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C’era una volta… Un’antica leggenda -...

Leggi un brano tratto dal libro di Laura Saponaro "Rhassoul: un'Argilla dalle meravigliose virtù"

C’era una volta… Un’antica leggenda - Estratto da "Rhassoul: un'Argilla dalle meravigliose virtù"

Raccontano ancora oggi le donne del villaggio che quel giorno, la cui data esatta oramai si perde nel tempo, la giovane Leila tornava a casa come sempre in groppa al suo fedele asino, il cui nome nessuno ricorda più. L’asino conosceva perfettamente il cammino perché tante volte aveva percorso quel piccolo sentiero che si arrampicava ripido sulla montagna. Tutto era avvolto da una luce intensa e pura e da un riflesso di fuoco che accendeva le rocce vicine, fino al lontano orizzonte.

Se mai ci sia stato un principio da dove ogni cosa abbia preso forma e colore, da dove la polvere sollecitata dal vento abbia ricevuto l’alito vitale e il tempo abbia così iniziato a scorrere, doveva essere stato in un posto come quello.

Un silenzio infinito e di pace avvolgeva ogni cosa e tutto era così semplice e bellissimo da sempre.

Leila non riusciva a stare sveglia, il dondolio del lento procedere dell’asino accompagnava i suoi pensieri che vagavano senza una meta precisa e che si confondevano con i suoi sogni. La giornata di lavoro, iniziata prima dell’alba, era stata così faticosa che ora anche il solo stare seduta a cavalcioni sul suo asino le sembrava un dolce riposo.

Infine il sonno prevalse e con le mani appoggiate al basto e la schiena ricurva si addormentò. Nessuno può dire con certezza cosa sia veramente accaduto e perché l’asino abbia perso la strada, forse per qualche piccolo animale uscito improvvisamente da dietro una roccia. La storia dice solo che Leila si trovò a scivolare lungo il costone della montagna e che più cercava di arrestare il suo inesorabile cadere più rapida precipitava in fondo. Decise di non opporsi alla caduta finché non si fosse fermata da sola.

Si arrestò infine ai piedi di una strana fenditura, che sembrava l’entrata di una grotta. Non si era ferita più di tanto, aveva solo un po’ di escoriazioni e il vestito strappato in più punti. L’asino, che era rimasto sulla strada, la guardava immobile come se aspettasse di essere rimontato.

Ma Leila era troppo lontana e non era in grado di arrampicarsi da sola. Si decise a entrare in quella grotta che forse portava a un’uscita sull’altro lato della montagna. Era piuttosto buio anche se da una fenditura passava un raggio di luce che illuminava quel tanto per riuscire a procedere senza troppa paura. L’aria era fredda e pura, forse non era mai stata contaminata dal respiro dell’uomo prima di quel giorno.

La grotta scendeva sempre più in profondità e si addentrava nel cuore della terra come una spada sottile penetra la carne. Leila sentiva il battito del cuore rimbombarle nelle orecchie, ma non sapeva se fosse il suo o se provenisse dalla stessa grotta, come fosse una voce che la chiamava a sé. Arrivò in un punto cieco da dove non si riusciva ad andare oltre. La roccia attorno era diventata più chiara, di un colore tenue, quasi cipria.

Toccando le pareti si accorse che una parte era morbida e che la mano quasi affondava piacevolmente. D’istinto prese un po’ di quella argilla e l’annusò profondamente. Un piacere intenso la pervase e non poté impedirsi di strofinarla sul corpo, sul viso, sui capelli, quasi a cercare di immergersi in essa e diventarne parte. Si ricordò dei lontani racconti delle vecchie donne del suo villaggio, che parlavano di un’argilla misteriosa che spose di sultani custodivano gelosamente tra i loro tesori.

Un’argilla dalle magiche virtù che poteva rendere pura e luminosa la pelle, morbidi e setosi i capelli: si diceva fosse il segreto della giovinezza eterna.

Aveva sempre creduto che fossero solo leggende. Nessuno sapeva se quel luogo esisteva veramente.

Leila ne mise un po’ in un sacco di stoffa che portava a tracolla. Tornò indietro e prese un cunicolo che in poco tempo la condusse fuori dalla grotta. Le sembrò di essere stata via un’eternità, ma quando uscì all’aria fresca vide che iniziava appena a tramontare. Sapeva che l’asino conosceva il cammino di casa e che probabilmente ormai era arrivato al villaggio. Camminò ancora per molto e, sfinita, arrivò a casa che era passato un giorno. Tutti erano in ansia per lei e molti uomini non vedendola tornare con l’asino erano andati a cercarla. Le donne gridarono la gioia del ritrovarsi con lo yu yu, lo zagharut, e presto tutto il villaggio fu in festa.

Era venerdì, il giorno dell’inizio dei festeggiamenti del matrimonio di Karim, il fratello maggiore di Leila. Racconta la storia che la sposa, la arosa, come si dice da quelle parti, veniva dal vicino villaggio e che nessuno avesse mai visto una donna più bella. Da quel giorno sarebbe entrata a far parte della sua famiglia e questo era per Leila motivo di grande felicità, ma anche di grande apprensione. Adorava suo fratello, che era stato il suo migliore compagno di giochi e che la capiva più di ogni altro. Sperava che quella ragazza sarebbe stata una nuova sorella, ma anche che non la avrebbe divisa da Karim.

Per la sua gente non c’era festa più importante di un matrimonio: una nuova famiglia iniziava il suo cammino, il futuro appariva pieno di sogni e di speranze e non c’era posto per la malinconia che spesso invade il cuore di ognuno.

Furono tre giorni di festeggiamenti e di gioia.

Era tradizione portare dei doni alla sposa. Seduta su un trono al centro della sala, con il suo bellissimo abito verde e oro ricamato dalla madre di Leila, la sposa sedeva tranquilla e aspettava regale i suoi ospiti. Ognuno portava qualcosa: vestiti, babbucce, monili di ogni genere, olio berbero, ma anche latte per celebrare la purezza e zucchero per augurare una vita felice, acqua di rosa e fiori di arancio e infine l’henna, con il quale le donne della famiglia si sarebbero disegnate tatuaggi bellissimi sui piedi e sulle mani.

Leila si avvicinò alla sposa e, timidamente, sul vassoio di argento ai suoi piedi depose uno scrigno di madreperla. Lo aprì lentamente mentre il suo cuore tremava di paura. Dentro apparve quell’argilla che aveva raccolto nella grotta e che fino all’ultimo aveva esitato a svelare. Tutti guardarono sorpresi e un silenzio improvviso arrestò i canti della serata. Cos’era quella terra che Leila aveva portato in dono? Un affronto, un segno di disprezzo?

Una vecchia donna si avvicinò. Un grido di stupore e due occhi grandi e increduli guardavano lo scrigno!

Guardò la sposa e disse: «Fra tutti gli invitati, Leila ti ha offerto il dono più prezioso. Un dono che viene dal cuore della terra, che ha voluto svelarsi oggi per te, per offrirti il segreto di una bellezza pura ed eterna. Che l’acqua di rosa sia per te fonte di freschezza e sollievo nelle giornate d’arsura, che i fiori di arancio profumino le tue vesti e le tue stanze nelle notti d’estate, che l’olio berbero nutra il tuo corpo dopo ogni fatica nel duro incedere della vita di sposa e di madre e che questa argilla, unica e preziosa, renda la tua pelle pura e luminosa come le stelle, morbida come la seta, pronta a rigenerarsi ogni giorno, come si rigenerano la forza e l’amore. Possa la tua bellezza di oggi durare molti e molti anni ancora!».

Da allora, e ancora oggi, in quei posti lontani, è tradizione offrire in dono alle spose il rhassoul, un’argilla preziosa e unica che viene dal cuore della terra ed è nascosta in una montagna.

Rhassoul: un'Argilla dalle Meravigliose Virtù

Rhassoul: un'Argilla dalle Meravigliose Virtù

Utilizzata nelle più lussuose Spa del mondo, la polvere di rhassoul, mescolata con acqua distillata, infusi o oli vegetali, è ottima per realizzare maschere per il viso, detergenti per i capelli e per il corpo.

Le sue proprietà benefiche sono conosciute da secoli in Marocco, dove viene estratta nell’esotico paesaggio della catena dell’Atlante.

Ricchissima di minerali e dalle naturali proprietà esfolianti, è ottima per fare impacchi da applicare ai capelli o, anche con l’utilizzo di un guanto, per maschere di bellezza per il viso, particolarmente indicate per chi ha la pelle grassa.

Totalmente naturale e biodegradabile, quest’argilla pulisce e deterge grazie alle sue qualità assorbenti, non irrita ed è indicata anche per le pelli sensibili.

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Laura Saponaro è co-fondatrice, insieme ad Hassan Bajaj, del marchio Esprit Equo, un’azienda che si è posta l’obiettivo di realizzare prodotti di bellezza attenti alla sostenibilità sociale e ambientale, attingendo alle più antiche tradizioni dei paesi del mondo. Laura si occupa dello sviluppo dell’omonima linea di cosmesi, seguendone lo sviluppo in tutte le sue fasi.

 

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Esprit Equo è una linea di cosmesi biologica e naturale, non testata sugli animali.

Tutti i prodotti Esprit Equo sono equosolidali, in modo da riscoprire le tradizioni locali, e coniugarle con la qualità e la sostenibilità.

Sono prodotti realizzati per il benessere delle persone che hanno scelto di vivere in armonia con sè stesse, con la natura, e con l'umanità.

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La passione per il mondo orientale dove la bellezza e la cura della persona sono strettamente legate alla conoscenza della natura, ha portato a scoprire un impensabile patrimonio di sapere: rituali di bellezza tramandati di madre in figlia, conoscenze antiche sui benefici delle piante, gesti ancestrali e ancora vivi presso popolazioni lontane.

Grazie all’esperienza del laboratorio di Esprit Equo, ogni scoperta è studiata e avvalorata dalla moderna dermocosmesi che controlla sicurezza e funzionalità dei prodotti.

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Il packaging Esprit Equo è fabbricato con carta certificata FSC e plastica riciclabile; si cerca di ottimizzare trasporti, imballaggi, rifiuti per ridurre al massimo le emissioni di CO2.

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