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Lo Tsunami e la nube. Cause e conseguenze di una tragedia

Anteprima Come Evitare la Trappola Nucleare LIBRO di Roberto Bosio e Alberto Zoratti

«Sono profondamente preoccupato per la situazione nucleare, perché è imprevedibile. Prego che, grazie allo sforzo degli addetti, le cose possano non peggiorare ulteriormente». È il 16 marzo 2011. In uno dei momenti più tragici della storia del Giappone dopo il genocidio di Hiroshima e Nagasaki, sua maestà imperiale Akihito si rivolge alla nazione. Il suo tono di voce è misurato, lo sguardo intenso: gli occhi dell’anziano imperatore incrociano virtualmente quelli di 80 milioni di persone, ferite, dopo il devastante terremoto, dalla tragedia biblica di un enorme tsunami, alla quale si è immediatamente sommato il terrore per una possibile tragedia nucleare.

Proviamo, solo per un attimo, a non considerare l’apocalisse che ha colpito il Giappone. Non per ridimensionarla, o dimenticarla, ma per cercare di dare spazio a una riflessione più attenta e pacata. Il discorso di Akihito non è stato soltanto un lampo di umanità nel buio del caos, ma anche il primo accenno di verità sulla terza piaga biblica, che rischia di abbattersi sul Sol Levante: il rilascio di radioattività dai reattori di Fukushima. Non tutto in Giappone, infatti è andato come sarebbe dovuto andare. D’altronde, la storia documentata dell’industria nucleare mondiale è costellata di omissioni e soggiace a un attento dosaggio, al limite della censura, delle informazioni da diffondere all’opinione pubblica. La motivazione ufficiale è quella di evitare inutili allarmismi basati su un approccio irrazionale a una tecnologia avanzata e su un interesse molto partigiano delle organizzazioni ecologiste.

Al di là delle interpretazioni, però, a contare sono i fatti. Nel 2002, il presidente della Tepco (Tokyo Electric Power Company, l’azienda privata che possiede e gestisce gli impianti nucleari in Giappone) ha rimesso il proprio mandato, assieme a quello di altri quattro dirigenti, dopo la scoperta che i dati in archivio sugli interventi di mantenimento e di riparazione degli impianti erano stati falsati. La stessa compagnia, dopo un’accurata indagine interna, ha ammesso di essersi trovata di fronte a “pratiche fraudolente”: Philip White, attivista dell’organizzazione nipponica Citizen Nuclear Information Center, ricorda come «si scoprì che la Tepco aveva coperto il malfunzionamento di un importante componente di tutti i suoi impianti; di conseguenza, fu obbligata a chiudere 17 reattori». Cinque anni dopo il fattaccio, le pratiche omissive non sembravano essersi ridimensionate: nel 2007 un forte terremoto – 6.7 gradi della scala Richter – colpì il Giappone occidentale. La Tepco rassicurò l’opinione pubblica, affermando che solo uno dei suoi impianti colpiti aveva subito un piccolo incendio. Peccato che poi abbia dovuto ammettere che l’incendio era durato più di due ore e che migliaia di litri di acqua radioattiva si erano dispersi nel mare circostante.

Storie di ordinaria economia, direte voi. Dopotutto, il principio di gestire la comunicazione in modo cauto e controllato non è afferibile solo all’industria nucleare, ma a ogni rivolo del mercato attuale. È per questo che nascono ed esistono gli organismi di controllo e di regolamentazione. In Giappone c’è un dicastero, il cui nome è NISA (Nuclear Industrial and Safety Agency), che è alle strette dipendenze del Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese e che ha, tra i vari compiti, quello di promuovere attivamente all’estero la tecnologia del Sol Levante, compresa quella nucleare. «Ciò che oggi necessita, è un regolatore indipendente, qualificato e ben sovvenzionato»: a parlare è Seth Grae – direttore esecutivo della Lightbridge Corp, azienda del settore nucleare ben introdotta nel mercato statunitense – nel corso di un’intervista a Bloomberg. «Quando c’è un’agenzia indipendente, ci possono essere aziende coinvolte in scandali e menzogne, ma il regolatore può bloccare il rilascio delle licenze». È una visione molto ottimistica della dinamica delle lobbying nucleariste (non sembra che negli Stati Uniti la NRC tuteli molto meglio la salute pubblica), ma disegna un contesto giapponese ben lontano dalla descrizione di sicurezza totale tanto declamata dai sostenitori del ritorno al nucleare.

Al contrario, appare un bel conflitto di interessi, le cui vittime sacrificali sono, come al solito, la consapevolezza e la sicurezza della popolazione, mentre l’interesse dell’industria rimane intonso. Mantenere una bassa attenzione sull’argomento significa alimentare una filiera, che vedegrandi gruppi estrattivi, edili ed energetici convergere, a discapitodella tranquillità di milioni di persone.

Prima dell’incidente di Fukushima, il coro dei sostenitori del “nuclearesicuro” era compatto e trasversale: esperti, capitani d’impresa ebuona parte della classe politica avrebbero messo la mano sul fuoco,in merito all’affidabilità dei propri impianti. Nessuno, però, potevaimmaginare di doversi trovare a fare i conti con la tragedia, che nonsolo ci ha messo di fronte all’imprevedibilità e alla potenza degli eventi naturali, ma ha creato vere e proprie crepe nelle certezze della lobbytrasversale pro-nuke. Che significato avrebbero altrimenti gli “stresstest”, che buona parte dei Paesi europei, a fianco degli Stati Uniti e delle altre potenze mondiali, vorrebbero fare ai propri impianti, se erano da considerarsi sicuri?

 

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