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Dave Bruno - Capitolo 1 - La Sfida delle 100 Cose

In anteprima il primo capitolo del libro "La Sfida delle 100 Cose" di Dave Bruno

Dave Bruno - Capitolo 1 - La Sfida delle 100 Cose

Qui nel sud della California, noi di San Diego abbiamo un detto. Alle Hawaii non lo capiscono, ma fa lo stesso. Noi usciamo di casa, ci diamo uno sguardo intorno ed esclamiamo: “Un’altra giornata in paradiso!”.

Il detto vale praticamente tutti i giorni dell’anno. A San Diego, sull’oceano, non fa mai troppo caldo né troppo freddo. So bene com’è in altre zone. Io ho vissuto alcuni anni a Chicago per gli studi universitari, sono tornato a San Diego e poi ho trascorso altri due anni sempre nella zona di Chicago per un master. Ho calcolato che, dei miei cinque anni (sessanta mesi) trascorsi complessivamente nel Midwest, quaranta mesi sono stati di un inverno glaciale, altri diciassette di un’estate afosa e opprimente. Nel totale dei cinque anni ci saranno stati forse tre mesi di tempo piacevole, e magari anche una o due giornate idilliache. Qui a San Diego è diverso. In cinque anni abbiamo circa cinquantanove mesi che sembra di stare in paradiso.

Un giorno di luglio di alcuni anni fa il tempo era splendido. Una giornata di sole sui 25 gradi. Dalle finestre aperte di casa soffiava una brezza lieve e fresca proveniente dal mare. Se mai ho avuto motivo di esclamare: “Un’altra giornata in paradiso!”, era il giorno giusto. E invece non lo feci. Non riuscivo a parlare. Ero agitato. Anzi, proprio in crisi. Una piccola crisi domestica, ma pur sempre una crisi, dalla quale è nata una profonda intuizione, una presa di coscienza fondamentale. In quei brevi istanti mi scoprii a borbottare: “Lancio la sfida delle 100 cose.” Pur tenendo conto delle mie stranezze, come frase era quanto meno insolita, per cui voglio spiegare com’è andata. Quel sabato mi destreggiavo con impegno a organizzare la mia condizione di membro della middle class americana. In famiglia c’erano mia moglie Leanne e le mie figlie Lucy, Phoebe e Bridget. Richiedevano tutte la mia attenzione, e devo dire che sono sempre stato felice di concederla.

Insomma, quasi sempre. Ero appassionato di camminate in montagna e nel deserto (oltre ad avere un clima perfetto e il mare, San Diego è anche vicina alle montagne e ai deserti). C’era da portare a spasso il cane e da proteggere i gatti dai coyote affamati. Avevo una chitarra che suonavo abbastanza spesso. Avevo il mio hobby ambizioso, lavorare il legno, cui mi dedicavo una volta la settimana. Mi guadagnavo da vivere lavorando al marketing della vicina Point Loma Nazarene University.

Parallelamente, gestivo una piccola casa editrice di audiolibri, la ChristianAudio. Inoltre, curavo da alcuni anni un blog, StuckInStuff.com, che più che altro inveiva contro gli eccessi del consumismo. In pratica ero un marito e un padre, un aspirante cantautore amante degli animali e dell’aria aperta, un imprenditore con la passione dei lavori manuali e una tendenza compulsiva alla scrittura. Occupandomi di tutte queste cose, s’intende che avevo una scrivania tutta per me. Era vicino al letto per questioni di praticità. E a volte era sommersa dal marasma. Quel fine settimana del luglio 2007 ci eravamo dedicati alle pulizie domestiche. Avevamo ripulito e messo in ordine il giardino.

Avevamo passato il battitappeto sulla moquette e spazzato i pavimenti di bambù al piano di sotto. Avevamo fatto il bucato e steso i panni. Avevamo riposto i giocattoli negli armadi e sulle mensole. Alla fine mi tornò in mente il lavoro e andai a cercare una cosa che avevo lasciato in sospeso sulla scrivania. Bastò uno sguardo per capire che non esisteva la più remota possibilità di trovarla. Il caos era totale. Gli oggetti sulla scrivania sparivano in una massa indistinta di disordine. Considerato che non c’era speranza, feci quello che qualsiasi uomo sano di mente avrebbe fatto: rimandai. Decisi che al lavoro avrei pensato dopo ed entrai nella cabina armadio a pochi metri di distanza.

Ma quando dalla scrivania del mio home office passai all’armadio, la situazione era la stessa. La nostra è un’ampia cabina armadio con molto spazio per riporre abiti, scarpe, cinture, cappelli, cose varie, persino le valigie vuote che teniamo sui ripiani in alto. C’è anche un angolo mio in cui conservo l’attrezzatura da trekking. Uno zaino, una tenda e il sacco a pelo che pende da un chiodo fissato molto in alto. In quell’armadio c’era posto per tutto quel che volevo, ma non ce n’era per me. Non riuscendo quasi a muovermi nello spazio angusto, iniziai ad avvertire un senso di malessere. Avevamo appena fatto pulizia in casa e riordinato tutto. Devo anche precisare che non siamo gente particolarmente legata ai beni materiali, che colleziona intenzionalmente una grande quantità di cose. Non crediamo che l’accumulo sia un metro del successo. Anzi, abbiamo sempre cercato di vivere secondo il principio opposto. Negli anni abbiamo dato via molte cose.

Abbiamo cercato di resistere alle pressioni del consumismo. Non abbiamo fatto vita da eremiti, ma ci siamo sforzati di vivere in modo semplice. Eppure, dopo aver dedicato tutto il weekend alle pulizie e al riordino, la scrivania e l’armadio non sembravano quelli di una persona che avesse pretese di frugalità. Scesi in cucina a bere un po’ d’acqua fresca. La nostra cucina è un lungo ambiente rettangolare con un ampio piano di lavoro e dodici cassetti. Quattro sono di cianfrusaglie. Un buon trentatré per cento dello spazio dietro le ante scorrevoli contiene roba inutile, cose che non usiamo praticamente mai e da cui non potremmo ricavare nulla vendendole a un mercatino dell’usato. Cose tipo chiavi di serrature che non abbiamo più, torce elettriche rotte con le batterie scariche e un iPod Mini azzurro di prima generazione che non si accende più.

Nel computo dei cassetti delle cianfrusaglie ho trascurato i due cassetti talmente pieni di utensili da cucina che fatichiamo a chiuderli e a volte non riusciamo neppure ad aprirli. Non ho contato inoltre i due cassetti stracolmi di asciugapiatti. Ho un certo pudore poi nel menzionare le quindici ante. Mi limiterò a dire che c’erano ammassate talmente tante pentole, padelle, libri di cucina, aggeggi per il caffè, vasi, giocattoli, Tupperware, cose tipo colla, forbici, piccoli attrezzi vari che, ogni volta che le si apriva, cadeva fuori qualcosa. Tralascerò di parlare della dispensa. La situazione non era per niente nuova, ero io che iniziavo a vederla in maniera diversa. Il malessere si trasformava in ansia.

La cucina ha una porta che comunica con il garage. In quel periodo, varcando quella soglia, appena fatto un passo dovevo subito fermarmi e virare bruscamente a sinistra. Ero obbligato perché, dopo quel passo, iniziavano i cumuli di roba. A un passo dalla porta c’era una vecchia libreria pieghevole comprata da Target. L’avevo mezza scassata per conservarci dei morsetti a braccio lungo per i lavori di falegnameria. Sempre sulla libreria c’erano una levigatrice orbitale, una sega circolare cordless da 18 volt, due trapani, decine di punte, una fresatrice verticale Sears Craftsman di trent’anni, due vecchie pialle manuali, un set di chiavi a tubo quasi mai usate, un modellino di Mini Cooper telecomandato, una torcia elettrica (praticamente inutile data la scarsa potenza delle batterie) e una livella laser mai usata di cui un Natale mia madre aveva acquistato un esemplare per ogni uomo della famiglia da una televendita di QVC.

Nel garage doppio avevamo spazio per... giusto un paio d’altre cose. C’erano due banchi da lavoro (so che mi dilungo, ma tengo a precisare che uno di quei banchi l’ho costruito io con del multistrato di legno duro, uno zoccolo di pioppo e una vecchissima morsa trovata su eBay. Era un gioiellino.) Poi c’era un altro banco con la sua bella fresatrice nuova, una Triton australiana da 2 cavalli e 1/4, una delle migliori al mondo. E appoggiato al muro accanto al banco della fresatrice c’era un pannello di truciolare con su fissato un pezzo di vetro; lo usavo per affilare le lame delle pialle a mano. Come si fa? Si applica della carta vetrata di grana più o meno fine sulla superficie ultrapiatta del vetro e a poco a poco ci si arrotano le lame. I banchi da lavoro e quello della fresatrice erano nello stesso stato della scrivania. Difficile trovarci quel che c’era sopra; tipo chiodi, viti, martelli, cacciavite, lime, chiavi fisse, punteruoli, insetticidi, lubrificante, colla, mastice da bricolage. Ho già detto che cercavo di costruire un plastico ferroviario? Dovevo trovare il modo di usare le tre scatole con centinaia di pezzi di trenini e rotaie Märklin collezionati via via negli anni. Ah, poi c’era la parete da arrampicata che correva lungo tutto il muro in fondo del garage.

E la scaffalatura da pavimento a soffitto che avevo costruito sulla parete opposta per metterci i sedici contenitori pieni di decorazioni di Natale, San Valentino, Pasqua, Quattro luglio e Halloween, oltre alle attrezzature da campeggio per tutta la famiglia (vi ricordo che le mie personali le tenevo nella cabina armadio, perché in famiglia sono quello che ci tiene di più). Sopra la porta del garage c’erano dei ripiani che avevo montato per altri otto contenitori pieni di vecchi documenti, giocattoli malridotti rigorosamente a batteria e bambole American Girl di riserva, quelle che a turno dormivano per mesi in contenitori di plastica trasparente mentre le loro omologhe si contendevano con decine d’altri giocattoli le attenzioni affettuose della famiglia.

Quel giorno, girando per casa e nel garage, per fortuna non inciampai in alcun oggetto. Mi scontrai però con un grosso scoglio che stava dentro di me. Avevo capito di essere un ipocrita. Ahi! Nel mio blog mi lagnavo perché il consumismo rovina la vita, e poi avevo la casa invasa da una quantità di cose che avevo accumulato e aiutato mia moglie e le mie figlie ad accumulare. Dovevo ammettere di avere un bel problema. Ma come! Predicavo agli altri di non cedere alle lusinghe del consumismo quand’ero io il primo a non saperne fare a meno. Fu un’illuminazione. Ero consapevole della questione del consumismo, avevo trovato anche la locuzione giusta per sintetizzarne le problematiche e l’avevo usata come nome per il blog: “Stuck In Stuff”, “soffocato dalle cose”.

Ero perfettamente in grado di argomentare una valida critica della sua cultura, ma non avevo trovato né adottato le misure per liberarmi dalle sue catene. Anzi, spesso, in tutti quegli anni, per sfuggire alla paralisi soffocante delle troppe cose, non avevo fatto altro che lasciarmi alle spalle il disordine per andare a comperarne altre. La strada verso il centro commerciale era lastricata delle mie buone intenzioni, per esempio andare a cercare una soluzione per riporre tutto in bell’ordine. Era più forte di me.

Un sacco di volte avevo lasciato da parte le pulizie di primavera per fare un salto da Target a cercare dei contenitori adatti ed ero tornato a casa con una nuova torcia elettrica, una scatola di matite colorate o una cornice da foto trovata in una malaugurata cesta delle occasioni. Mi è capitato spesso anche di guardare incredulo un cumulo di scarpe sul pavimento della cabina armadio – ogni paio destinato a una funzione particolare – chiedendomi perché, e poi trovarmi da REI a cercare un paio di “ibride” che potessero servirmi per varie situazioni, magari per le camminate e per il tempo libero. E così, malgrado le buone intenzioni, spesso due paia erano diventate tre. Ma la cosa più grave è che, quel giorno d’estate, mi resi conto di vivere il mio incubo peggiore. Il desiderio di vivere una vita che avesse un senso autentico si scontrava con le piccole esigenze quotidiane di quel che possedevo.

Nel garage capii che non era solo il fatto che riordinare tutta quella roba richiedesse tanto tempo. Sì, questo era indubbio, ma non era l’aspetto più inquietante. Capii che non era il caos, l’accumulo eccessivo, ma erano le cose in sé a distrarmi da quel che più mi stava a cuore. Pensavo all’attrezzatura da campeggio invece di stare all’aria aperta. Mi lasciavo assorbire dagli attrezzi invece di usarli per attività creative. Mi lasciavo distrarre dai giocattoli invece di giocare e divertirmi. I miei oggetti non svolgevano la funzione per cui erano stati concepiti: servire a uno scopo migliore del semplice possesso. Mi resi conto allora che non avevo soltanto perso un foglio di carta sulla scrivania. A un certo punto della vita, prima di perdere il foglio, avevo perso la mia libertà.

Fra tutta la gente di questo mondo, non avrei mai pensato che potesse capitare proprio a me. Ero schiavo di quel che possedevo. Come se le mie cose si divertissero a tiranneggiarmi mentre io, invece, ero depresso. Rientrai in casa pensieroso. Salii le scale e andai a guardarmi allo specchio della camera da letto. Sì, ogni tanto lo faccio. Quando devo prendere una decisione difficile e importante, vado lì. In passato mi ci ero guardato dritto negli occhi per interrogarmi sulla mia carriera.

Mi ero chiesto se da lì a cinque anni avrei voluto vedermi ancora con quel lavoro senza sbocchi, che non avrebbe prodotto nulla di buono per il mondo. E avevo detto no. Allora avevo reagito a quella risposta negativa trovando l’energia positiva per metter su un’attività in proprio. Avevo creato una casa editrice di audiolibri che privilegiava i buoni titoli di argomento religioso ceduti da altri editori. Ne avevo anche ideato lo slogan, “Listen Enjoy Think Grow”, perché ero convinto che la maturità spirituale non potesse prescindere dalla gioia e dalla serietà. Se dovevo creare un’azienda, volevo che fosse capace di aiutarci a diventare esseri umani migliori. Negli anni in cui l’amministrai con i miei soci, guardandomi allo specchio vedevo un uomo che faceva qualcosa di utile per il mondo.

Ma alla fine quella sensazione era svanita. Avevo fatto qualcosa per cambiare l’impressione che avevo di me stesso sul piano professionale, ma non mi sentivo ancora soddisfatto. Adesso, guardando nello specchio, capii che mancava qualcosa. Ero una persona che viveva una mezza verità. Sentivo che se non avessi fatto qualcosa, i miei beni materiali si sarebbero impossessati della mia vita impedendomi di darle un senso, ma non sapevo ancora cosa fare.

Nello specchio vedevo una persona con tante idee, ma incapace di dar loro un seguito concreto. E non era un bel vedere. Nella mia espressione disperata colsi però anche un guizzo vitale. Mi sentii spinto ad agire. Quel fine settimana ne parlai nel mio blog. “Ho un’idea. Un’idea nata spontaneamente che potrebbe cambiarmi per sempre la vita. Ho deciso di chiamarla la sfida delle 100 cose. E di metterla in pratica.” La mia vita è cambiata sul serio.

 

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Dave Bruno

Dave Bruno è un imprenditore di successo, cofondatore della casa editrice Christian Audio specializzata in audiolibri. Appassionato di surf e di escursionismo a piedi e in bicicletta, adora la California dove è nato e vive (San Diego) insieme con la moglie, le tre figlie e vari animali. È spesso ospite di talk show televisivi e trasmissioni radiofoniche. Dave Bruno è adorato dai suoi fan su Facebook e ha seguaci in tutti gli Stati Uniti. Famiglie intere aderiscono a quella che si definisce una "nuova aritmetica della vita".

 

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