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Anteprima di "Insegno Yoga" di Donna Farhi

Leggi un brano estratto dal libro di Donna Farhi "Insegno Yoga" sul legame tra insegnanti di Yoga e allievi

Anteprima di "Insegno Yoga" di Donna Farhi

Archetipi: come vive l’insegnante nella mente dell’allievo

Come insegnanti dobbiamo guardare non solo a come consideriamo il nostro ruolo di docenti, ma anche al modo in cui viviamo nella mente dell’allievo.

Può essere sorprendente rendersi conto di quanto sia importante il ruolo che a volte giochiamo nell’esperienza dell’allievo.

Spesso anche l’allievo apparentemente più distratto, quello che in classe a malapena notiamo, potrebbe vederci come un vero punto di riferimento. Potremmo avere un enorme impatto persino su allievi che non abbiamo mai incontrato, che hanno studiato il nostro lavoro attraverso libri o video.

Per questo motivo non dobbiamo mai sottovalutare l’impatto che hanno le nostre parole e le nostre azioni.

Nel corso dei miei numerosi anni di insegnamento, le lettere ricevute dagli allievi mi hanno permesso di rendermi conto dell’immenso impatto che un insegnante può avere. Di seguito ne riporto alcuni esempi.

«Sono consapevole del pesante fardello della solitudine, di portare un peso e di quanto raramente incontro qualcuno con cui posso condividere liberamente ogni cosa, forse perché tu non hai paura di essere te stessa e questa è la cosa principale che ho notato».

«Mi hai insegnato cose sulla vita e su di me più di ogni altra persona al mondo. . . non so se senza di te avrei potuto superare il dolore emotivo di questo ultimo anno».

«Da quando ho letto il tuo libro, sono diventato un istruttore di Yoga qualificato e sento che la mia vita procede finalmente nella giusta direzione ».

«Confesso che alla veneranda età di 66 anni, questa è la prima lettera che scrivo a un mentore, per giunta così giovane».

«Il motivo per cui ho deciso di seguire il tuo corso quest’anno è stato il fatto che la prima volta che ti vidi a una conferenza pensai che tu fossi una persona eccessivamente piena di sé. E subito non mi sei andata a genio. La mia reazione fu talmente forte che volli andare a fondo per capire il motivo per cui mi avevi colpito tanto».

«Ovviamente la fama e la buona sorte ti avevano dato alla testa e questo è il motivo per cui durante l’ultimo corso intensivo di Yoga eri così distante da me».

Sono poche le professioni che abbracciano così tanti ruoli come quella dell’insegnante di Yoga e perciò possiamo essere presenti nella mente dell’allievo come un complesso insieme di archetipi. Un archetipo è, come sappiamo, uno schema di pensieri, immagini o convinzioni universale, solitamente basato su un’idea inconscia, che si trova nella psiche di un individuo.

È alquanto improbabile, per esempio, che qualcuno ritenga che un ingegnere possa essere una fonte affidabile per un consiglio medico o che uno scienziato genetico possa fungere anche da consulente matrimoniale. In determinati momenti, tuttavia, un insegnante di Yoga può agire con delle competenze comparabili a quelle di un insegnante, un medico, uno psicoterapeuta, un fisioterapista, un sacerdote, un genitore o la persona amata.

Quello che tutti questi ruoli hanno in comune è un implicito squilibrio di potere, determinato dalla fiducia che viene riposta nell’insegnante.

Ogni volta in cui qualcuno cerca l’assistenza di un’altra persona per ricevere istruzione, cure, consigli, guida spirituale o consulenza medica, legale o finanziaria, vi è un’asimmetria nell’equilibrio di potere, poiché solo uno dei due detiene le conoscenze e le competenze necessarie. Questo squilibrio viene creato da entrambe le parti: noi ci stabiliamo in un ruolo di questo tipo e l’altra persona ci percepisce in tale ruolo.

Recentemente, mi è capitato di parlare con un collega riguardo al suo comportamento sessualizzato nella relazione con allievi e insegnanti in formazione. Lui cercava sia di giustificare il proprio comportamento sia di svincolarsi dal suo ruolo di responsabilità dicendo: «Io non sono un insegnante spirituale. Io sono amico dei miei allievi».

Ora, nell’annuncio promozionale egli si definisce un “maestro di Yoga”. Ben pochi di noi definirebbero i propri amici dei maestri. Il termine “maestro” significa «chi conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare agli altri» e, in questo contesto, fa riferimento a un adepto o esperto. Chiaramente qui vi è una certa confusione fra il titolo che il collega si è autoassegnato, ciò che un allievo potrebbe aspettarsi sentendo tale titolo e la volontà da parte del “maestro” di rinunciare alle proprie responsabilità.

Questo rappresenterebbe motivo di grande confusione per un allievo. Una delle sue allieve raccontò: «Mi ha detto che quando sono nella classe sono un’allieva, mentre fuori sono la sua amante. Tutto qua!».

Ma la nostra struttura emotiva non è così semplice. Sono poche le persone che possono accendere e spegnere i loro sentimenti a comando e se ci riescono, questo avviene a discapito della loro integrità emotiva.

Esistono ragioni precise per cui alcuni ruoli sono particolarmente ricchi di potere, come è il caso degli insegnanti di Yoga.

Approfondiamo altre possibili modalità in cui viviamo nella mente dell’allievo.

Sutra II,15
In realtà, per il saggio tutto è dolore, a causa della sofferenza provocata dal cambiamento,
dall’angoscia, dai samskara e dall’attività dei guna che si contrastano reciprocamente.

L’insegnante di Yoga come guaritore

L’archetipo del guaritore è composto da diverse sottocategorie fra cui medico, fisioterapista, psicoterapeuta e sciamano. Questi ruoli presuppongono competenze specifiche che potenzialmente possono guarire e alimentare le speranze di guarigione del cliente. Molti medici si definiscono Yogaterapeuti e offrono i loro servizi ad allievi con problemi fisici gravi o cronici.

Gli insegnanti di Yoga spesso fanno un lavoro simile a quello di un medico. Lavoriamo in casi di debilitanti problemi alla schiena, condizioni di salute gravi come il cancro, malattie cardiovascolari e numerose altre patologie, molte delle quali non hanno ottenuto alcun miglioramento da altri trattamenti. Come se ciò non bastasse, alcuni di noi impiegano molto più tempo a lavorare con gli allievi (in ogni sessione e nell’intero corso) di quanto possono fare i medici.

Ovviamente non intendo passare il messaggio che le cure mediche standard non vadano seguite o che siano insufficienti, ma il fatto è che, purtroppo, la maggior parte delle consultazioni mediche è veloce e poco frequente. Non di rado i pazienti incontrano un medico diverso ad ogni visita e questo determina una discontinuità nell’assistenza. Per contro, gli allievi di Yoga hanno di solito contatti regolari con i loro insegnanti insieme ai quali, a volte trascorrono anni se non una vita intera.

Nei primi anni della mia carriera, misi a punto un corso di Yoga per esigenze speciali, rivolto ad allievi che diversamente non sarebbero stati in grado di praticarlo, neppure nella più elementare delle lezioni. Molti dei miei clienti con esigenze speciali venivano a me inviati da fisioterapisti, unità spinali post-operatorie e altri medici locali, come per esempio alcuni chiropratici. In alcune occasioni ho tenuto sessioni di insegnamento a fisioterapisti che lavoravano in ospedale.

Iniziai ponendomi questa domanda: se sto lavorando con una capacità simile a quella di un fisioterapista o medico, non dovrei forse attenermi a standard professionali ed etici simili ai loro?

Quando frequentavo l’università il mio consulente accademico, che come me coltivava un interesse per la medicina alternativa, era solito dire che se una persona crede in un metodo di guarigione, questa fiducia è importante quasi quanto la cura in sé. Riteneva pure che le persone si rivolgono a terapeuti, medici e altri guaritori tanto per la qualità dell’incontro quanto per l’esperienza e competenza del professionista. Quando iniziai a lavorare come bodyworker e insegnante di Yoga, mi accorsi che entrambe queste premesse erano reali.

I clienti spesso dicevano che l’ordine immacolato e la calma della sala in cui si effettuava il trattamento li faceva sentire immediatamente meglio. Notai anche che quando io stessa mi trovavo a scegliere a quali professionisti della salute rivolgermi, la decisione dipendeva dalla capacità di tali guaritori di concentrarsi a fondo sul processo e di ascoltare con attenzione i miei problemi.

Quando consideriamo l’archetipo del guaritore, dobbiamo tenere bene a mente che la nostra presenza e l’attenzione che rivolgiamo alla persona sono già di per sé guaritrici. Quello che spesso offriamo sono incoraggiamento e fede nella possibilità che una persona ha di guarire, non promuovendo mai il concetto che noi, in qualità di insegnanti, siamo dispensatori di guarigione.

Quando un allievo acquista la capacità di dedicare attenzione e impegno incondizionati alle pratiche di guarigione, dobbiamo chiarire che è la connessione dell’allievo con la propria saggezza interiore ciò che porta davvero alla guarigione.

L’insegnante di Yoga come sacerdote

Un sacerdote è una persona che ci sta vicino nei nostri più grandi momenti di dubbio e agisce per non farci perdere la fede.

I nostri allievi potrebbero custodirci nelle loro menti e nei loro cuori come guide di questo tipo. Potrebbero confessarci i segreti, le paure e le ferite che hanno condiviso con ben pochi altri.

Un allievo potrebbe confidarci una diagnosi di tumore prima ancora di metterne al corrente la moglie e i figli. Un altro potrebbe confessarci quanta vergogna provi per una malattia mentale mantenuta segreta agli amici e ai colleghi per tutta una vita. E ancora, qualcuno potrebbe parlarci della battaglia contro l’alcolismo, la bulimia o una dipendenza sessuale contro cui ha lottato per tutta la vita.

Gli allievi ripongono un’enorme fiducia in noi e noi dobbiamo ricambiarla mantenendo la riservatezza.
Proprio come un sacerdote deve mantenere il segreto confessionale, allo stesso modo le confidenze ricevute da noi devono essere mantenute fedelmente, salvo diversi accordi.

Gli allievi spesso condividono con noi informazioni riservate perché provano troppa paura o vergogna a confidarle a chiunque altro. Potrebbero sentire che nessun altro li comprenderebbe o manterrebbe per sé tale confidenza con la dovuta cura. Potrebbe essere persino necessario rassicurare l’allievo sul fatto che terremo per noi tutto ciò che ci dirà in confidenza.

L’allievo potrebbe poi vedere l’insegnante di Yoga come il custode di uno spazio sacro in cui può esplorare la propria connessione con la sua Divinità, con il suo atman (maestro interiore) o con Dio.

Per molte persone, avere un luogo in cui poter esplorare la propria relazione con un potere superiore e parlare apertamente del proprio cammino spirituale, è un dono raro. Per alcuni allievi la relazione yogica potrebbe essere l’unico contesto in cui si sentono liberi di discorrere del loro percorso spirituale.

Lavorare con l’archetipo del sacerdote presuppone non solo di assistere al processo dell’allievo, ma anche di incoraggiarlo affinché trovi il proprio saldo testimone interiore. Imparare ad accedere al proprio sacerdote o sacerdotessa interiori aiuta l’allievo a individuare il potere che ha lui stesso di invocare uno spazio sacro e, in caso di bisogno, di attingere a risorse di una saggezza più elevata.

Sutra II,24
La causa della falsa identificazione del soggetto con l’oggetto della conoscenza è l’ignoranza.

L’insegnante di Yoga come genitore

Talvolta l’allievo immagina l’insegnante come un vero e proprio padre (o madre) o, più in generale, come espressione del padre o della madre universali: questo archetipo è una proiezione comune fra allievo e insegnante.

Siamo delle autorità e al contempo ci prendiamo cura degli altri, così, spesso, gli allievi proiettano su di noi le esperienze dell’infanzia non superate e il rapporto che avevano con i loro genitori. Questo processo si può amplificare quando l’allievo si trova in corsi intensivi o ritiri residenziali che, in un qualche modo, richiamano un ambiente domestico e familiare.

Per questo motivo compresi ben presto che, quando si lavora intensamente con un gruppo, è bene avere sia un insegnante uomo sia un’insegnante donna. Un collega mi disse, a ragione: «Così come ci sono una mamma e un papà, allo stesso modo ci vogliono due istruttori che possano condividere le conseguenze indesiderate delle proiezioni!».

Espressioni comuni di questo archetipo sono il desiderio dell’allievo di ricevere cure e attenzioni da parte dell’insegnante di Yoga e la volontà inconscia che l’insegnante colmi la mancanza di attenzioni percepita durante l’infanzia. In più, potrebbe sussistere un forte bisogno di approvazione, riconoscimento o rassicurazione sul proprio valore, in particolare se queste cose sono mancate in fase di crescita. Talvolta, l’archetipo si manifesta sotto forma di ribellione, proprio come quando gli adolescenti si spingono oltre il limite.

Come insegnanti di Yoga, dobbiamo chiarire che, sebbene faremo ogni ragionevole sforzo per dedicare le dovute attenzioni all’allievo, non ci faremo carico di lui, per evitare di renderlo infantile e di promuoverne una non sana dipendenza dalla nostra attenzione. Anche se possiamo esprimere lodi e riconoscimenti, quando questi vengono ricercati per attirare l’attenzione o perché se ne ha il bisogno, è importante agevolare l’interiorizzazione di processi di auto-approvazione, auto-conforto e autostima.

Secondo la mia esperienza, quando un allievo agisce in modo ribelle, eccessivamente reattivo o inappropriato, generalmente ha sofferto di un problema cronico di gestione dei limiti, a seguito di una scarsa quantità di regole ricevute in fase di crescita. In questi casi, l’insegnante di Yoga deve porre e mantenere con assoluta certezza limiti chiari; se poi un allievo supera ripetutamente tali limiti, deve fargliene affrontare le conseguenze.

Una volta, avevo un’allieva che arrivava sempre in ritardo di almeno quindici minuti (e qualche volta addirittura di quarantacinque) alle mie lezioni. Questa donna attraversava mezzo Paese per partecipare a un seminario, per poi arrivare tardi a lezione pur avendo la stanza proprio in fondo al corridoio. Dopo averle chiesto di arrivare puntuale (oppure di non presentarsi affatto) – richiesta più volte ignorata – raccomandai al receptionist dello studio di Yoga di non permetterle di entrare se fosse arrivata ancora in ritardo. Come c’era da aspettarsi, questo avvenne e lei prese ad assillarlo accampando ogni genere di scusa e rivendicando tutti i propri diritti ad entrare, fino a quando, come era prevedibile, l’uomo cedette. Potremmo paragonarla a una figlia che piagnucola e assilla la madre per avere una caramella, ottenere il permesso di andare in discoteca o acquistare un vestito. Tuttavia, essendo entrata in un momento cruciale della lezione, non volli disturbare la classe concentrandomi sul suo ingresso. Infine accadde un giorno che arrivò in ritardo di quarantacinque minuti, così sussurrai alla mia assistente di chiederle di lasciare la lezione immediatamente senza avviare alcuna discussione, ma semplicemente ricordandole che condizione necessaria per partecipare alla lezione era l’arrivare puntuali. Potete ben immaginare quanto fu impopolare questa decisione, ma la donna non arrivò mai più in ritardo a una lezione.

Ogni qualvolta un allievo ha una reazione forte o inadeguata di fronte a una situazione, nasce in me il sospetto che tale reazione sia scatenata da qualcosa che è nel vissuto della persona. La causa scatenante potrebbe essere profondamente radicata nel suo inconscio o trattarsi di un residuo dell’infanzia.

Ricordo un’allieva che chiese di incontrarmi dopo la lezione per dare sfogo alla propria rabbia (alternando ira e attacchi di pianto) dovuta al fatto che avevo solo criticato la sua pratica senza mai lodarla. In quel momento rimasi sorpresa della sua reazione perché tutto ciò che ricordavo era di aver speso un po’ di tempo aiutandola con una specifica posizione. Poi realizzai che quando l’avevo corretta, questo doveva aver provocato in lei un forte ricordo delle critiche ricevute durante l’infanzia, quando, come lei stessa raccontò, «non ne faceva una giusta». Quando le chiesi se era disposta ad analizzare la sua reazione insieme a me, emerse subito chiaramente che si trattava proprio di questo.

L’insegnante dev’essere sufficientemente maturo da riconoscere quando vi è un processo di proiezione in piena attività, evitando di prendere la reazione dell’allievo come un attacco personale.

Mantenendoci calmi, distaccati e non sulla difensiva mentre rassicuriamo l’allievo sul fatto che ci sta a cuore, gli forniamo un luogo equilibrato in cui può lentamente districarsi dalla proiezione e osservare la sorgente della reazione.

Una delle modalità più efficaci per lavorare su questo tipo di archetipo è rivolgere l’allievo verso la sorgente ultima della cura e dell’attenzione, il Sé Universale. Solo quando l’allievo impara a mettersi in connessione con il proprio Sé superiore e a confidare in esso, accede davvero alla maturità propria dell’essere adulto. Questo può avere conseguenze radicali sulla vita dell’allievo, per quanto concerne le sue relazioni interiori: non ricercherà più un padre o una madre nei propri compagni, ma sarà libero di addentrarsi in relazioni più adulte e prive di vincoli.

Sutra II,38
Quando dimora nella continenza, egli acquisisce vigore.

L’insegnante di Yoga come amante

Può forse sembrare strano inserire qui l’archetipo dell’amante, ma non vi è nulla di più dannoso per molti allievi dell’attenzione ricevuta dai loro insegnanti (e viceversa).

Potreste essere la prima persona ad aver “visto” davvero un allievo e lui potrebbe così avere iniziato a vedersi speciale. Potreste essere la prima persona ad aver mostrato preoccupazione e cura incondizionate, e ad aver ascoltato attentamente le sue parole. Infatti, l’insegnante di Yoga tenta ogni volta di offrire la propria presenza senza riserve. Dovremmo dunque sorprenderci quando un allievo legge in tale relazione la possibilità di un’unione intima?

È possibile da parte di entrambi, insegnante e allievo, formarsi delle fantasie sull’altro.

Non vi è nulla di intrinsecamente malsano nell’attrazione sessuale e nelle fantasie sorte sulla scia di tale attrazione. Quando queste sensazioni sono contenute e non manifestate, possono essere controllate per il bene di entrambe le parti.

Non è facile capire se questo fenomeno è più forte nelle donne che negli uomini, dato che, nella maggior parte delle classi di Yoga c’è una prevalenza di donne. Sembra che vi sia un’alta incidenza di donne, in particolare giovani donne, che cercano autostima attraverso relazioni intime con i loro insegnanti di Yoga.

Ho sentito molte storie di donne di questo tipo e tutte sembrano essere accomunate da un senso del sé scarsamente sviluppato, che non solo le ha portate a cercare una relazione intima con il loro insegnante di Yoga (spesso sposato), ma pure a continuare a lungo la relazione anche dopo aver constatato che era stata una fonte di conflitto e sofferenza.

Una donna affermò: «Ogni incontro mi dà un picco iniziale, seguito da un profondo senso di inutilità».

In questo libro il tema dei limiti appropriati e di una relazione insegnante-allievo di tipo etico viene affrontato in modo approfondito, quindi per ora ci limitiamo a vedere questo archetipo come desiderio ultimo universale, un bisogno di profonda intimità e appartenenza.

Questo comprende la voglia di amare e di essere amati, di vedere ed essere visti. Quando un insegnante comprende questo archetipo per quello che è, cioè un desiderio da parte dell’allievo di riconnettersi col proprio Sé superiore e di sentirsi un tutt’uno con esso, può comprendere la seria importanza del mantenere saldo il limite fra sé e l’allievo.

Abbiamo gettato uno sguardo sugli archetipi del guaritore, del sacerdote, dell’amante e del genitore. Certo questa lista non è esaustiva e per forza di cose esistono altre influenze.

È impossibile prevedere o quantificare come l’immagine dell’insegnante viva nella mente di un allievo. Pertanto la cosa più sicura e saggia da fare è partire dal presupposto che occupiamo nella mente dell’allievo uno spazio di proporzioni maggiori di quanto possiamo immaginare. Di conseguenza abbiamo una responsabilità ancora più grande di mantenere l’integrità della relazione.

Prima di addentrarci più a fondo nell’etica della relazione insegnante-allievo, può essere utile analizzare alcuni dei più comuni fenomeni che danno un’impronta alle interazioni fra insegnante e allievo.

 

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Donna Farhi

è una delle più rinomate e amate insegnanti di Yoga a livello internazionale: nata e vissuta a lungo in America, vive attualmente in Nuova Zelanda. Insegna e tiene seminari da vent'anni; ha collaborato alle riviste Yoga Journal Yoga International, e ha pubblicato The Breathing Book e Yoga, Mond & Spirit che nell'ambiente dello Yoga sono ormai due classici.

 

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