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Rob Hopkins - Anteprima - Cibo Locale: Quale cibo...

Rob Hopkins, autore del bestseller Manuale pratico della Transizione, dimostra con il libro "Cibo Locale" che è possibile costruire o favorire nuove reti e relazioni comunitarie, grazie a una produzione alimentare sana, sostenibile e locale.

Rob Hopkins - Anteprima - Cibo Locale: Quale cibo e quale agricoltura per il futuro?

Una volta intesa la necessità di un urgente e ampio ripensamento su tutto ciò che facciamo, incluso il modo di nutrirci, questo può essere il momento opportuno per cercare di farsi un’idea di come potranno essere il cibo e l’agricoltura dopo il picco del petrolio. Rispetto a quello che sarà il nostro modo di nutrirci nel 2030, come sarà la percezione del gusto, dell’odorato, dell’udito e del senso?
Sarà necessario concentrarsi sui mercati locali, sulla riduzione delle esalazioni dei gas serra, sull’uso di modiche quantità d’acqua, sulla perdita della dipendenza dai fertilizzanti artificiali e dai pesticidi chimici – presenti non solo negli alimenti, ma anche nei materiali da costruzione e nelle medicine – e sviluppare un più ampio impiego di persone, sostenute da una rete articolata di produttori locali e di venditori al dettaglio. Il paesaggio rurale non sarà affatto come appare ora: avrà colture diversificate, un’amplissima copertura di alberi e meno bestiame. Il terreno edificabile diventerà un assillo nazionale, data la capacità del terreno di trattenere il carbonio e le emissioni derivanti dall’abbandono delle terre.
Vorrei definire qui di seguito i punti a sostegno delle modalità per nutrire il Paese nel periodo del post-carbonio.

  • Sarà un approccio che avrà un ruolo di fondamentale importanza, nel raggiungimento dello scopo che il governo inglese si è prefissato: entro il 2050, ridurre dell’80% le emissioni di carbonio.
  • La resilienza, la capacità a tutti i livelli di resistere con elasticità, dovrà essere un concetto chiave, espresso da ogni insediamento e dal suo sistema di approvvigionamento di cibo, che si adatterà rapidamente all’aumento dei costi energetici e ai cambiamenti climatici.
  • Vi sarà un accesso migliore all’alimentazione e cibo alla portata di tutti.
  • Si avrà una varietà più ampia, rispetto a ora, in termini di specie, ecosistemi, generi alimentari e occupazione.
  • Verrà data priorità alla creazione di pozzi di carbonio attraverso l’agricoltura, in modo che la coltivazione sia basata soprattutto su sistemi di rimboschimento di alberi perenni, aggiunti a un’intelligente gestione della terra e al ritorno alla terra di materiale biologico.
  • Vi saranno legami più forti tra i mercati del posto, dando la preferenza, se possibile, ai prodotti locali.
  • Verrà attuata un’eliminazione pianificata e graduale della dipendenza dai fertilizzanti e da altri prodotti agricoli chimici (dovranno cedere il posto alle pratiche di agricoltura biologica).
  • Aumenteranno grandemente i cibi prodotti negli orti-giardino, i piccoli appezzamenti di terreno e le risorse alimentari “urbane”.
  • Per poter realizzare un sistema agricolo più sostenibile, non dovrà essere lasciato alcuno spazio all’uso di colture geneticamente modificate.

Tutte queste indicazioni portano a una domanda, che è stata posta raramente: potrà, l’Inghilterra, nutrirsi? Nel 1975, Kenneth Mellanby scrisse un saggio, che aveva questa domanda come titolo, in cui la risposta era affermativa. L’Inghilterra avrebbe ancora avuto la possibilità di nutrirsi, ma solo se avesse seguito un regime alimentare simile a quello della seconda guerra mondiale; la chiave determinante del successo sarebbe stata la quantità di carne prodotta. Egli sosteneva che, consumando la carne secondo le abitudini alimentari del 1945 – cioè mangiando arrosto la domenica, un panino il lunedì, la zuppa il martedì e così via – avremmo ancora potuto nutrire tutti con quello che la terra produceva.
Ancora nel 2008 nessuno aveva sentito l’urgenza di rispondere nuovamente alla domanda, poi l’editore di Land magazine, Simon Fairlie, ha scritto un articolo dallo stesso titolo – da lui definito «il retro di una busta A4» – che era un riesame dello studio originale di Mellanby5. Dopo avere visualizzato una gamma di possibilità, Fairlie ha concluso affermando che la Gran Bretagna potrà alimentarsi, e potrà farlo con prodotti biologici, solamente se – come già aveva concluso Mellanby – mangerà meno carne. Ha sostenuto, inoltre, che ci sarà spazio sufficiente per far crescere degli alberi da taglio, per il legname da ardere e un’ampia gamma di altri usi produttivi. Benché sia necessaria una ricerca più approfondita e l’autosufficienza totale debba essere, se non possibile, per lo meno auspicabile, è comunque importante che si stabilisca un rapporto di fiduci a reciproca, per potere effettivamente dare inizio a una pianificazione che porti alla realizzazione.

Un efficace modello di come si potrebbe organizzare un sistema nutrizionale futuro è stato sviluppato da Julie Brown, della comunità agricola di Hackney (Londra). Le comunità agricole stanno portando avanti alcuni progetti alimentari, come la distribuzione di cassette di ortofrutta per circa 450 persone e la creazione di “mercati popolari dei coltivatori” (v. capitolo 14, per una descrizione dettagliata di questa iniziativa). Basandosi sull’esperienza delle comunità agricole, Julie ha sviluppato quello che può certamente diventare un modello per i sistemi alimentari del futuro (come è  evidenziato nel diagramma delle zone alimentari, qui riportato): una serie di cerchi concentrici che partono dal centro della città e si allargano verso la parte più esterna e il resto del mondo. Julie sta esaminandolo a fondo, per capire se questo schema è applicabile sia alle comunità urbane che a que lle non urbane. Nell’ambito del presente libro, è un modello altamente efficace; in realtà, il libro si concentra sui primi tre cerchi di Julie e sulle specifiche iniziative che possono essere messe in atto dai singoli e dai gruppi comunitari.

In definitiva, non si tratta tanto di dare vita a un movimento a favore dell’agricoltura, quanto di trasformare una nazione di consumatori passivi in una nazione di produttori-consumatori che, collegati con gli agricoltori locali, coltivino il proprio cibo, in modo che la produzione alimentare torni a essere il frutto dell’arte e dell’abilità umana.

L'Autore

Rob Hopkins è il co-fondatore del Transition Network, la rete che in Gran Bretagna sta coordinando il movimento della Transizione. Attualmente vive a Totnes, nel Devon, e si dedica appassionatamente all’orticoltura. Scrive e propone conferenze sul tema della transizione.



 

Rob Hopkins

Rob Hopkins

Rob Hopkins è il co-fondatore del Transition Network, la rete che in Gran Bretagna sta coordinando il movimento della Transizione. Attualmente vive a Totnes, nel Devon, e si dedica appassionatamente all’orticoltura. Scrive e propone conferenze sul tema della transizione.

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