di ecosistemi? Una prateria o una savana che viene mantenuta esente da incendi, ben fertilizzata e irrorata a singhiozzo dai sibilanti impianti di irrigazione è spinta a evolversi in macchia e foresta. È questa la successione ecologica, onnipresente e implacabile.

Le erbe infestanti nei nostri prati all’inglese, e le piantine di acero nelle aiuole testimoniano il potere della successione. Da un punto di vista ecologico, il giardino suburbano standard vuole soltanto crescere. Comprendere questo principio fa sì che ci alleiamo con la potenza straordinaria della natura, invece di combatterla.

Un ecosistema immaturo come un prato richiede che investiamo tempo, energia e materiale per riportare indietro a forza le lancette dell’orologio ecologico, e manteniamo così il terreno allo stadio di prateria falciandolo ed estirpando le erbacce. Tuttavia, la natura – e l’irrigazione e i fertilizzanti degli esseri umani – porterà inesorabilmente avanti l’orologio di un altro battito, facendo spuntare piantine e alberelli e inondandoci con la sua fecondità. Con gli irrigatori a pioggia e con i fertilizzanti, schiacciamo l’acceleratore, ma con il dissodamento e lo sfoltimento pigiamo sul freno. Nessun sistema funziona bene con un regime schizofrenico di questo tipo.

I tipici prati urbani, e in larga misura anche gli orti e i giardini, soffrono di un’altra pecca ecologica: sono monocolture. Come abbiamo visto nel precedente capitolo, la natura fa affidamento sulla multifunzionalità e sulla ridondanza, e nessuna di queste due qualità è tipica di un prato da primo premio di fienarola.

Biodiversità in giardino

Anche se incoraggiamo la successione, non tutti i giardini attireranno i topi muschiati e le lontre come la tenuta dei Bullock. Tuttavia, ogni giardiniere può approfittare degli stessi cicli naturali che vi abbiamo visto all'opera. Un habitat caratterizzato da biodiversità riduce i problemi legati ai parassiti. Un’aiuola dove si coltivano solo broccoli o rose, per esempio, è un magnete per i parassiti, che si fionderanno con entusiasmo sul cibo abbondante gentilmente messo a disposizione, proprio come hanno fatto i topi muschiati con le piante di tifa. Quando questo capita in un giardino standard, ecco che vengono sfoderati gli spray e i saponi insetticidi, una spiacevole aggiunta al lavoro del giardiniere. Invece, fornendo un habitat ai predatori naturali di questi parassiti, i giardinieri possono lasciare che sia la natura a controllare gli insetti nocivi. Come le lontre, ancora numerose nelle selvagge isole di San Juan, sono accorse a risolvere la situazione, gli insetti utili faranno altrettanto trovando riparo nelle siepi e in altri nascondigli naturali, pronti a piombare sugli afidi e sui coleotteri giapponesi. La chiave è fornire al paesaggio la biodiversità. Quest’ultima è la varietà degli organismi presenti, considerati a molti livelli: cultivar, specie, genere, famiglia fino a includere tutti e cinque i regni degli esseri viventi e la varietà dell’habitat e degli ecosistemi. Per i nostri scopi, biodiversità significa avere un assortimento semi-selvatico ma ben studiato di piante utili in grado di attirare e sostenere gli insetti, gli uccelli e altri animali di cui abbiamo bisogno.

La biodiversità in giardino ha due forme interconnesse. Una è la diversità che il giardiniere crea piantando un’ampia gamma di fiori, cespugli e alberi che danno vita a un habitat stratificato. La seconda è la varietà della vita che resiste nei luoghi ancora incontaminati situati nelle vicinanze: le piante, gli uccelli e gli insetti importati o autoctoni pronti a diffondersi in questo habitat accogliente. Le due forme di biodiversità dipendono l’una dall'altra.

La maggior parte delle città ha abbastanza terreni vacanti, angoli abbandonati, parchi e giardini fioriti in grado di nutrire una vivace comunità di piccole specie vegetali e animali. In qualsiasi paesaggio, se non nei più depauperati, queste specie selvatiche vegetali e animali non hanno difficoltà a convergere compatte su un buon habitat. Se vivessi in un deserto biologico – per esempio in una mega- azienda agricola satura di pesticidi che rifornisce i supermercati convenzionali – non potrei fare affidamento sulle specie vegetali e animali, compresi gli insetti, perché approfittino delle mie offerte floreali. Ecco perché l’habitat è importante. Ogni angolo coperto di fiori è una riserva per le specie utili.

L’idea di attirare insetti utili non è nuova, ma il giardino ecologico porta il concetto un po’ più avanti. Quasi tutto in un giardino di questo tipo ha più di una funzione. Fra qualche pagina esaminerò questa idea in modo esauriente, ma qui di seguito trovate qualche esempio veloce. Per attirare gli insetti utili, potremmo piantare la monarda, che permette di preparare un ottimo tè, emana una fragranza di menta e produce un fiore dal colore vivace che va dal rosa al rosso. Oppure, se piantiamo una siepe, possiamo aggiungervi un cespuglio come l’albicocco selvatico o il ciliegio di Nanchino, piante ornamentali i cui frutti sono ottimi sia per nutrire le specie animali dell’habitat, sia per fare la marmellata. Poi potremmo aggiungere il goumi (Elaeagnus multiflora), che ha fiori e bacche graditi agli insetti e agli uccelli, ma le cui radici portano nel terreno microbi che lo arricchiscono e vi fissano l’azoto. Potrei continuare ancora, ma l’idea dovrebbe essere chiara. Riempiendo il giardino di piante multifunzionali e altri elementi, possiamo creare una fitta rete di nicchie per le specie selvatiche e al tempo stesso un luogo ricco di risorse per gli esseri umani: una profusione di frutta, fiori, erbe officinali e altri prodotti, e un luogo dove regna la bellezza. La biodiversità offre una cascata di benefici.

L’amore per i giardini ordinati ma non molto ricchi di biodiversità ci viene inculcato dalla nostra cultura. L’impeccabile prato all'inglese, sotto assedio da parte degli autori di manuali ecologici di ogni dove, si è sviluppato nel clima mite e costantemente umido della Gran Bretagna. Le sue implicazioni sono penetrate nel profondo della nostra psiche. Nell'epoca preindustriale, un tappeto erboso comunicava a gran voce a tutti i visitatori che il suo proprietario possedeva un patrimonio tale da usare parte della sua terra a puro scopo ornamentale, invece di coltivarla tutta per il consumo alimentare. E anche l’erba rasata proclamava opulenza: un gregge di pecore abbastanza numeroso da brucare il prato in modo uniforme. Questi indicatori di status continuano a sussurrare al nostro orecchio nonostante il passare dei secoli. Riconoscendo in maniera consapevole il ruolo di questo processo storico, possiamo liberarcene e abbandonare l’impulso riflesso di srotolare un tappeto erboso sull'intero paesaggio.

La nostra passione per i prati impeccabili e per le file geometriche di ortaggi e di fiori va contro la tendenza della natura e ci assicura un lavoro costante. Tuttavia, non c’è bisogno che brandiamo con rancore la paletta e il diserbante in una guerra senza fine contro l’esuberante appetito di terra smossa della cicoria e della lattuga selvatica. Invece di tutto questo, possiamo creare condizioni che incoraggino le piante che desideriamo, e poi lasciare che sia la natura a lavorare, come vi dimostrerò qui di seguito.

UN GIARDINO MATURO

Dato che i paesaggi hanno un’irresistibile tendenza a maturare, perché non saltare sul treno in corsa della successione approfittando dello slancio della natura? È quello che hanno fatto i fratelli Bullock, e che possiamo fare anche noi. Con un colpetto qua e un’aggiustatina là, possiamo effettivamente accelerare la successione, servendoci della natura per aiutare un giardino a maturare molto più in fretta di quanto non avverrebbe altrimenti. Nel giardinaggio ecologico creiamo molto rapidamente paesaggi ben sviluppati, produttivi e rigogliosi seguendo i binari già posati dalla natura.

La Tabella 2-1 elenca le differenze fra paesaggi immaturi e maturi. Possiamo usare queste conoscenze per realizzare degli ecosistemi maturi nei nostri giardini. In questo caso “maturo” non sta a indicare un’antica foresta buia con una chioma molto fitta e poche piante nella parte inferiore – non vi sto chiedendo di aspettare per un secolo o anche oltre –, bensì un paesaggio che ha superato gli stadi delle piante pioniere e dei giovani arbusti, ed è un bosco giovane o di mezza età. Si pensi a un’area boschiva con radure soleggiate piuttosto che a una fitta foresta. Questo paesaggio maturo è una miscela di alberi, arbusti e piante più piccole, a differenza dei raggruppamenti immaturi di erbe, piante annuali e arbusti occasionali, tipici della maggior parte dei giardini.

La Tabella 2-1 rivela alcune dinamiche importanti. Man mano che un paesaggio matura, c’è un aumento di materia organica, sotto forma di piante, animali e suolo fertile. Questo estrae anidride carbonica dall'atmosfera, riducendo potenzialmente l’effetto serra. Sono necessari meno apporti di sostanze nutritive dall'esterno o ne vanno perdute di meno, e i cicli e gli schemi diventano più complessi. Per visualizzare meglio questa evoluzione, possiamo confrontare un ecosistema giovane – un tipico orto annuale o un giardino di fiori che si riforma ogni anno a partire dai semi – con un bosco maturo.

Nell'orto annuale il suolo è nudo per molti mesi all'anno. Il clima è inclemente e subisce brusche variazioni, dato che in estate il sole cuoce il terreno e in inverno il suolo è esposto a cicli di congelamento e scongelamento.

Poiché le piante basse offrono scarsa protezione, il vento fa inaridire il suolo e la pioggia batte sul terreno dilavando le sostanze nutritive. Ogni anno la fertilità si riduce ulteriormente con la raccolta degli ortaggi e per il fatto che i gambi privi di foglie vengono strappati durante i lavori di pulizia autunnale. Questo fa sì che i cicli nutritivi siano aperti, in linea retta – con le sostanze che entrano nell'orto e poi ne escono definitivamente – invece di essere circuiti chiusi con grandi possibilità di riciclo. Ciò significa che la fertilità dev'essere importata per sostituire tutta quella andata perduta per via del dilavamento, dell’erosione e della quasi totale rimozione delle piante. E a meno che il giardiniere non si dia forsennatamente al compostaggio e alla pacciamatura, ben pochi organismi del suolo possono sopravvivere alle condizioni aspre e irregolari e ai bassi livelli di materia organica.

Qui la diversità delle piante è tenuta sotto stretto controllo. In realtà, la vera e propria biodiversità non è gradita, poiché è intesa come erbacce, parassiti, nonché uccelli o roditori che fanno razzia dei prodotti dell’orto. In questo ambiente, la tendenza della natura alla spontaneità è spesso sinonimo di problema invece che di godimento e miglioramento.

Questo giardino è un posto semplice. Vi troviamo le piante in un unico strato, con un’altezza compresa fra i 30 e i 90 cm. La flora appare in file o macchie ordinate secondo schemi molto rudimentali. E la catena alimentare? Solo due anelli: dalle piante all'uomo o, con grande disappunto, dalle piante agli insetti o agli uccelli. Non ci sono relazioni o associazioni simbiotiche, a meno che il giardiniere non sia abbastanza intelligente da crearle facendo ricorso a colture associate o a fiori che attirano gli insetti. Con le sue piante sradicate ogni autunno, la sua scarsa biodiversità e la sua elevata vulnerabilità alle erbacce, ai parassiti e alle malattie, un orto annuale è instabile e facilmente soggetto a danni.

Questo ritratto alquanto cupo di un luogo da cui i giardinieri ricavano un così grande piacere mi ha depresso. Prima di tirarmi su di morale esaminando un’area boschiva matura, aggiungo che il motivo per cui questi orti e giardini funzionano e danno così tanta gioia è il lavoro che gli esseri umani investono in essi. Gli orti annuali hanno bisogno dei nostri sforzi perché dobbiamo sostituire e riconnettere tutti i cicli mancanti e l’impegno che di solito viene fornito gratuitamente dalla natura. E spesso godiamo dello sforzo creativo e del lavoro terapeutico che vengono profusi nei nostri giardini. Ma se condividiamo il lavoro con la natura e portiamo nei nostri orti la saggezza acquisita in tre miliardi di anni di evoluzione, potremo avere tutto ciò che il giardino annuale ci offre e molto di più.

Prendiamo una foresta ben sviluppata e vediamo quali insegnamenti possiamo ricavarne per i nostri giardini. Prima di tutto, il suolo è ricoperto da uno strato di materiale vegetale morto ed è ombreggiato da molti strati di piante che perdurano tutto l’anno. La vegetazione mitiga la forza della pioggia, del sole e del vento, e crea microclimi dolci in cui i semi germogliano in fretta e la vita può annidarsi comodamente. La presenza permanente di radici e di un tappeto di foglie che si riforma in continuazione offre un habitat perfetto ai lombrichi e ad altre creature del terreno. L’abbondante vita del suolo cattura le sostanze nutritive e le ricicla nelle piante prima che possano essere portate via dalle piogge. Queste sostanze vengono immagazzinate, a breve e a lungo termine, nei tronchi degli onnipresenti alberi, negli arbusti e nelle erbe perenni, nei licheni, nei funghi, nel terriccio, nell'humus e negli organismi del suolo. La foresta costituisce una straordinaria riserva di materia organica e minerali. Tutta questa biomassa agisce come un conto di risparmio, conservando e riciclando gli elementi preziosi della foresta come assicurazione contro la siccità, l’infestazione o altri eventi stressanti.

La maggior parte delle foreste abbraccia numerose stagioni e decadi. Ogni anno solo una piccola parte di biomassa viene sostituita, ciò significa che solo pochi animali e piante muoiono. Si pensi a come la maggior parte di un albero imponente rimane intatta di anno in anno, mentre a morire sono soltanto le foglie e poche radici. Qui, diversamente che nell'orto annuale, la continuità è la regola. Gran parte di ciò che esiste in natura si preserva nel corso degli anni.

Le parti che muoiono ogni anno vengono riciclate all'interno dell’ecosistema, praticamente senza perdite. Quasi tutti i prodotti della vita, dai tronchi degli alberi alle ossa dei cervi, fino alle ali degli insetti e alle cellule dei batteri, sono riciclabili. La natura assembla e scompone, dissolve e rinnova, continuando a usare lo stesso materiale e senza lasciare una scia di discariche e detriti tossici. In natura non esistono scarti: tutto è nutrimento per qualche altro organismo, e tutto è connesso nella vita e nella morte a molte altre specie.

Nella foresta ci sono centinaia di specie vegetali e migliaia di varietà di animali e microbi. Nelle aree boschive, la biodiversità è enorme e permette la formazione di innumerevoli relazioni. Collegate tra loro in reti interdipendenti, queste creature utilizzano la quasi totalità del cibo e dell’habitat della foresta, lasciando poche nicchie, se non nessuna, aperte agli invasori. Quest’uso iperefficiente delle risorse rende anche estremamente improbabile la possibilità che una singola specie crei uno squilibrio. Che cosa potrebbe restare come nutrimento per un parassita che non sia già stato mangiato da qualche altra creatura ben affermata nell’ecosistema? E dato che le specie della foresta si sono evolute insieme, ciascuna possiede dei meccanismi di difesa per tener lontani i nemici, come per esempio una spessa patina cerosa o sostanze chimiche dal sapore cattivo. Gli intrusi possono solo trarre vantaggio dall’apertura di nuovi varchi, come quando un albero cade, lasciando del terreno nudo e fresco. Ma poi la foresta circonda rapidamente l’invasore e lo soffoca, a meno che la nuova specie non trovi una nicchia stretta e inutilizzata, e non entri a far parte in modo pacifico della rete della vita.

La foresta presenta anche schemi e cicli differenti. Tra cielo aperto e terra, la vegetazione si dispone in numerosi strati: chioma, alberi bassi, arbusti, erbe alte, rosette e rampicanti a crescita orizzontale, e rampicanti che abbracciano l’intero assortimento. Nel mezzo di questo habitat variegato si trovano centinaia di nicchie per insetti, uccelli e altre creature. Le reti alimentari sono complesse, e includono piante, erbivori, predatori, carnivori al vertice della catena alimentare e decompositori, allacciati in una danza mutevole e con molti partner. Anche i rapporti fra le specie sono altrettanto intricati. Gli alberi hanno relazioni simbiotiche con particolari funghi e batteri che portano sostanze nutritive dal suolo alle radici. Le piante estraggono minerali dalle profondità del terreno perché altri li possano usare. Uccelli e mammiferi trasportano i semi in posti nuovi, ridistribuendo la fertilità lungo il percorso sotto forma di concime naturale. Se un filo di questa rete si spezza, migliaia di altri sono lì accanto per mantenere intatto il tessuto della foresta.

Una foresta non è un luogo statico e immutabile, ma possiede una stabilità dinamica e resiliente. Rispetto a un giardino convenzionale, non c’è molto spazio per parassiti, malattie, piante invasive e cambiamenti radicali. La natura ha cucito insieme la foresta, formando più un arazzo uniforme che un’accozzaglia di piante e animali scollegati fra loro.

Tenendo presenti i contrasti fra il giardino annuale e il bosco maturo, possiamo pensare di organizzare i nostri giardini in modo che si ispirino agli ecosistemi maturi piuttosto che a quelli giovani. Non è neanche necessario che siamo noi a fare tutto il lavoro: come nel paesaggio dei fratelli Bullock, se noi porremo le basi, la natura creerà molte connessioni e riempirà i vuoti.

Qui di seguito sono elencate le principali caratteristiche dei paesaggi naturali da includere nel giardino ecologico:

  • ŠŠUn terreno profondo che sia ricco di sostanze nutritive e materia organica.
  • ŠŠPiante che ricavano fertilità dalla profondità del suolo, dall’aria e dall’acqua piovana.
  • ŠŠMolti strati di vegetazione allo scopo di creare varie nicchie per altre creature.
  • ŠŠGrande risalto alle piante perenni.
  • ŠŠRapporti di aiuto reciproco fra piante, insetti, uccelli, microbi, mammiferi e tutti gli altri abitanti, esseri umani inclusi.
  • ŠŠIncremento dei cicli chiusi, vale a dire che con l’andar del tempo il giardino dovrebbe richiedere sempre meno apporti dall’esterno, dato che produce la maggior parte di fertilizzanti, pacciame, semi, nuove piante ecc. A eccezione del raccolto, ben poco va perduto a causa del dilavamento e dell’erosione, tutto infatti viene riciclato.

Nel resto del capitolo, fornirò una breve descrizione di come applicare queste nuove idee mutuate dall’ecologia in giardino, ma negli altri capitoli scenderò molto di più nei dettagli.

QUALCHE TRUCCO DELLA NATURA PER I GIARDINIERI

Insieme ai diversi livelli di biodiversità, una delle più grandi differenze fra la maggior parte dei giardini e i paesaggi naturali è che se li si trascura, i giardini vanno in rovina, mentre la natura no. A tutti è capitato di tornare dalle vacanze e trovare le proprie piante preferite mangiate, le erbacce in pieno rigoglio e l’intero giardino afflosciato da un’imprevista ondata di calore. La condizione naturale di un giardino senza giardiniere è la morte, o il ritorno allo stato selvatico. Le condizioni naturali di una foresta sono la salute e il vigore. Ciononostante, con qualche insegnamento tratto dalla natura, possiamo progettare giardini che diventeranno intrinsecamente più fertili, sani e ben irrigati e che godranno della stessa stabilità dinamica, resilienza ed esuberanza degli ecosistemi naturali. Questa sezione offre una breve panoramica dei modi di procedere, mentre il resto del libro li esaminerà nei dettagli.

Miglioramento della qualità del terreno

Come possiamo applicare la saggezza della natura al giardino? Prima di tutto, partendo dal suolo. La natura forma il terreno dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto. Con “dall’alto verso il basso” intendo la costante pioggia di fogliame morto che cade dall’alto e si decompone formando un terriccio soffice. La natura non dissoda a rotazione, e neppure noi abbiamo bisogno di farlo. Per ottenere rapidamente un suolo maturo, basta coprire la materia organica con spessi strati di pacciame. Il pacciame si trasforma velocemente in concime in loco, così da creare un suolo maturo ricco di materia organica, brulicante di organismi e pronto per nutrire piante sane. Nel Capitolo 4 troverete le tecniche dettagliate per arricchire la struttura del suolo con i pacciami.

L’azione complementare, ovvero il miglioramento della struttura del terreno dal basso verso l’alto, è invece ad opera delle piante. In natura la fertilità proviene dalla vegetazione e dalla vita del suolo, non da una busta di fertilizzante. Molte piante sono bravissime nell’estrarre sostanze nutritive dalle profondità del terreno e nel dirottarle in superficie, dove potranno essere utilizzate da altre piante. Queste varietà vengono presentate nel Capitolo 6 e citate nell’Appendice. In un orto, la raccolta degli ortaggi rimuove costantemente le sostanze nutritive, perciò la fertilità asportata dovrà essere rimpiazzata con piccole aggiunte di pacciame, compost o fertilizzante, ma con la presenza di piante in grado di accumulare le sostanze nutritive, non ci sarà quasi più bisogno di spargere il fertilizzante.

Insieme, le tecniche top-down e bottom-up produrranno in breve tempo la terra più fine che abbiate mai visto.

Perenni contro annuali

In secondo luogo, il giardino ecologico imita un ecosistema maturo dando più risalto alle specie perenni anziché a quelle annuali. Questo è facile per i giardini ornamentali e spontanei, poiché dispongono di migliaia di fiori, cespugli e alberi perenni. Invece, a un primo sguardo, le specie perenni sembrano una forte limitazione per gli orti. Non sto dicendo che pomodori e peperoni siano tabù, anzi, ne coltivo ancora in abbondanza, ma molte piante annuali possono essere sostituite con altre perenni. Di queste ultime ce ne sono in abbondanza: il farinello buon-enrico, il cavolo riccio e il cavolo portoghese perenni, il romice scudato e molte altre, tutte descritte nel Capitolo 6. Esistono cipolle, radici commestibili ed erbe perenni, e naturalmente ortaggi come gli asparagi, i carciofi e il rabarbaro. E non dimentichiamo le piante alimentari perenni più ovvie, come quelle che producono frutti di bosco, frutta, noci e nocciole.

I vantaggi delle specie perenni sono innumerevoli: eliminano le operazioni di germinazione e dissodamento, come pure l’opportunità di insediamento fornita alle erbacce dal dissodamento. E già solo così si cancellano in un colpo solo tre lavori ingrati dalla lista. Le piante perenni richiedono meno acqua e meno fertilizzanti di quelle annuali. Il loro sistema di radici profonde va ad attingere da sacche di umidità e sostanze nutritive che per le piante annuali sono semplicemente irraggiungibili. Inoltre, per il fatto di durare tutto l’anno, queste piante offrono un habitat sicuro alle specie selvatiche e agli insetti utili.

Livelli multipli

Un giardino ecologico è fatto di molti strati, da quello erboso in basso alle chiome degli alberi più alti, passando per gli arbusti e gli alberelli. Ogni strato può contenere specie ornamentali, varietà commestibili o per altri usi umani, piante selvatiche, e una flora per arricchire la composizione del suolo e mantenere sano l’ecosistema. Insieme, i vari livelli forniscono diversi tipi di habitat, molti prodotti e grande interesse visivo. Nei climi soleggiati, gli alberi grandi possono essere disposti vicini per offrire ombra, mentre nelle zone più fresche e meno esposte al sole possono essere distanziati per aumentare la luce e il calore. Il Capitolo 10 spiega come realizzare questi giardini simili a foreste.

Comunità vegetali

In un giardino ecologico, così come in natura, le piante non sono individui isolati, ma costituiscono delle comunità. Molto tempo fa, gli ecologisti (come anche le popolazioni indigene) si erano resi conto che molte piante e animali compaiono in gruppi distinti. Certe specie sembrano presentarsi sempre insieme alle stesse compagne. Nell’arida zona occidentale degli Stati Uniti, il Pinus monophylla e il ginepro crescono insieme, spesso accompagnati dalla quercia di Gambel e dal mogano di montagna. Nell’Est del Paese, una comunità che si trova di frequente è la foresta di querce e noci americani, con il viburno acerifoglio e la sanguinella che di sovente riempiono il sottobosco. Esistono centinaia di comunità vegetali, e ciascuna contiene un assortimento riconoscibile di alberi, arbusti e fiori la cui composizione varia da una comunità all'altra. Di queste comunità possono anche far parte animali specifici. Le foreste di querce e noci americani sono un habitat in particolare per le ghiandaie azzurre, i fringuelli e i frosoni, mentre i boschetti di Pinus monophylla e ginepro offrono riparo a ghiandaie e codibugnoli. Ambienti diversi favoriscono comunità diverse.

Nel giardino ecologico, rubiamo una pagina dal libro della natura e raggruppiamo spesso le piante in comunità. Alcuni giardinieri hanno ricreato le comunità vegetali naturali che crescono nella loro regione, mentre altri hanno giocato nella creazione di raggruppamenti vegetali, sostituendo alle piante autoctone altre più utili all’uomo o con diverse funzioni. La progettazione di comunità vegetali multifunzionali è un nuovo campo che sta muovendo i primi passi ed è l’ultima frontiera dell’orticoltura. Ingegnosi progettisti di giardini hanno realizzato combinazioni di piante non solo belle, ma anche produttive e che fanno risparmiare lavoro e fatica. In un giardino, una singola comunità vegetale, oltre a fornire al giardiniere fiori e foglie gradevoli agli occhi, cibo ed erbe, può anche contenere piante che respingono i parassiti, producono pacciame, accumulano sostanze nutritive, attirano gli insetti utili e offrono riparo agli animali selvatici. Gran parte di questo libro, e in particolare i Capitoli 8, 9 e 10, spiega come creare armoniosi gruppi di piante in grado di nutrirsi a vicenda e di dare sostentamento sia al giardiniere che alle specie selvatiche.

Le comunità vegetali esistono davvero?

Da decenni gli ecologisti discutono per stabilire se le comunità vegetali siano reali o solo un concetto di cui ci serviamo per comodità. Alcuni sostengono che si tratti di assemblaggi puramente casuali di specie che si trovano a prediligere lo stesso clima, lo stesso suolo e altre condizioni ambientali. Altri studiosi di ecologia credono che le comunità si formino in parte per via di interazioni e vantaggi reciproci fra i loro membri, e che in un certo senso agiscano come organismi interi. La questione è ancora aperta. A sostegno della tesi favorevole al raggruppamento casuale, basta fare qualche indagine botanica per vedere che due esempi di una data comunità contengono sempre differenti specie e quantità di piante. Non esiste una comunità uguale a un’altra. Inoltre, se seguiamo una comunità nelle sue varie manifestazioni, per esempio in un clima più freddo, la sua composizione può variare. Man mano che l’ambiente cambia, anche le specie che costituiscono la comunità si trasformano gradualmente: una o due scompaiono, sostituite da altre nuove. Se le comunità fossero sistemi saldamente legati come gli organismi, dovrebbero avere confini ben definiti. In tal caso dovremmo aspettarci cambiamenti repentini e non graduali della loro composizione, come quando si passa da un Paese a un altro.

D’altro canto, una comunità di specie possiede una struttura definita. Se vengono a mancare certi componenti, tutto l’insieme ne soffre. Per esempio, le foreste di abeti di Douglas che non contengono un particolare tipo di tartufo non sono sane come quelle in cui quel fungo è presente. Il tartufo, che vive fra le radici dell’albero, fornisce sostanze nutritive all’abete e forse lo protegge dalle malattie. Se questo fungo manca, come accade in molte piantagioni, la foresta di douglasie non solo è più debole, ma non sarà neppure di supporto ad altre specie. Una di queste è l’arvicola dal dorso rosso, un roditore che si nutre del fungo ed è il cibo preferito dell’allocco macchiato. In assenza delle arvicole, quindi, la popolazione degli allocchi tenderà a diminuire. Questa scarsità va a colpire diverse specie, e l’intera comunità si assottiglia. Le comunità sono quindi collegate fra loro in una rete intricata. Gli ecologisti hanno anche dimostrato che, pur in assenza di gradienti ambientali – quando cioè la temperatura e i livelli di sostanze nutritive rimangono uguali su una vasta area – gli organismi continuano a selezionarsi in gruppi diversi e fortemente strutturati, che variano da luogo a luogo.

Credo che le comunità siano tenute insieme tanto dalle loro interazioni quanto dal loro ambiente. I giardini ecologici che ho visto sembrano confermarlo: come vedremo, le comunità, ovvero gruppi di piante interrelate, permettono di avere giardini molto sani.

Multifunzionalità

La nostra discussione sulle nicchie, la successione e la biodiversità ci porta a un altro importante principio del giardino ecologico: ogni parte del giardino svolge più di un’attività. Nel gergo dei progettisti in permacultura questo fenomeno è chiamato “multifunzionalità”. Niente in natura ha un’unica funzione; in questo modo ogni elemento è estremamente efficiente. Un arbusto, per esempio, non si limita a fare ombra, ma con le sue bacche nutre gli uccelli ridotti alla fame dall'inverno, offre riparo, concima il suolo con le sue foglie, procura germogli per cervi e porcospini in cerca di cibo, blocca il vento, trattiene il terreno con le sue radici, raccoglie e incanala l’acqua piovana, e molto altro ancora.

La natura accumula sempre le funzioni, poiché quell’arbusto, o qualsiasi altro elemento vivente, rappresenta un grosso investimento in termini di materia e di energia, due risorse che la natura economizza con enorme parsimonia. La natura ha un talento eccezionale nell’ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, spremendo ogni briciolo di energia da quell’arbusto e collegandolo a infiniti altri cicli per massimizzarne il rendimento. Le bacche del cespuglio hanno attinto energia per crescere e così, quando un uccello le mangia, la pianta compensa i propri sforzi per la disseminazione producendo semi duri che attraversino intatti l’intestino dell’uccello in modo da germogliare su un nuovo terreno. Le foglie raccolgono energia solare, ma senza sforzi supplementari sono disposte in modo da convogliare l’acqua piovana ai gambi e giù fino alla radici, aumentando l’area di raccolta dell’arbusto. Nel far sì che le piante svolgano molteplici funzioni la natura utilizza con grande efficienza il proprio investimento energetico.

Invece la maggior parte dei progetti umani è esageratamente dispendiosa. È come se spedissimo in tutta fretta la nostra merce dal produttore alla discarica lungo un fiume perfettamente diritto, mentre la natura gli farebbe fare una serie di curve imprimendogli un andamento a zigzag, ricavando benefìci ad ogni ansa e riciclando quel che rimane inutilizzato. Se progettiamo i nostri giardini tenendo a mente gli stessi princìpi, essi produrranno molti meno sprechi e problemi, e saranno di gran lunga più produttivi e generosi. La multifunzionalità è una regola chiave, nonché una delle più importanti da seguire.

Ecco un esempio di multifunzionalità nella progettazione di un paesaggio. Accanto alla nostra casa di Oakland c’era una cisterna da circa 20.000 l per la raccolta dell’acqua piovana. Era quasi sepolta, ma il coperchio, che misurava 3 x 3,5 m, sporgeva dal terreno: un’orribile lastra grigia di cemento proprio accanto alla cucina. Per nascondere il cemento, gli avevo inchiodato sopra una pedana di cedro, che però nelle assolate giornate estive diventava troppo calda perché potessimo usufruirne. Allora le avevo costruito sopra una pergola, su cui avevo fatto crescere due varietà di uva senza semi. Sul graticcio a lato del serbatoio si arrampicava un gelsomino che diffondeva il suo profumo sopra la pedana. La cisterna era diventata un angolo fresco e ombreggiato sotto i grappoli di uva dalla rapida crescita, dove mia moglie e io amavamo soffermarci pranzando a un tavolino sotto la volta verde. Le nostre piante da appartamento trascorrevano le vacanze estive in un angolo in cui i raggi del sole arrivavano attenuati. Sul finire dell’estate, dopo pranzo, ci bastava allungare una mano sopra la testa per procurarci un dessert a base di dolci acini di uva.

I pampini facevano ombra anche alla casa, mantenendo fresca la cucina in estate. In autunno le foglie cadevano, permettendo al tanto agognato sole di inondare la pedana e la finestra della cucina. Le foglie cadute si aggiungevano al cumulo del compost o finivano direttamente in un’aiuola del giardino come pacciame. Quando in inverno potavo la vite, ricavavo un mucchio di talee da regalare agli amici. L’acqua che traboccava dalla cisterna irrigava la vite e le altre colture vicine.

Combinando nel modo giusto il serbatoio per l’acqua, la vite e la pedana, avevo aumentato l’utilità di ciascun elemento, ricavandone benefici che nessuno di loro mi avrebbe potuto fornire da solo. Quasi tutti gli elementi svolgevano diversi ruoli.

I giardinieri sono già bravi di per sé ad accumulare le funzioni. Un semplice cumulo di compost è multifunzionale: ricicla l’acqua, crea humus fertile, incrementa la vita del suolo e spesso offre al giardiniere la possibilità da fare un po’ di esercizio fisico mentre lo rivolta e lo sparge. Perfino una siepe monospecie di ligustro può servire da frangivento, da schermo per la privacy e da habitat per gli uccelli. Se riconosciamo i vantaggi della multifunzionalità e la teniamo presente nella progettazione dei nostri giardini, possiamo ottenere fantastiche sinergie dal nostro orto.

Il concetto di multifunzionalità ha due facce, due regole che si rafforzano a vicenda. La prima è che ciascun elemento di un progetto – ogni singola pianta o struttura – deve svolgere più di un lavoro. La nostra pergola di uva illustra questa regola: la vite faceva ombra alla pedana, ma lasciava passare la luce in inverno, rinfrescava la casa, forniva cibo, pacciame e possibilità di propagginazione, e abbelliva una cisterna di per sé brutta.

Il secondo principio è complementare al primo. In una progettazione, ogni lavoro, che si tratti di un sistema o di un processo, dev’essere eseguito o supportato da più di un elemento. In altre parole, cercate sempre di avere delle riserve a disposizione. Anche in questo caso, i giardinieri seguono già questa regola in maniera più o meno consapevole, piantando diverse varietà di ortaggi nell’evenienza che una non attecchisca, oppure fiori e frutti diversi che diano i loro prodotti per un lungo periodo di tempo. E ogni giardiniere ha tutta una serie di spruzzatori, dispositivi per l’irrigazione a gocce, tubi porosi, beccucci speciali e innaffiatoi, tutti aggeggi con l’unico scopo di fornire acqua alle piante. Sistemi multipli e stratificati come questi sono molto più efficaci nell'esecuzione del lavoro di quanto non lo sia un unico strumento.

Questo tipo di ridondanza comporta numerosi vantaggi. Possiamo individuarne alcuni dando una rapida occhiata al modo di procedere della natura. Uno è la protezione dai disastri ambientali. Negli organismi e negli ecosistemi, le funzioni più importanti hanno dei dispositivi di riserva, spesso molto in profondità. Prendiamo il nostro senso dell'equilibrio: noi tutti ci serviamo di tre metodi indipendenti per mantenerlo. In primo luogo, gli occhi ci dicono in che posizione ci troviamo. Secondariamente, nelle orecchie c’è una camera piena di fluido in cui sono disposte cellule ciliate sensibili all’orientamento: la loro posizione comunica al cervello l’orientamento da seguire. E in terzo luogo, i muscoli e i tendini sono dotati di recettori che trasmettono dati sui movimenti e le posizioni dei nostri arti. Dedicando energia e organi a questa strategia del “dimmelo tre volte”, il nostro corpo fa un notevole investimento per evitare le cadute. E ne vale la pena, perché se per esempio dovessimo fare affidamento solo sugli occhi, un lampo di luce abbagliante su un ripido sentiero di montagna potrebbe farci precipitare da un dirupo. Ogni organismo o sistema dotato di dispositivi di riserva sopravvive più a lungo. Ad esempio, se il suolo è ben pacciamato, le piante possono rimanere in vita anche se non vengono irrigate mentre il proprietario è in vacanza.

La ridondanza aumenta anche la produzione. Servendoci ancora del corpo umano come esempio, pensiamo a come il tratto digerente inferiore filtra tutto il nutrimento possibile dal cibo attraverso molteplici passaggi. L’intestino tenue estrae una parte del carico di sostanze nutritive, poi l’intestino crasso ne assorbe altre, e i batteri intestinali ne convertono ancora di più in una forma utilizzabile. Questo approccio multiplo trae il massimo sostentamento dal cibo. Analogamente, un giardino con vari strati di tecniche di conservazione dell’acqua, protezione dal gelo, immunizzazione alle malattie, deviazione dei venti o con varie strategie per arricchire la composizione del suolo, trarrà un beneficio cumulativo da queste tecniche multiple.

I benefìci prodotti dalla ridondanza non sono sfuggiti ai giardinieri ecologici e ai permacultori, che a questo principio aggiungono un’altra linea guida: ogni funzione dev’essere ricoperta da molteplici elementi.

I due aspetti della multifunzionalità – ogni elemento svolge molteplici funzioni, e ogni funzione è ricoperta da molteplici elementi – possono essere utilizzati in tutto il giardino, su vari piani, per sintonizzare il paesaggio con la forza della natura. I prossimi capitoli ne forniranno moltissimi esempi.

Dato che questo capitolo tratta dell’ecologia per giardinieri, mi sono limitato a concetti come quello di nicchia, successione, biodiversità, multifunzionalità e altri, che a mio parere sono i più importanti per far capire ai giardinieri come creare paesaggi naturali in grado di soddisfare i bisogni delle persone. L’ecologia studia i rapporti fra gli esseri viventi, e sono queste relazioni a trasformare un insieme di oggetti disparati in un paesaggio vivo e dinamico. Con questa idea in mente, ora possiamo prendere in esame alcuni strumenti di progettazione per realizzare un paesaggio di questo tipo.

L'Orto - Giardino di Gaia

L'Orto - Giardino di Gaia

La prima edizione di Gaia's Garden ha scatenato la fantasia dei giardinieri domestici, presentando il messaggio fondamentale della permacultura: lavorare con e non contro la natura dà come risultato giardini più belli, più ricchi e di facile manutenzione.

Toby Hemenway dimostra come sia gratificante e facile creare un ecosistema nel prato dietro casa assemblando comunità di piante in grado di collaborare fra loro e svolgere una serie di funzioni, fra cui:

  • migliorare e mantenere la fertilità e la struttura del suolo
  • raccogliere e conservare l’acqua nel paesaggio
  • fornire un habitat agli insetti utili, agli uccelli e ad altri animali
  • coltivare una “foresta” commestibile che produce frutti di stagione, noci e nocciole, e altri alimenti.

Questa edizione del libro contiene anche un utile e pratico capitolo sulla permacultura urbana, espressamente concepito per chi vive in città e in sobborghi con spazi di coltivazione molto limitati. Indipendentemente dalle dimensioni dell’orto o del giardino di cui disponete, potrete applicare i principi di base della permacultura per renderlo più vario, naturale, produttivo e anche più bello. 

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Toby Hemenway

Toby Hemenway, laureato in biologia, a inzio carriera ha lavorato come ricercatore nell’ambito genetico e immunologico. Deluso dall’indirizzo che le biotecnologie stavano prendendo, si avvicinò alla permacultura e la sua carrierà cambiò totalmente. Da allora Toby e la moglie si occupano di realizzare permacultura domestica nel rispetto del territorio e della natura. Hemenway è autore di numerose pubblicazioni e saggi sull’argomento.