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Anteprima Un Istante Dopo (One Second After) LIBRO...

Come sopravvivere a una catastrofe e affrontare un mondo senza elettricità, leggi in anteprima le prime pagine del Libro Un Istante Dopo di William R. Forstchen.

Anteprima Un Istante Dopo (One Second After) LIBRO di William R. Forstchen

 

C A P I T O L O   1

Black Mountain, Nord Carolina, 14:30 (orario costa est)

«Sono diventato Morte, il Distruttore dei mondi»

John Matherson prese il sacchetto di plastica dal bancone. «Sicura che siano quelli giusti?», chiese. Nancy, la proprietaria del negozio “Ivy Corner”, sorrise.

«Non preoccuparti, John; li ha comprati anche due settimane fa. Abbracciala e dalle un bacio da parte mia. È difficile credere che oggi compia dodici anni».

John sospirò e annuì, guardando nel sacchetto, pieno di una dozzina di Beanie Babies, uno per ogni anno della vita di Jennifer, che era iniziata quello stesso giorno di dodici anni prima.

«Spero che li voglia anche quando avrà tredici anni», disse. «Dio mi salvi quando per la prima volta comparirà un ragazzo alla porta per uscire con lei».

I due risero e Nancy annuì concordando con lui. John stava già sperimentando questa situazione con Elizabeth, la sua figlia sedicenne e, forse a causa di ciò oltre che per molte altre ragioni, sperava di poter prolungare e allungare, ancora per qualche giorno, settimana o mese, quel prezioso periodo che tutti i genitori ricordano con affetto, durante il quale le figlie sono ancora le loro “piccoline”.

Era una splendida giornata primaverile: i ciliegi in fiore costeggiavano le strade, una leggera cascata di petali rosa ondeggiava nel vento mentre camminava per le vie, superando l’ufficio del dottor Kellor, i negozi di antiquariato, la nuova (e dall’aspetto piuttosto gotico) galleria d’arte che aveva aperto il mese prima, i negozi di chincaglierie fino alla gelateria vecchio stile, quella da un dollaro e cinquanta alla pallina. A lato della strada si trovava il negozio “Benson, libri usati e rari”. John esitò, sarebbe voluto entrare, anche solo per pochi minuti, poi tirò fuori il cellulare per guardare l’ora.

Le due e mezzo. L’autobus sarebbe arrivato alle tre, non c’era tempo quel giorno per entrare, prendere una tazza di caffè, e parlare di libri e di storia. Walt Benson lo vide, prese una tazza e invitò John a unirsi a lui. Quest’ultimo scosse la testa, indicò il suo polso, anche se non indossava più l’orologio, e continuò a camminare, svoltando l’angolo, dove il suo Suv Talon era parcheggiato, di fronte al negozio “Taylor ferramenta ed emporio”.

John si fermò e guardò lungo la strada per un momento. Sto vivendo in uno stramaledetto quadro di Norman Rockwell, pensò di nuovo, ormai per la millesima volta.

Andare a finire in questo posto… non l’avrebbe mai immaginato, mai pianificato e nemmeno voluto. Otto anni prima era all’Army War College, a Carlisle, in Pennsylvania, dove insegnava storia militare e teneva un seminario sulla guerra asimmetrica: desiderava spiccare il volo e conquistare la sua prima stella da generale.

Ad un certo punto accaddero due cose: arrivò la promozione, che prevedeva un trasferimento a Bruxelles come ufficiale di collegamento in forza alla Nato, una buona posizione in cui avrebbe molto probabilmente concluso la carriera… e poi Mary, un giorno, poco dopo la promozione tornò da una visita medica, pallida in viso e, con le labbra serrate, pronunciò cinque parole: «Ho un cancro al seno».

Il comandante a Carlisle, Bob Scales, un vecchio amico che era stato anche il padrino di Jennifer, la figlia di John, intuì la sua richiesta prima ancora che lui la avanzasse. Avrebbe accettato la promozione, ma solo se avesse potuto trasferirsi al Pentagono. Ciò li avrebbe fatti vivere vicino alla John Hopkins, e non troppo lontani dalla famiglia di Mary.

Non funzionò: era un periodo di forti tagli e sì, c’era grande comprensione per John ai piani alti, ma se voleva la promozione doveva andare a Bruxelles e, forse, un anno dopo, avrebbero trovato il modo di accontentarlo.

Dopo aver parlato col medico di Mary… John diede le dimissioni. L’avrebbe riportata a casa a Black Mountain nel Nord Carolina, che era quello che lei voleva, inoltre il centro per le cure del cancro di Chapel Hill sarebbe stato vicino.

Le conoscenze di Bob erano buone, molto buone. Quando John menzionò Black Mountain Bob fece una semplice telefonata. La rete delle amicizie e dei favori tra “compagni d’armi”, anche se considerata politicamente scorretta, esisteva e al momento del bisogno si attivava per aiutare. Il presidente del Montreat College, che era nel Nord Carolina, nella città natale di Mary, disse di avere “improvvisamente” bisogno di un vicedirettore allo sviluppo. John odiava lo sviluppo e la selezione del personale, ma tenne duro fino a che venne aperta una cattedra di storia e lui venne scelto come insegnante.

Il fatto che il preside del college, Dan Hunt, dovesse la sua vita a Bob Scales, che lo aveva tirato fuori da un campo minato nel 1970, rappresentò senza dubbio un punto a favore di John agli occhi dei “compagni d’armi”. Dan in guerra aveva perso una gamba, Bob era stato decorato con un’altra Stella di Bronzo per averlo salvato, e i due da allora erano divenuti amici per la pelle e ognuno cercava di occuparsi di ciò di cui l’altro aveva bisogno.

Così Mary fece ritorno a casa, dopo vent’anni durante i quali aveva seguito John, da Fort Benning, alla Germania, a Okinawa e perfino attraverso “Desert Storm”. Dopo quello, ci fu il Pentagono e, dopo un anno, un meraviglioso anno, a West Point, altri tre splendidi anni di insegnamento a Carlisle. In fondo al cuore John era un insegnante di storia e qualunque bastardo, nell’ufficio del personale al Pentagono, avesse rifiutato la sua richiesta di trasferimento, gli avrebbe fatto un grande favore.

Così, fecero ritorno a casa, a Black Mountain, nel Nord Carolina. Non esitò un attimo a soddisfare la volontà di Mary, rinunciando alla promozione e rassegnando le dimissioni, e a trasferirsi in quell’angolo delle montagne della Carolina.

Osservava Main Street, immobile, per un momento, perso nei ricordi. L’anniversario dei quattro anni della morte di Mary sarebbe stato la settimana successiva. La sua ultima uscita era stata una lenta, estenuante, camminata lungo quella stessa strada che, da giovane, percorreva correndo.

Black Mountain era davvero una città “alla Norman Rockwell”. Quella passeggiata finale con lei, dove tutti la conoscevano, sapevano cosa le stesse accadendo, e uscivano per salutarla, abbracciarla, baciarla, sapendo che si trattava di un addio, senza però dirlo, fu una dimostrazione d’amore che John non avrebbe mai dimenticato.

Scacciò via il pensiero. Era ancora troppo recente, e l’autobus di Jennifer sarebbe arrivato fra venti minuti.

Salì sulla Talon, mise in moto, e svoltò sulla State Street, dirigendosi a est. Amava la vista che si aveva dalla State Street: si estendeva su tutta la città sui suoi negozi, quasi tutti edifici di mattoni rossi, che erano stati costruiti alla fine del secolo scorso.

Una volta il villaggio era una fiorente comunità, grazie al business nato per la cura della tubercolosi. Quando la ferrovia attraversò le montagne nella parte occidentale della Nord Carolina nei primi anni Ottanta del XIX secolo, i primi ad arrivare in città furono proprio gli ammalati di tubercolosi. Arrivarono a migliaia, per andare nei sanatori che sorgevano su ogni pendio soleggiato delle montagne. Agli inizi degli anni Venti c’erano una dozzina di istituti del genere attorno ad Asheville, la grande città una dozzina di miglia a ovest di Black Mountain.

In seguito arrivò la Depressione: Black Mountain rimase congelata nel tempo, fino a quando gli antibiotici divennero disponibili (subito dopo la guerra) e i sanatori si riempirono di nuovo. Così, tutti quei meravigliosi edifici, che nelle altre città venivano trasformati in negozi e centri commerciali, qua rimasero inalterati, mentre il progresso saltava Black Mountain a piè pari.

Oggi vi erano sale per eventi a disposizione di varie chiese e campi estivi per bambini dove prima c’erano stati i sanatori. Il suo stesso college era stato fondato in un luogo che tutti chiamavano “il Rifugio”. Un piccolo istituto, 600 ragazzi, molti dei quali provenienti dalle piccole città delle due Carolina, e alcuni altri da Atlanta e dalla Florida. Alcuni si lamentavano parecchio del relativo isolamento del campus, ma molti altri, anche se con una certa riluttanza, dicevano di amarlo. C’era un bel campus, un posto sicuro, con un vecchio sentiero che portava direttamente sul Monte Mitchell; c’era vicino un bel corso d’acqua per fare canoa, molti alberi per imboscarsi e dare una festa e aggirare così le rigorose norme del campus.

La stessa città si riprese, infine, a partire dagli anni Ottanta, ma lo splendido e affascinante aspetto di fine secolo venne mantenuto e, in estate e in autunno, le strade erano piene di turisti e persone che facevano una scampagnata di un solo giorno, provenienti da Charlotte o da Winston-Salem, per scappare dalle alte temperature delle pianure, unendosi alle centinaia di proprietari di villette estive, che vivevano dalle parti del Rifugio, molte delle quali parecchio vicine alle tenute delle facoltose dinastie del “vecchio Sud”.

La famiglia di Mary era proprio questo: vecchio Sud e ricchezza. La nonna Jennie, madre di Mary e omonima di Jennifer, era ancora ostinatamente legata alla sua vecchia casa, al Rifugio, e rifiutava l’idea di trasferirsi, anche se “Papà” Tyler si trovava ormai in una vicina casa di cura perché affetto da un cancro in fase terminale.

John continuò a guidare verso est, mentre alla sua sinistra ruggiva il traffico della Interstatale 40, che scorre lungo la Swannanoa Gap. I residenti più anziani della città ancora oggi esprimono il loro odio per quella “strada maledetta”. Prima del suo arrivo, Black Mountain era un sonnolento borgo nelle montagne del sud. Con la strada erano arrivati il progresso, il traffico e le orde di turisti nei weekend, che la locale camera di commercio amava e tutti gli altri cercavano di sopportare.

Stando sulla vecchia autostrada, che corre parallela alla Interstatale, John guidò per meno di un miglio fuori dalla città, dopodiché svoltò a destra, in una strada che percorreva il pendio di una collina che sovrastava la città. C’era un vecchio racconto sulla montagna, che diceva che «sai che stai andando verso una casa di montagna quando le indicazioni dicono “girare su strada sterrata”».

Essendo cresciuto nel New Jersey, John non aveva ancora del tutto accettato l’idea di vivere nel sud, nella zona delle montagne, nel bel mezzo di una strada sterrata, con una vista da un milione di dollari.

La casa che lui e Mary avevano acquistato era una delle prime di nuova costruzione della zona. In un posto dove non esisteva zonizzazione, nella parte più bassa della collina c’erano edifici con scopi molto diversi tra loro: una vecchia baracca dove Connie Yarborough, una meravigliosa abitante della collina, non aveva ancora elettricità o acqua corrente, e vicino a lei c’era un’eccentrica officina di riparazioni di Volkswagen… il proprietario, Jim Bartlett, una persona che seriamente pensava di vivere negli anni Sessanta, aveva il suo prato disseminato di Maggiolini arrugginiti, furgoncini e anche alcuni preziosi Bus VW e Karmann Ghia.

La casa (che Mary e John, entrambi appassionati di Tolkien, avevano soprannominato Gran Burrone) offriva un’ampia vista della valle sottostante; la skyline di Asheville si stendeva in lontananza, frammentata in fondo dalle Great Smoky Mountains, in modo che a occidente Mary potesse godersi il tramonto.

Quando cercava di descrivere la vista, diceva semplicemente agli amici: «Date un’occhiata là… L’ultimo dei Mohicani è stato girato a mezz’ora da dove viviamo noi».

Era una casa dall’aspetto abbastanza contemporaneo, con alti soffitti. Il lato occidentale, che partiva dalla camera da letto e percorreva il soggiorno per terminare nella zona pranzo, era composto interamente da una vetrata. Il letto era ancora posizionato di fronte a essa, come aveva voluto Mary, in modo che potesse vedere il mondo all’esterno, man mano che la vita la stava abbandonando.

Spense l’automobile. I due “stupidoni”, Ginger e Zach, entrambi golden retriever, due meravigliosi cani – con la testa più dura di un muro – erano a prendere il sole, sdraiati su una coperta in camera da letto. Si alzarono e abbaiarono all’impazzata, come se lui fosse un intruso e se lo fosse stato sarebbero stati assaliti dal terrore, avrebbero abbandonato la coperta e sarebbero fuggiti a nascondersi nella stanza di Jennifer.

I due cani si indirizzarono verso la stanza da letto, per poi uscire attraverso la porta a vetro… la cui metà inferiore era aperta, visto che la lastra non c’era più. Se avesse provato a metterne una nuova, in pochi giorni, gli stupidoni l’avrebbero distrutta di nuovo. John si era arreso già da anni...

 

Tutto il primo capitolo del libro Un Istante Dopo (One Second After) di William R. Forstchen

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Un Istante Dopo (One Second After) - Libro

Come sopravvivere a una catastrofe e affrontare un mondo senza elettricità

William R. Forstchen

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Libro - Macro Edizioni - Novembre 2011 - Profezia Maya

Prefazione: Un istante dopo, Libro di William R. Forstchen Sebbene questo libro sia un racconto di finzione, è anche un racconto di dati di fatto, forse una "futura storia" che dovrebbe far pensare e, sì, anche terrorizzare... scheda dettagliata

 

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