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Avvento 2016
Idee Regalo

Che adolescente avete in casa?

Leggi un estratto dal libro "Basta Studiare!"

Che adolescente avete in casa?

Cari genitori, se avete tra le mani questo libro, significa che state cercando buone pratiche, consigli e, forse, un po’ di conforto per essere più efficaci nella vostra azione educativa con i figli adolescenti, che fanno ogni giorno i conti con la scuola.

Sicuramente siete stufi di litigi, discussioni, musi lunghi, mezze verità e molte bugie, in una continua corsa contro un tempo che sempre sfugge.

E di certo desiderate iniziare, o continuare, a vivere con serenità l’esperienza della scuola superiore dei vostri ragazzi, qualunque siano i loro obiettivi e ambizioni.

Per cominciare, vi proponiamo quattro profili di adolescenti, quattro tipologie chiare, nelle quali potrete riconoscere alcuni tratti dei vostri figli, dei loro amici o compagni di classe.

Il disinteressato

In prima superiore potrebbe maturare un atteggiamento, per così dire, di disinteresse che era probabilmente già emerso alla fine del ciclo di studi della primaria («Gli passerà, è solo una fase», avevamo forse immaginato) e che poi si era rivelato in maniera più evidente durante i tre anni delle medie. Arrivato alle superiori, i suoi non sono più solo dei segnali, ma quotidiane prove di resistenza passiva. Sbuffa, è musone, se studia lo fa puntando al minimo, senza passione, soltanto «perché lo devo fare».

Dinanzi ai tentativi dei genitori, che comprensibilmente provano a smuoverlo e che ogni tanto perdono anche la pazienza, si rifugia in silenzi, spallucce, alibi e qualche velata accusa. Una delle più frequenti è la recriminazione sul tipo di scuola scelta; l’adolescente non si impegna, non si appassiona e non studia perché – a suo modo di vedere – è stato estromesso dalla decisione: l’indirizzo di studi, l’istituto specifico, i compagni di classe, i professori, le materie, tutto sbagliato!

L’adolescente disinteressato rischia una deriva di continue delusioni, di ovvie valutazioni negative e quindi di perdere il contatto con la scuola, avendo altro per la testa.

Non si rende conto dei possibili esiti a breve termine (la bocciatura) e a lungo termine (la perdita di fiducia in se stesso, nelle proprie capacità, in un percorso qualsiasi di studio); non se ne rende conto perché, nella confusione tipica della sua età, ha davvero altro a cui pensare.

Nella sua testa ci sono recriminazioni, sensi di colpa, l’ancorarsi angoscioso a quello che diventa un abito sempre più rassicurante e identitario, seppur fallimentare: quello del disinteressato, che con il suo modo di fare punisce se stesso, i genitori e anche la scuola.

Come possono i genitori «gestire» un figlio o una figlia con queste caratteristiche e provare a suscitare in lui o lei una reazione?

Innanzitutto, la nostra esperienza insegna che sono necessarie la virtù della pazienza, la gradualità degli interventi e l’esemplarità, senza mai esternare scoramento o delusione, che al contrario potrebbero aumentare i sensi di colpa e i disagi.

Una prima ancora di salvezza è rappresentata dal senso del dovere che spesso emerge nei mugugni dell’adolescente disinteressato, ma ancora attento al voto o alle reazioni che provoca nei genitori. Il genitore può provare ad appellarsi a cosa sia giusto fare, dimostrando senso pratico e al tempo stesso attenzione alle esigenze del figlio: «Tu dedica due-tre ore del pomeriggio a studiare; dopo, sarai libero di fare quello che ti piace». Un dovere conveniente, per giunta.

Anche se l’interesse è ai minimi termini e l’ambiente gli risulta insopportabile, stare attento in classe, aprire il diario e svolgere tutti i compiti assegnati presenta notevoli e indiscutibili vantaggi: non avrà il fiato sul collo di docenti e genitori per le valutazioni negative, non dovrà farsi carico di lavoro extra (i debiti, i compiti aggiuntivi, i recuperi estivi), avrà più tempo ed energia (positiva) per fare altro.

Sappiamo benissimo che non sono le ragioni più opportune, ma appunto dobbiamo procedere per gradi, prima di affrontare discorsi motivazionali più maturi. Dobbiamo anche considerare, in prospettiva, che di norma il passaggio dal biennio al triennio della scuola superiore è segnato da una maggiore consapevolezza da parte dell’adolescente, che nel frattempo cresce, sovente si rasserena, scopre da sé, nel suo quotidiano, passioni e talenti, avvicinandosi con maturità a un ulteriore, più decisivo e autonomo passaggio, quello dalla scuola superiore al mondo del lavoro o dell’università. La scuola allora tornerà a servirgli, addirittura a piacergli.

Il biennio, però, va superato e non sempre l’adolescente sviluppa un sufficiente senso del dovere: potrebbe proprio non studiare, e basta. In quel caso ai suoi pensieri negativi si aggiungono giudizi e voti negativi: a quel punto l’insuccesso scolastico è inevitabile e la fiducia in se stessi crolla.

È basilare, inoltre, che i genitori non si facciano travolgere e mantengano la lucidità, affrontando progressivamente e in maniera distinta ciascuna problematica; da una parte le difficoltà concrete nelle singole materie, con l’insostituibile aiuto e sostegno della scuola, dall'altra la serenità e gli umori del figlio. Bisogna trovare una sorta di stella polare in quello che sembra profilarsi come un irreversibile abbattimento: punti di riferimento (adulti, amici, famigliari, docenti in grado di motivare e sostenere l’adolescente), luoghi diversi di studio, punti di forza, che possono essere materie verso cui dimostra interesse e in cui riesce a raggiungere risultati soddisfacenti (spesso accade con la storia, o con l’inglese) o attività extrascolastiche (la musica, lo sport).

Coinvolgere e farsi coinvolgere nei punti di forza può significare un attestato di fiducia e di stima per l’adolescente, che mai si deve sentire battuto, e dunque colpevole, agli occhi dei genitori.

Non vanno poi ignorate (o prese sottogamba) le sue oggettive carenze, programmando per tempo sostegni a casa e colloqui con i docenti. Non è scontato che un adolescente riesca a far fronte in autonomia alle lacune in matematica; non si può liquidare la questione imputandola a una vaga e indistinta mancanza di impegno. Al biennio le difficoltà vanno affrontate con cura, tempestivamente e, soprattutto, insieme.

Un’ultima annotazione merita il caso dell’adolescente che continua a impuntarsi sulla questione della scelta sbagliata della scuola superiore e sulla necessità di un cambio, e che non esita ad attribuire a questa decisione la sua scarsa motivazione e il cattivo rendimento. In base alla nostra esperienza, in una situazione simile è indispensabile agire subito per arginare l’inerzia e uscire da una rancorosa passività dall'esito irreparabile.

Il genitore può dare ascolto all'adolescente e motivarlo, invitandolo ad argomentare le sue ragioni e a discutere sull'alternativa concreta alla «scuola sbagliata»; soltanto rispondendo a tre interrogativi decisivi – perché vuole cambiare scuola, in quale vuole andare e cosa avrebbe di diverso rispetto a quella attuale – la passività negativa può essere sbloccata e nuove motivazioni potrebbero affacciarsi all'orizzonte. Se le risposte fossero sensate, si tratterebbe di portare a termine un anno o almeno un quadrimestre con successo e convinzione, programmando insieme con attenzione il passaggio successivo.

Il silente

Al di là dei risultati scolastici, che possono essere anche molto positivi, o comunque sufficienti e non allarmanti, al biennio potrebbe affacciarsi un altro personaggio: lo studente silente. Lui o lei compie il suo dovere, mostra spesso buone capacità e attitudini e, a scuola come a casa, sembra vivere il suo percorso di studi senza particolari scossoni. Però parla poco, non racconta nulla di sé e della scuola, non fa progetti, ma accetta tutto senza commentare. Alla lunga è una situazione per cui i genitori soffrono, soprattutto se nel ciclo di studi inferiore il ragazzo si era invece mostrato entusiasta e loquace.

La prima mossa, come sempre, è quella di confrontarsi con la scuola, alla ricerca di informazioni ulteriori e magari indizi di un atteggiamento diverso rispetto a quello osservato a casa. In secondo luogo è bene sempre rifuggire da eccessivi allarmismi e tener presente che l’adolescente ha pensieri e tempi «tutti suoi» e un necessario, forse nuovo, bisogno di introspezione, anche silenziosa. A volte va semplicemente lasciato stare. Tornerà a comunicare e a raccontarci cosa ha in testa, di bello, di complesso, di sorprendente o di banale.

Nel frattempo possono essere altri i segnali a cui fare attenzione, se vogliamo toglierci il dubbio che quei silenzi non nascondano un disagio più profondo.

Con un’osservazione discreta ma solerte, potremo scoprire quali sono i suoi interessi, come desidera vestirsi per uscire o andare a scuola, quanto e come usa pc e smartphone, alla ricerca di una normalità che in questa fase richiede soltanto rispetto e solitudine.

Senza rassegnarsi del tutto o tantomeno offendersi sentendosi esclusi (ripetiamo: è normale!), i genitori possono comunque adottare qualche accorgimento e cercare di lasciare più spazio all'adolescente silente, più occasioni e opportunità per prendere la parola a casa. A tavola, magari preparando il terreno e limitando fratelli e sorelle troppo loquaci e invadenti, o coinvolgendolo nell'organizzazione di una vacanza o di un’uscita serale, in libreria o a un concerto. L’obiettivo è quello di metterlo a proprio agio e imparare a conoscerne gli interessi o i nuovi lati di un carattere sempre in evoluzione.

Il ribelle

Rapper, emo, rocker, politicizzato, hipster, alternativo e chi più ne ha più ne metta. La lista che fa di un ragazzo un «ribelle» si aggiorna ogni anno, ma il profilo generale può essere tratteggiato con una certa linearità dal punto di vista comportamentale: il lessico cambia, così come le pettinature e le calzature, ma il modo di porsi nei confronti di un genitore, dei fratelli più piccoli o dei professori è sempre, inesorabilmente, lo stesso.

L’adolescente ribelle contesta, fugge, si oppone al dialogo, prova un’apparente ripulsa per tutto quanto aveva ricoperto di affetto o di attenzione fino a qualche mese o giorno prima. I docenti e i genitori vengono tollerati, ignorati e spesso maltrattati, a seconda dei momenti; fratellini e sorelline sono solo un fastidio.

La ribellione può assumere atteggiamenti diversi e concentrarsi sulla moda o comunque sul modo di vestirsi, presentarsi e atteggiarsi, sulle amicizie o sui gruppi che frequenta, sulla scuola o sulla famiglia stessa. Le ragioni spesso sono ignote allo stesso adolescente, che, in cerca di un’identità, «si traveste» da ribelle per essere accettato o notato, per lanciare segnali (anche a se stesso), per sperimentare reazioni e comportamenti. La scuola non ci rimette necessariamente e l’atteggiamento ribelle potrebbe essere ridotto a momenti del tempo libero o comunque non alterare buone intenzioni e passioni scolastiche, al di là delle capacità individuali.

A rimetterci, però, spesso è la serenità famigliare, tra incomprensioni e litigi, e quindi, a lungo termine, anche il rendimento dello studio a casa. Poiché risulta molto complesso suggerire soluzioni per casi molto diversi da persona a persona, ci permettiamo di segnalare alcuni atteggiamenti che potrebbero favorire una buona relazione famigliare.

Innanzitutto è bene armarsi di pazienza, buon senso e una certa dose di matura ironia. Le ribellioni adolescenziali comunque passano e alcuni imbarazzi sono da mettere in conto. Bisogna evitare, secondo noi, eccessive prese di posizione su aspetti «pittoreschi», come pettinature e vestiti, ma meno preoccupanti di altri atteggiamenti.

Non mostratevi offesi, delusi, imbarazzati: rischiate di aumentare da una parte il disagio di vostro figlio, che pur rifiutando in un momento di ribellione il giudizio della famiglia ne è sempre e comunque condizionato, e dall'altra la distanza tra figlio e genitori. Per la stessa ragione è bene evitare anche di prendere in giro e schernire la nuova moda davanti a famigliari e amici; a volte non ci rendiamo conto di quanto ancora siano ingenui e fragili gli adolescenti. Inoltre non smettete di dialogare e parlare, mostrandovi desiderosi di conoscere vostro figlio, cercando in qualche modo di offrire anche delle alternative ad alcuni nuovi modi di agire e di essere; non è necessario smentirlo o urlare, richiamarlo al rispetto, all'educazione, al dovere e alla serenità quotidiana, anche davanti ad affermazioni perentorie e ribelli del tipo «Non serve»; «Non mi interessa»; «Tanto non conta(te) niente», e altro ancora. Fondamentale, poi, non chiudere gli occhi, non cedere a un’arrendevolezza fatale su alcune delle regole stabilite in casa, per esempio gli orari o il modo di comunicare, o dalla legge e dal senso comune, come il fumo, l’alcol o le droghe (leggere).

Mai la ribellione deve identificarsi con l’annullamento della ragione e comunque della propria libertà; anche in questo caso bisogna avere il tempo e il desiderio di non interrompere il dialogo. Ricordiamoci, infine, che sono gli adolescenti stessi ad avere un disperato bisogno di limiti, regole, esempi e adulti autorevoli di riferimento; gli adolescenti necessitano di dialogo, rispetto, di essere capiti ma anche contenuti.

Il bambinone

È un ragazzo che in casa si trova molto, molto bene. È considerato un tipo in gamba, magari legge, sicuramente gioca, in sala o nella sua stanza. Ecco, camera sua è identica a quella di suo fratello di qualche anno più piccolo, semplicemente perché è la stessa di quando aveva sei anni, sette, otto. Non si cura di come si veste (sceglie la mamma), non ha interessi a uscire il pomeriggio, figurarsi la sera. È un tesoro.

Tutto bello, ma non sta vivendo la sua età e questo può portare a un ingresso molto difficile alle superiori: ritmi di studio inadeguati, tempi e spazi inadatti, pochi interessi in comune con i compagni di classe, tendenzialmente in fase ormonale.

Che fare? La situazione è in mano a voi genitori: dovete rendervi conto dell'età che ha vostro figlio, delle sue esigenze, dei suoi desideri legittimi, manifesti o da coltivare. Avere un i figlio che inizia le scuole superiori non è una tappa che vi avvicina, seppur di poco, alla pensione, ma è un impegno che va affrontato con serietà. Innanzitutto, dove possibile, occorre garantire luoghi adatti allo studio: forse bisognerà spostare una bacheca in camera, sarà necessario l'acquisto di una scrivania più grande o di una litigata per mandare in cantina scatole di Lego. Sono piccole battaglie da affrontare anche solo per comprendere che il tempo sta passando e che l'età è evolutiva, per cui necessita di nuovi strumenti. La vostra libreria in sala potrà essere la stessa per vent'anni, la stanza di vostro figlio no: di questo dovete tener conto.

Inoltre, l'adolescente «bambinone» - per usare un termine che non ci piace e che forse è ingeneroso nei confronti di quello che è un bravo ragazzo - dovrà fare i conti con nuove responsabilità: qualche soldo in tasca, le chiavi di casa; sono piccole tappe da disseminare dall'esame di terza media in poi, proprio per aiutarlo a diventare grande abbastanza.

A scuola può andare tutto per il meglio, oppure potranno esserci pianti scomposti, poiché il battesimo dei brutti voti tocca a quasi tutti in prima, così come potrebbe essere problematico il confronto con gli adolescenti doc con tanto di smartphone, jeans a vita bassa, stuoli di ragazzine intorno e la lingua lunga sempre pronta. Mica facile e certamente non immediata la soluzione a tutto ciò: per il momento limitiamoci a elencare situazioni possibili, già vissute e registrate, per mostrarle comuni e non nuove né uniche, e per questo drammatiche.

Attenzione: non curiamo un opposto con un altro! Non stiamo predicando la ricerca della moda, l'ultimo ritrovato della tecnologia da possedere, l'elogio del mondo da provare in tutte le sue spettacolari e vuotissime forme. In medio stat virtus: la moderazione vince, senza eccessi; è bene ripeterlo, dato che lo stiamo mettendo per iscritto.

Il bambinone in un anno può crescere molto, se aiutato da una famiglia in grado di cogliere il necessario cambio di passo comportamentale: è una questione di asticelle da alzare, di scarpe da cambiare, di nuovi orizzonti da mettere a fuoco.

Basta Studiare!

Basta Studiare!

Un metodo di studio per affrontare la scuola superiore che prende in considerazione la famiglia, supporto indispensabile per per studenti disorientati.

Il primo libro che fornisce risposte efficaci perché considera lo studio contemporaneamente da tutte le prospettive: banco, cattedra e casa.

Non ne ho voglia, Non serve a niente, Tanto non sono capace, Non troverò certo lavoro perdendo tempo sui libri: se avete un figlio adolescente queste frasi riguardo lo studio vi suoneranno familiari. E poi discussioni, ansie, porte sbattute.

Ma è davvero inevitabile passare così gli anni delle scuole superiori? C'è un modo per aiutare i nostri figli a studiare con meno fatica e brutti voti, a crescere in modo più consapevole e a godersi questo periodo? E noi con loro?

Marcello Bramati e Lorenzo Sanna, docenti e papà, sono convinti di sì. Forti di tante esperienze condivise con gli studenti, di pomeriggi e serate trascorse con i genitori, di riflessioni e confronti, hanno messo a punto un approccio che è un mix di organizzazione, dialogo e comportamenti capace di avvicinarci ai nostri figli, di capirli di più e di ottimizzare studio e impegni extrascolastici.

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Marcello Bramati

MARCELLO BRAMATI è un insegnante di liceo classico e scientifico, tutor di studenti e famiglie, dirigente scolastico.

Ha due lauree, una in lettere e una in storia e, nei suoi primi dieci anni di insegnamento, ha sperimentato tutti e tre i livelli di istruzione.

Grande appassionato di motori, è sposato ed è papà di Tancredi.

 

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Lorenzo Sanna

LORENZO SANNA, insegnante, ha studiato a Milano e a Bologna.

Insegna latino e greco in un liceo classico e scientifico di Milano, è docente tutor di studenti e famiglie, dirigente scolastico e dottore di ricerca in filologia greca e latina.

È sposato e ha quattro figli.

 

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