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Dalla terra alle nuvole - Estratto da "Correre è...

Leggi un'anteprima del libro di Giorgio Calcaterra e Daniele Ottavi "Correre è la Mia Vita"

Dalla terra alle nuvole - Estratto da "Correre è la Mia Vita"

Le crisi e le avversità spesso diventano occasione di crescita interiore
Isabel Allende

Rallento, arranco, mi fermo.
Intorno tutto gira come se un tornado mi avesse risucchiato.

Sono congelato. Sto per svenire.
Odio il freddo fin da bambino. Appoggio le mani sulle ginocchia, tremano; il sudore cola dalla fronte e raggiunge le gambe come ghiaccio sciolto. Non piove, la temperatura è mite, eppure il mio corpo è pervaso da brividi e ripete frasi che intenzionalmente non ascolto. Ignorare le urla straziate che arrivano da ogni cellula mi aiuta a non soffrire, è la migliore forma di difesa.

Negare il dolore è la mia forza.

Una fitta al fianco mi tormenta da qualche chilometro, l’ho sottovalutata; non pensavo che avrebbe causato un cedimento simile. Riprendo lentamente a trascinarmi, poi, all’improvviso, le forze mi abbandonano.

Steso a terra osservo il cielo e le rare nuvole che lo attraversano.

Non devo chiudere gli occhi, rischierei di svenire, non posso perdere il controllo. Rifiuto di perdere il controllo. Imploro me stesso di superare questa crisi violenta, diversa da altre avute in passato.
«Concentrati, respira, lasciala andare», ripeto come un mantra.

Una voce ovattata mi chiama, proprio mentre sto chiudendo le palpebre; le riapro con determinazione per scorgere una figura annebbiata, la metto a fuoco: è un giudice di gara. Faccio segno che sto bene, che sono presente, non posso parlare perché la lingua è bloccata, fortunatamente lui sembra capire.

Riesco a mandare giù uno o due sorsi d’acqua, poi, attingendo a non so quale riserva segreta di energia, mi metto seduto. Sono congelato, devo indossare una felpa per scaldarmi. Lentamente la pressione si alza, i battiti cardiaci tornano regolari.

«È solo una crisi, passa, sta passando»; aumento il tono della voce per coprire le urla che provengono da tutti i muscoli.

Mi rialzo in piedi, ora sto respirando meglio e a ogni respiro avanzo di un passo. So che ho perso molto tempo, anche se non riesco a quantificarlo. Appena ricomincio a correre riacquisto lucidità e i ricordi riaffiorano.

Sono a Doha, nello stato del Qatar, dove si stanno svolgendo i campionati mondiali della 100 chilometri di corsa su strada, una gara di ultramaratona fra le più difficili in assoluto. La scorsa edizione si doveva svolgere in Corea, ma è stata annullata per problemi organizzativi. Io ho vinto l’anno precedente, a Seregno, in Italia, quindi sono ancora il campione del mondo in carica. Indosso il pettorale numero uno e per tutti resto l’uomo da battere.

Ho partecipato a molte gare su questa distanza, credo di averne vinte circa quindici, se la memoria non mi inganna. Non è la prima volta che mi capita una crisi invalidante, ne ho avute tante nella mia lunga carriera, le ho sempre superate, per questo ora sono in piedi e non disteso. Guardo il mio cronografo Polar, all'inizio lo vedo appannato, poi riesco a definire l’immagine. Indica il sessantottesimo chilometro. Ho perso più di un’ora rispetto ai miei tempi abituali, ormai la gara è compromessa. Questo mondiale in Oriente è iniziato male.

La IUTA (Italian Ultramarathon and Trail Association), Federazione Italiana di Ultramaratona, ha deciso di convocare nella squadra nazionale un atleta trovato nel 2008 positivo all'Eritropoietina (EPO), una potente forma di doping, e quindi squalificato per due anni.

La sua convocazione va, a mio avviso, contro la Carta Etica della FIDAL pubblicata già da tempo, anche se l’ho letta solo pochi giorni prima di partire per il Qatar.

Mi colpisce particolarmente l’articolo sul doping che recita:

  • Tutti i soggetti a cui si rivolge la presente Carta Etica – atleti, allenatori, dirigenti, famigliari – si impegnano fermamente a rifiutare il doping in tutte le sue forme;
  • È obbligatorio rispettare le norme anti-doping promosse dalla WADA e dal CONI, al fine di garantire un regolare e sano sviluppo delle competizioni;
  • La lotta al doping contribuisce a salvaguardare uno dei diritti inviolabili e fondamentali della persona, sancito anche nella nostra Costituzione: il diritto alla salute. Tutti hanno l’onere di provvedere alla diffusione del messaggio di coerenza con i principi e i valori di una vita sana;
  • Tutti coloro che si trovino nella condizione di essere testimoni di un caso di doping sono tenuti a presentare espressa dichiarazione agli organi competenti della FIDAL al fine di prevenire o reprimere determinati comportamenti nocivi al movimento atletico italiano.
  • Chiunque incorra in squalifiche pari o superiori ai 2 anni, sulla base delle attuali normative anti-doping, perde, da quel momento, il diritto a vestire la Maglia Azzurra, simbolo sportivo dell’Italia.

Sono completamente d’accordo. Così, prima della gara, rilascio una dichiarazione alla stampa contro il doping e contro chi lo usa. Una battaglia che combatto da anni, anche rendendomi protagonista di proteste memorabili. Nulla di nuovo, chiunque mi conosca si aspetta questa reazione.

Chi prova, o ha provato, a imbrogliare non merita il mio rispetto e la mia stima. Conosco la fatica e i sacrifici necessari per arrivare a essere competitivo in questo sport durissimo. Quando condanno gli inganni con determinazione, lo faccio per dare voce a ogni atleta che si impegna, patisce, ma non usa sostanze illecite per migliorare le proprie prestazioni. Il mio sfogo è a favore di chi, per terminare una corsa di 100 chilometri, impiega un tempo a volte superiore alle 14 ore con lealtà e dignità. Quella dignità che permette al traguardo di esultare, gioire o piangere.

Chi usa il doping andrebbe perseguito seriamente, anche dalla giustizia penale. Non in modo leggero e superficiale, come spesso accade in ambito sportivo. Le mie dichiarazioni vengono però strumentalizzate. Soffro molto di questo, non è facile far parte di una squadra spaccata su questioni fondamentali come la lotta al doping e la correttezza agonistica. L’etica nello sport, come nella vita, è tutto.
Almeno, per me lo è.

Ora, dopo essermi fermato, steso a terra per recuperare l’assenza di energie, ne sono ancora più convinto di prima. Rilascerei quelle dichiarazioni altre mille volte, perché sono un atleta pulito e stufo di gareggiare con chi non lo è. L’obiettivo non deve essere vincere una medaglia, eludendo le regole del gioco.

Dopo aver perso troppo tempo, potrei ritirarmi da questo mondiale stregato, ma non è nel mio carattere. Preferisco arrivare ultimo piuttosto che non tagliare il traguardo. Gareggio contro me stesso, come ho sempre fatto fin da bambino e anche questa volta ho sconfitto i miei demoni.

Dopo 70 chilometri riprendo a correre, anche se lentamente. Non m’interessa vedere a che velocità vado, «Non importa», ripeto.

L’unica cosa che conta è non fermarsi. Il freddo lentamente passa, tolgo la felpa, segno che sto meglio. Arrivo al ristoro, mando giù un altro po’ d’acqua, sali e zuccheri, il mio carburante. Vedo gli altri atleti correre con fatica, quasi trascinarsi sull'asfalto, anche se rispetto a me sembrano andare veloci. Nella mente riaffiora il ricordo della straordinaria rimonta del 2009 in Belgio, quando, dopo aver avuto seri problemi intestinali nella prima parte di gara, ero riuscito a risalire fino alla terza posizione, rischiando anche di vincere. Quest’anno non sarà così, ma va bene lo stesso. Attraverso il traguardo dopo 100 chilometri di pura sofferenza, in 8 ore e 30 minuti netti. È il mio peggior risultato su questa distanza in termini di tempo, ma non ha importanza, sono felice ugualmente. Ho messo la parola fine a una gara maledetta senza ritirarmi.

Per me, è comunque una vittoria.

Sono determinato a continuare la mia battaglia contro il doping, anche a costo di non gareggiare più con la nazionale italiana di cui faccio parte con orgoglio da molti anni, e che ho portato sul gradino più alto del podio mondiale già tre volte, non in una gara qualsiasi, ma nella famigerata 100 chilometri su strada.

In questa circostanza ho vissuto momenti difficili, però sono stato pervaso anche da molteplici emozioni, soprattutto da quelle scatenate dal calore delle persone. Un atleta di Capo Verde, Augusto Joachim, dal 50esimo al 60esimo chilometro, durante la mia crisi più intensa, ha corso con me. Rallentava l’andatura quando gli indicavo il fianco dolorante e la aumentava quando stavo meglio. Un comportamento da campione vero e da grande uomo. A lui sì che va tutta la mia stima!

Mi ha reso felice anche il riconoscimento della IAU (International Association of Ultrarunners), Federazione Mondiale di Ultramaratona che, al termine dalla gara, mi ha premiato come atleta dell’anno 2012 e ha apprezzato il mio proseguire nonostante le terribili difficoltà. Ora sono seduto sull'aereo diretto in Italia. Mentre mi rilasso, penso ai tanti traguardi ancora da raggiungere per aggiornare il mio diario di bordo. Guardando le nuvole fuori dal finestrino immagino mio padre che quassù, saltellando da qualche parte, è fiero di me.

Correre è la Mia Vita

Correre è la Mia Vita

L’autobiografia di Giorgio Calcaterra, il Maratoneta più forte del mondo: 3 volte Campione del mondo della 100 Km su strada e 10 volte consecutive vincitore del Passatore, la gara di corsa su lunga distanza più famosa al mondo.

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Giorgio CalcaterraTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Giorgio Calcaterra

Giorgio Calcaterra è un maratoneta e ultramaratoneta Italiano, 3 volte campione del mondo della 100 km su strada e dieci volte consecutive vincitore della 100 km del Passatore, una delle gare sulla distanza più importanti al mondo.

 

Daniele OttaviTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Daniele Ottavi, laureato in sociologia, si occupa da oltre 15 anni di marketing del settore audiovisivo. Specializzato nella pianificazione narrativa, collabora con autori e registi alla scrittura e alla realizzazione del product placement.

 

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