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Anteprima - Cimiteuro Libro di Marco Della Luna

Introduzione al libro Cimiteuro Come ripartire dopo il collasso globale dell'economia di Marco Della Luna

Anteprima - Cimiteuro Libro di Marco Della Luna

Vi possono far pensare che la crisi "passi" o che se ne possa uscire mediante sacrifici e sviluppo, soltanto se siete inconsapevoli dei rapporti tra le grandezze in gioco e dei meccanismi sottostanti. Quando conoscerete questi e quelle, penserete molto diversamente. Iniziamo con le grandezze. Nell'agosto del 2012, l'indebitamento generante interessi passivi, nel mondo, è stimato a 1,2-1,4 milioni di miliardi di Dollari; ad esso si aggiungono debiti non direttamente produttivi d'interessi (debiti previdenziali e assicurativi, capitali sociali, circa 1,2 milioni di miliardi in derivati finanziari); questi importi sono molto incerti, perché trattasi di titoli non registrati; i titoli tossici sono stimati in oltre 1,5 milioni di miliardi).

Il debito pubblico esplicito ammonta a circa 50.000 miliardi, e in 215.000 è stimato quello implicito (si vedrà in seguito che cosa è); il resto è debito del settore privato, finanziario, commerciale. Gli interessi annui da pagare per sostenere quanto sopra, per reggere quindi il sistema finanziario e bancario mondiale, superano ampiamente i 100.000 miliardi, mentre il prodotto lordo globale, cioè la somma di tutti i pil nazionali, è di soli 70.000 miliardi. Da qui la famelica ricerca, da parte del settore bancario e parabancario (shadow banking), di denaro, depositi, investimenti, da gettare nel fuoco del debito per reggere il gioco, evitando o rinviando lo scoppio di questa superbolla.

Ma tutta questa raccolta d'investimenti comporta emissione di titoli di debito, cioè ulteriore indebitamento capitale. Da qui la sospensione o riduzione dell'erogazione del credito da parte delle banche: esse dirottano molte risorse liquide per puntellare la bolla. Da qui la frenetica emissione di denaro da parte delle banche centrali – decine di migliaia di miliardi in pochi anni, di cui una frazione bastava per rilanciare tutte le economie occidentali – onde evitare il global meltdown del sistema bancario. Ma ogni creazione di denaro, nell'attuale sistema monetario, all'interno dell'attuale modo di creare moneta, avviene con pari creazione di debito gravato d'interessi; perciò, matematicamente, questo meccanismo non può reggere, perché, per effetto del suo andamento, accresce i propri scompensi interni, e anche gli scompensi esterni – ossia la recessione e le tensioni sociali. Il mondo è dunque divenuto un gigantesco schema Ponzi, ossia un sistema in cui gli interessi sul debito già emesso vengono pagati contraendo nuovi debiti, cioè coi denari di nuovi investimenti: una montagna cava.

In tale contesto che cosa vuol dire "possiamo farcela, ancora qualche sacrificio", "possiamo uscire dalla crisi", "il peggio è passato", "si vede una luce in fondo al tunnel"? Vuol dire che si mente a tutto spiano per tener calma e gestibile la popolazione, in attesa che lo schema scoppi o che si decida di evitare lo scoppio agendo su un piano completamente diverso da quello di cui si parla. Intanto, l'incombente minaccia del global meltdown e il persistente calo della domanda aggregata scoraggiano gli imprenditori dall'investire, dal fare impresa, anche se i tassi di interesse sono bassi – quindi la crescita non può ripartire. Gran parte del reddito disponibile creato dall'economia reale e dalla residua capacità di indebitamento pubblico e privato, viene assorbita dall'alimentazione della superbolla, e distolta così da investimenti e consumi. L'economia reale non è in grado di pagare nemmeno gli interessi del debito totale.

Pretendere che essa possa riuscire a pagare il capitale, attraverso tasse e sacrifici, per rimborsare i debiti e uscire dalla crisi, è la grande menzogna delle istituzioni e della politica dei nostri giorni, sostenuta da capi di Stato e di governo, nonché dai governatori delle banche centrali. O come riforma guidata, oppure come esplosione incontrollata, un'epocale rottura di sistema è alle porte, per la forza delle cose. È uno schema piramidale a squilibrio esponenzialmente crescente. USA, Germania, Finlandia ammettono di lavorare a "piani B", per la possibilità di break-up dell'Eurosistema, che, dietro la propaganda istituzionale, si sa inevitabile in un meccanismo che strutturalmente, per effetto del blocco dell'aggiustamento dei cambi, produce al proprio interno un sottoinsieme di Paesi sempre più creditori e un sottoinsieme di Paesi sempre più indebitati, i primi sempre più preoccupati di non perdere i loro crediti, i secondi sempre più gravati dagli interessi passivi e da austerità imposte dai creditori e dagli speculatori, che li drenano delle risorse necessarie ad uscire dalla loro condizione.

E a questo punto, che cosa può oggettivamente rimanere di una motivazione idealistica all'unificazione europea? La forza operante nei rapporti tra i Paesi europei, accettata e consacrata dietro la retorica europeista, è ormai con tutta chiarezza quella dei costi e dei ricavi, dei mercati, della competizione, dello sfruttamento, della prevalenza del più forte, non della coesione organica e solidale, non della co-appartenenza o della solidarietà o della cultura o dei sentimenti o delle "radici comuni"; quindi dire che si deve lavorare e fare sacrifici e rinunciare alla sovranità nazionale perché così si realizza l'ideale europeo, è una mistificazione.

La Germania si chiede se salvare la Grecia costi più o meno che lasciarla affondare, e deciderà volta per volta in base a questo criterio di valutazione. Il Paese creditore non investe sull'unirsi, sull'integrarsi. E come potrebbe essere diversamente, date la suddetta instabilità strutturale e la tremenda e crescente pressione esercitata anche sulla politica dal processo d'indebitamento e dal costo del debito? Per costruire una Federazione Europea funzionante e non distruttiva, bisogna risolvere, palesemente, il problema qualitativo della moneta, il rapporto tra monetazione e indebitamento; altrimenti, non hanno molte speranze nemmeno le recenti proposte del «Financial Times» e della Lega Nord, razionalmente fondate, ossia fare un'Europa delle regioni, con un nucleo forte (includente il Nord Italia) che usa l'Euro, e una periferia che usa monete più elastiche e competitive, per favorire lo sviluppo.

Come evidente dalla decisione della Corte Costituzionale tedesca del 12 settembre 2012 (che si riserva addirittura di sindacare l'operato della BCE rispetto al suo statuto e soprattutto stabilisce che non si possano più fare accordi e interventi segreti sulle finanze dei Paesi europei, ma tutto, compresi nuovi stanziamenti tedeschi per il Mes, debba essere discusso e approvato dal Bundestag), ormai si è istituzionalizzata una forte asimmetria dei Paesi eurodeboli rispetto ai Paesi euroforti: i primi stanno sotto la BCE e la UE, i secondi no; e la capacità di azione politica, normativa e persino giudiziaria oramai è tutta in mano ai Paesi creditori, anzi all'unico grosso Paese creditore, la Germania; i debitori, proprio perché non hanno soldi ma debiti, possono solo pregare e subire, come Samaras nel suo penoso pellegrinaggio a Berlino nell'agosto 2012 – salvo che decidano di minacciare il ripudio del debito e l'uscita dall'Eurosistema. Questa è la loro unica forza negoziale. Ma non la usano. E il ministro delle finanze tedesco Schäuble lo dice apertamente, su «La Repubblica» del 09 settembre 2012: l'Euro è irrinunciabile perché assicura il primato dell'economia tedesca.

Al contempo, Monti, coll'impostazione totalitarista (altri direbbero "fascista") di chi vuole educare il popolo a pensare e votare, convoca una sorta di concilio europeista a Roma per delegittimare le posizioni critiche, che egli e altri tecnici e servitori di riconoscibili interessi elitari chiamano "populismo", "antieuropeismo", "antagonismo", evitando il pubblico confronto sul merito, soprattutto con gli economisti di fama, che criticano l'Eurosistema dal punto di vista tecnico-pragmatico, avanzando proposte di riforma, come fa anche questo libro. L'Eurosistema viene così blindato contro il controllo empirico e razionale col farne una religione obbligatoria e un valore ideologico identificato con l'Europa stessa, che è immorale sottoporre a vaglio critico, o pretendere che debba rendere conto dei suoi risultati in termine di economia reale e redditi effettivi, e che ci rivolge richieste che vanno ottemperate senza sindacarle.

I Tg, l'informazione popolare, appoggiano questa operazione pedagogica oscurando gli argomenti critici, e l'appoggia pure Napolitano, con esternazioni di inediti frequenza e vigore. L'ordine del potere adesso va ufficialmente dall'alto al basso: le decisioni vengono prese da organismi finanziari "europei" a porte chiuse, calate sui governi che le devono attuare, sui parlamenti che le devono ratificare, e sulla popolazione che deve esprimere consenso a tutto ciò. Del resto, si sapeva benissimo a priori che l'Euro, il blocco dei cambi, avrebbe incentivato i Paesi mediterranei, grazie al cambio esterno più forte, a esportare di meno e importare di più, nonché a indebitarsi di più approfittando dei tassi ridotti; mentre avrebbe incentivato i Paesi più forti a fare l'opposto, accumulando crediti. La Germania, nei dieci anni prima dell'Euro, aveva accumulato un passivo commerciale di 130 miliardi; nei primi dieci anni di Euro, è passata a un attivo di oltre 1700, perlopiù verso partners comunitari.

Con una simile e crescente polarizzazione tra blocco creditore e polo debitore, in assenza di correttivi che le pongano fine (e vedremo quali potevano e potrebbero essere – certo non l'eurobond, il salva-Stati o lo scudo antispread), non è più questione di scegliere tra stare o non stare nell'Eurosistema, perché la sua fine viene da sé, il break-up è inevitabile, l'integrazione politica è impossibile, se non come sottomissione degli uni agli altri. Intanto, la speculazione fa ottimi affari, se solo sa frenarsi quando la sua pressione rischia di far scoppiare il meccanismo; e se, dirottando timori e speranze su altri obiettivi, sa evitare che si apra un pubblico dibattito sulla stortura di fondo dell'Euro – ossia sugli effetti della fissazione dei cambi, sul blocco del meccanismo di aggiustamento delle bilance commerciali, sulla dinamica degli avanzi-disavanzi, sulla dicotomia strutturale creditori-debitori – camuffando queste realtà in termini antropomorfici e moralistici di generosità o durezza germaniche e di sperperi o pigrizia dei mediterranei.

L'Euro, per come è stato congegnato, non è fatto per durare indefinitamente, né per unire: ha svolto, e ora porta a termine, uno "sporco" lavoro: trasferire capitali, industrie, tecnici qualificati, potere politico dai Paesi periferici a quelli forti. Ha funzionato come una pompa economico-finanziaria, che trasferisce risorse dai Paesi deboli ai Paesi forti. La pompa, quando sta esaurendo il travaso, per un poco aspira aria, gorgoglia, infine si ferma da sé. Ma se, verso la fine, gli scompensi causati dalla sua azione rischiano di spingere i Paesi più colpiti a uscire dal meccanismo, per prevenire ciò s'interviene mediante acquisti di bonds pubblici via BCE e altri strumenti, affinché il travaso possa continuare.

Questi interventi sono presentati come aiuti al paese, e accompagnati da commissariamenti come "giusta" garanzia in cambio degli aiuti, mentre sono sostegni ai governi in quanto collaborazionisti; e, se pure riducono lo spread sul btp, non aiutano affatto l'economia reale, che viene lasciata sotto tassi d'interesse doppi rispetto alla Germania, e con un 20% di tasse in più, per non parlare d'infrastrutture, burocrazia e costi energetici, proprio allo scopo che si delocalizzi o chiuda, mentre, schiacciate dalle aliquote e dalle presunzioni fiscali, cessano molte decine di migliaia di esercizi commerciali, facendo posto alla grande distribuzione organizzata francese e tedesca.

Gli "aiuti", compresa la campagna di acquisti di bonds triennali deliberata il 06 settembre 2012 dalla BCE e acclamata come coraggiosa e salvifica dai cori della dabbenaggine trasversale, sono una terza ondata di sovvenzioni alle banche private, in meno di un anno, per aiutarle a colmare i grandi buchi nei loro bilanci (sofferenze non dichiarate) e a liberarsi da titoli tossici, ma senza esigere in cambio che smettano la creazione di tali titoli e le pratiche speculative pericolose per la società e nocive per l'economia reale (bolle), e senza esigere che riprendano a erogare credito alle imprese. Si ottiene anche una riduzione dello spread, buona a tirare avanti, a far risparmiare qualche soldo d'interessi sul debito pubblico, a prendersi tempo, a far girare ancora la pompa puntellando l'Eurosistema, ma senza effetti strutturali. Per queste oggettive ragioni, è presumibile che i reali intendimenti della BCE siano ben diversi da quelli dichiarati e comunemente creduti.

Tale valutazione cambierebbe se e quando i predetti acquisti di debito pubblico si estendessero ai titoli decennali e fossero accompagnati dalla separazione tra attività di credito bancario e attività speculativa, dall'imposizione alle banche di erogare credito alle attività produttive a tassi ragionevoli, e dall'imposizione agli Stati di eseguire una vera spending review (non i tagli lineari di Monti), un abbattimento dei costi e dei tempi burocratici nonché della pressione fiscale, e altresì di eseguire investimenti infrastrutturali finanziati con bonds vendibili direttamente alla BCE oppure qualcosa di equivalente – perché senza tutto ciò non si avrà crescita.

Infine, ma soprattutto, per cambiare opinione necessiterei di vedere in opera un meccanismo che riequilibri le bilance commerciali tra i Paesi comunitari, che reindustrializzi l'Italia, che inverta il processo di divergenza tra euroforti ed eurodeboli – cioè che produca integrazione e sviluppo reali e non a parole. Le ragioni per le quali la Bundesbank e molti politici tedeschi si oppongono alla suddetta campagna di acquisti – ossia che la BCE per statuto deve difendere il potere d'acquisto dell'Euro e non può finanziare gli Stati (tanto meno quelli che sprecano, come l'Italia) sono palesemente insincere e smentite dai fatti storici, forse dirette solo all'immaginario popolare dei tedeschi, ai fini di consenso interno.

Basti qui

a) considerare che, per difendere il potere d'acquisto dell'Euro, bisogna innanzitutto difendere l'esistenza dell'Euro;

b) ricordare quanto potere d'acquisto ha perso l'Euro già alla sua nascita e prima che la BCE si mettesse a comperare debiti sovrani;

c) osservare che le banche centrali, per sovvenire alle banche speculative in crisi, hanno creato molta più liquidità di quanto possano fare comprando titoli pubblici;

d) osservare che, visti i danni cagionati dalla speculazione finanziaria in un sistema che costringe i governi a finanziarsi su mercati manipolati, sarebbe razionale provare il sistema alternativo, che in passato ha dato risultati migliori dell'attuale.

Ma su tutto questo ritorneremo ampiamente. Ora vorrei enunciare la mia posizione al riguardo dell'Europa, per prevenire malintesi. L'Europa esiste già, e da molti secoli. Esiste come crogiolo e comunità culturale, sociale, tradizionale, condividente certi tratti di civiltà tipici e distintivi (libertà e diritti individuali, vocazione scientifica, filosofica, artistica ecc.), in netta differenziazione da altre aree del mondo. Sin dalla remota antichità, intellettuali, musicisti, artisti del massimo valore si sono formati e hanno generato le loro opere attingendo da questo grande bacino e soggiornando in varie parti di esso.

Apprezzo molto questa realtà e desidero difenderla. Per fiorire, essa non ha avuto bisogno del genio di una Merkel, del carisma di un Hollande, della scienza di un Monti, della miracolosità dell'Euro. Sussiste indipendentemente dall'UE, dalla BCE, dal MES. Un'integrazione politica, economica, finanziaria tra i Paesi europei può essere utile a tutela dell'Europa di cui parlo, in quanto e a condizione che assecondi e rispetti i predetti valori europei, che non soffochi e livelli la varietà e la pluralità intraeuropee, e che sia fatta in modo funzionale e intelligente, che non crei divisioni e contrapposizioni anziché unione.

Quanto è stato sinora fatto sotto la definizione di "integrazione", oltre a essere disfunzionale in termini economici, è profondamente antieuropeo nell'essenza, perché l'apparato istituzionale e finanziario della Unione Europea e del Sistema Europeo delle Banche Centrali, con la sua vocazione autocratica e alquanti tratti orwelliani, è affine al concetto di potere proprio dell'Asia, sin dall'antichità, e contro la cui espansione a Ovest l'Europa ha sempre lottato, incominciando con la resistenza dei Greci all'impero persiano. Ovviamente, è anche contrario al sogno europeo di Altiero Spinelli e di Robert Schuman, che era federale e non contemplava certo il commissariamento degli Stati, lo scavalcamento dei parlamenti e il governo di tecnocrati irresponsabili operanti nascostamente dietro porte chiuse per interessi antisociali.

Il 23 giugno 2012, in piena crisi bancaria spagnola e dopo un esteso downrating di molte grandi banche mondiali, a seguito di perdite miliardarie, la Banca dei Regolamenti Internazionali, che coordina le banche centrali del mondo, ammonisce che i grandi operatori finanziari (banche e banche-ombra) sono tornati agli azzardi speculativi del 2007, che la bolla finanziaria si è nuovamente gonfiata e che questa volta il rischio sistemico è molto maggiore, poiché gli Stati si sono già pericolosamente indebitati per rifondere (socializzare) le perdite del settore finanziario nella crisi iniziata nel 2008, così che oggi non sarebbero in grado di ripetere i salvataggi.

Quindi, se scoppia un'altra bolla, non ci sarà rete di protezione, questa volta. Salto nel buio. Il mondo sarà stravolto e con esso la nostra vita. Il 5 luglio seguente, il FMI segnala un deterioramento del quadro economico globale, inclusi Paesi trainanti, come India, Cina, Brasile. Draghi annuncia che i conti nel mondo peggiorano e taglia il tasso base dello 0,25%. Le borse reagiscono flettendo. All'inizio di luglio, la BCE si dichiara allarmata sulla tenuta delle banche europee, notoriamente piene di titoli ad alto rischio, nonostante abbia appena finito di riempirle di liquidità pressoché gratis. Moody's abbassa il rating dei buoni italiani sotto la soglia statutaria di acquistabilità da parte di molti investitori istituzionali, rendendone più arduo e costoso il collocamento.

Poi taglia il rating di altri enti pubblici e privati italiani, comprese primarie banche; ora nessuna banca italiana ha un rating A, sicché nessuna è idonea a fornire o a mantenere garanzie internazionalmente accettate. Le PMI sono silurate sotto la linea di galleggiamento. Questo continuo downrating può essere un modo di forzare il governo italiano a vendere urgentemente e a prezzo vile ciò che ha da vendere ai capitali americani che controllano Moody's (ma pure Standard and Poors). Merkel e mercati dimostrano di non credere alla serietà delle riforme di facciata di Monti. La bolla Monti s'incrina pericolosamente, e più all'estero che all'interno.

Nell'estate del 2012, vediamo che l'Italia, con altri Paesi, sta ormai appesa al rating di tre agenzie private, alla speculazione di dieci banche private, alle oscillanti dichiarazioni del presidente della BCE e della Bundesbank – cioè a soggetti privi di mandato democratico, esenti da ogni controllo e responsabilità giuridica e politica, agenti in modo sovrano, al di fuori di qualsiasi regola di certezza del diritto e di trasparenza decisionale. E questa nuova costituzione materiale sovrannazionale è ormai accettata, anzi data per scontata, da tutte le forze politiche e sindacali, le quali delegittimano le forze dissenzienti come estremiste o populiste. Al contempo, coraggiosamente, il dottor Michele Ruggiero, del PM di Trani, conclude le indagini per manipolazione pluriaggravata e continuata dei mercati finanziari e delle merci a carico di dirigenti di Moody's, Standard and Poor's e Fitch, stimando un danno per lo Stato di 120 miliardi.

E sequestra documenti nella sede milanese di Barclays, in relazione allo scandalo Libor. Ma è sostanzialmente isolato nel contesto della magistratura italiana. Per il crimine organizzato questa crisi è stata una splendida opportunità per scalare il potere economico, quindi politico. Roberto Saviano afferma che le mafie hanno approfittato della crisi bancaria mondiale del 2008 per occupare il sistema bancario americano e quello europeo: cita ricerche di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell'Università di Bogotà, che hanno «rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di USA ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie».

Insomma, il sistema finanziario ed economico si sostiene grazie a quei soldi: ecco perché i governi non si possono permettere di colpire realmente il narcotraffico e altre attività tipicamente mafiose, né di regolamentare la finanza speculativa introducendo norme palesemente indispensabili, come la separazione di essa dall'attività di raccolta del risparmio e di prestito: la politica non può ostacolare le fraudolente pratiche finanziarie che vengono usate per riciclare quei soldi. «Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno», ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al Congresso sul crimine organizzato.

New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Tra le banche implicate nel riciclaggio, Saviano menziona Wachovia e HSBC. Se e quando ci sarà una ripresa economica, passerà per prestiti erogati da capitali mafiosi. Paradossalmente, l'agonia dell'Euro, del debito pubblico, dello spread, con tutti i sacrifici, la recessione e le tasse che ad essa conseguono, è voluta e mantenuta dai poteri europei: infatti dipende dalla scelta, inserita nel 1992 nel Trattato di Maastricht e ribadita in quello di Lisbona, col voto anche della Lega Nord, di proibire alla BCE di comperare le emissioni di debito pubblico sul mercato primario, alle aste, cioè da fare da vera banca centrale di emissione, così da impedire alla radice la speculazione.

I Brics, gli USA, il Giappone, hanno banche centrali che fanno le banche centrali; perciò, sebbene gravati da debiti pubblici anche molto più alti dell'Italia, non hanno problemi con la speculazione, perché le loro banche centrali garantiscono l'acquisto. Il debito pubblico non sarebbe un problema per gli Stati, quindi, né una fonte di facile lucro per gli speculatori. Lo diventa se manca una vera banca centrale. È sempre più evidente che la speculazione sui titoli pubblici e il fenomeno dello spread sono stati ricercati dai governi, o attraverso i governi, per creare le condizioni di paura sociale che permettono di comprimere salari, welfare e partecipazione democratica – in linea con la clamorosa dichiarazione di Monti allo Spiegel, ai primi di agosto 2012, secondo cui i governi dovrebbero svincolarsi dagli eccessivi condizionamenti parlamentari.

Preciso che lo spread sui btp, ossia la differenza tra quanto pagano in interesse i btp rispetto al bond, è misurata sul mercato secondario, ossia sui tassi che pagano il btp e il bund se comperati in banca, e non sul mercato primario, alle aste, quello su cui vengono venduti i btp "nuovi". Alle aste, i tassi d'interesse sono, di fatto, sensibilmente minori rispetto al mercato secondario, quindi lo Stato, per rifinanziarsi, paga un tasso inferiore a quello che rende il btp comprato sul mercato secondario, quello su cui operano gli speculatori. Perché mai dietro l'Euro non è stata posta una vera banca centrale ma una pseudo-banca centrale detta BCE? Perché fa gioco agli speculatori finanziari, per ragioni di profitto; agli USA, per ragioni geostrategiche; alla Germania, perché ne trae benefici finanziari, competitivi, egemonici; al capitalismo in generale, perché gli consente di minacciare le nazioni con lo spauracchio dei tassi e del default per costringerle ad abbattere lo stato sociale, i diritti dei lavoratori e dei risparmiatori; a smantellare il ruolo economico del settore pubblico; e in generale ad affidare definitivamente la politica ai banchieri.

Questo dato di fatto sarebbe la prima cosa da dire nell'informazione economica, ma i mass media ne parlano con molta cautela. La debolezza dell'Euro e della BCE, soprattutto, serve agli USA per mantenere il loro immenso potere di acquisto nel mondo, dovuto al signoraggio internazionale del Dollaro, di cui ancora dispongono, ma che rischiano di perdere a cagione dell'eccessivo indebitamento sia interno che estero: al di là della convenienza per Obama di evitare un collasso dell'Euro e le sue ripercussioni sugli USA mentre cerca di farsi rieleggere, «sminuire l'Euro, tenendolo sotto pressione, evitando però di deprezzare troppo il Dollaro è il punto d'equilibrio tra interessi politici e interessi finanziari collegati transnazionalmente alla rete globale di Wall Street e Londra.

Il presidente Obama, nonostante i suoi attacchi verbali alle banche, ne ha favorito la ripresa (venendo infatti ricompensato con donazioni elettorali superiori a qualunque candidato repubblicano), anche attraverso dei quantitative easings che altro non sono che una produzione inflattiva di moneta per ridurre il valore dei debiti e ridare competitività all'export statunitense». La linea della BCE è quanto di meno trasparente e di meno democratico si possa concepire: interviene comperando sul mercato secondario, in deroga al proprio statuto, ogniqualvolta i tassi sui bond di un Paese eurodebole salgono tanto che il Paese colpito potrebbe uscire dall'Eurosistema, ma niente fa per rimediare alle cause strutturali delle impennate dei tassi, né dei crescenti squilibri delle bilance commerciali intracomu nitarie, né del costante peggioramento del pil, dell'occupazione, dell'economia reale, di molti Stati membri.

La popolazione generale, martellata quotidianamente di allarmi finanziari, di prediche, di promesse su spread, interessi, deficit ecc., viene abituata a pensare l'economia principalmente in questi termini finanziari, dimenticando il piano dell'economia reale, che la finanza dovrebbe servire, non dominare. Una difesa sostanziale, la BCE la fa solo in favore delle banche europee, finanziandole a bassi tassi (1%), molto largamente, e senza curarsi che almeno una quota degli oltre 1000 miliardi prestati loro sinora vada a finanziare l'economia reale anziché attività speculative, magari rivolte contro Stati eurodeboli. La BCE sta, insomma, applicando una sorta di keynesismo rovesciato, in favore non dell'economia reale, ma del settore speculativo, dei padroni delle banche, i quali, come documentatamente vedremo nella prima parte di questo libro, mediante speculazioni temerarie e acquisizioni fraudolente, depauperano a proprio profitto le banche stesse e lasciano al settore pubblico l'onere di risanarle mediante continua creazione monetaria, col pretesto, o ricatto, che se non le si risana, l'incendio si propaga a tutta la società. Nessuna meraviglia, quindi, che oggi si stiano riproducendo le condizioni della crisi bancaria del 2008: i flussi in entrata nelle banche, cioè la raccolta, non coprono i flussi in uscita, cioè quanto i banchieri estraggono dai loro patrimoni con speculazioni azzardate e fraudolente, ma anche comprando 10 ciò che vale 2, in modo che qualcuno intaschi 8; e questo disavanzo viene coperto dalla BCE o dai governi nazionali.

Se la BCE continuasse a farlo oltre l'emergenza, senza intervenire sulle cause e senza perseguire gli illeciti, allora la sua dirigenza si renderebbe complice di quegli illeciti, anche se, grazie allo statuto di ente sovrano accordato alla BCE, essa non è penalmente né civilmente responsabile di ciò che fa. Pare proprio che l'obiettivo della BCE sia di trattenere le rane nella casseruola finché non siano cotte, dispensando loro una boccata di ossigeno e generose rassicurazioni quando si sentono scottare e pensano di saltar fuori, come è avvenuto ad esempio il 26 luglio 2012, allorché nella mattinata lo spread btp/bund è schizzato oltre 530 p.b., e Draghi ha reagito dichiarando che uscire dall'Eurosistema è impensabile, che recentemente si sono fatti molti passi avanti, e che la BCE farà tutto ciò che occorre per impedirlo – al che lo spread è presto sceso a 470 p.b., e la borsa italiana ha recuperato il 5,3%, mentre l'Euro è risalito a 1,23 sul Dollaro. Una settimana dopo, Draghi fa affermazioni sempre poco chiare, ma che vengono lette come un passo indietro rispetto alla precedenti, e le borse crollano, lo spread vola, l'Euro si piega.

Il giorno dopo, rimbalzo. Siamo al punto che l'equilibrio finanziario dell'Italia, della Spagna e di altri Paesi si regge sulle iniziative di un direttorio non eletto della BCE e dalla loro disponibilità a comperare o no buoni del tesoro – quindi ad agire in base alla loro discrezione e non in base a norme di legge precise, certe, trasparenti che impongano loro d'impedire il tracollo finanziario delle nazioni, alla faccia del principio di legalità e di certezza del diritto, oltre che di rappresentanza popolare. Inoltre, quel direttorio è espressione proprio del mondo della finanza e delle banche private che generano le crisi e che sono artefici e beneficiarie sia dell'attività speculativa che dei salvataggi con denari pubblici.

Pare, insomma, che si voglia tenere i Paesi eurodeboli in un meccanismo che aggrava i loro problemi e svuota le loro economie reali, ma al contempo li mantiene artificialmente in vita con una fleboclisi monetaria, aumentando la loro dipendenza da organismi autocratici giuridicamente irresponsabili e di tipo bancario, come la BCE e il nascente MES, Meccanismo Europeo di Stabilità. Da simili fatti traspare un disegno superiore, oligarchico, dirigistico, che non viene dichiarato, ma viene portato avanti senza interesse per le condizioni di vita delle nazioni, bensì con interesse centrato sul piano finanziario: espressione del fatto che, per l'odierna strutturazione del potere reale, l'economia della produzione e dei consumi, e quindi gli stessi popoli, che di quell'economia costituiscono gli attori, sono divenuti superflui – ed è questa la vera rivoluzione che introduce il nuovo millennio, alla cui analisi ho dedicato il saggio Oligarchia per popoli superflui.

Superflui, perché il potere politico-economico, nel mondo, non è più una scacchiera di potentati, di cui ciascuno è in competizione con gli altri e forte della sua popolazione (lavoratori, contribuenti, combattenti, coloni) – e tanto più forte quanto più questa è numerosa – ma si è centralizzato, concentrato, quindi non ha più bisogno di mantenere popoli numerosi, onde si potrà avviare a soluzione il problema ecologico e demografico. Ma anche perché, con la globalizzazione e la libera circolazione di merci e capitali, non abbiamo più la coincidenza, sul medesimo territorio, di governanti, produttori e consumatori – coincidenza e reciproca dipendenza che generavano interdipendenza e inducevano capitalisti e governanti a concordare un equilibrio coi lavoratori sui diritti e sui redditi, non potendoli liberamente ricattare con la minaccia della delocalizzazione.

Intanto, dalla denuncia di un economista del FMI, salta fuori che il FMI già da tempo sapeva che il grave dissesto era imminente, ma deliberatamente lo nascose, peggiorando così le cose. Del resto, è da tempo che si sa, anche se si tace al popolo, che i mercati non sono affatto maestri e misuratori di virtù economiche e finanziarie, ma che sono una roulette truccata dai croupiers: «I mercati sono una parola che non ha veramente senso perché dopo 30 anni di fusioni e acquisizioni, l'OCSE ha potuto osservare che ci sono 10 attori che controllano oltre il 90% dei mercato dei derivati (credit default swaps, collateral debt obligations, exchange rate swaps), cioè: . Morgan Stanley, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Barclays . Deutsche Bank, UBS, Credit Suisse, Societé Gènerale, BNP-Paribas. Si dice mercato ma si scrive oligopolio, cioè un sistema dove i piccoli azionisti sono carne da cannone e i governi sono dei pesi welter rispetto ai pesi massimi citati.

Queste sono le entità che fanno il cosiddetto mercato e spezzano le reputazioni finanziarie, senza troppo curarsi dei fondamentali, avvalendosi anche di sofisticate tecniche di scambio come l'high frequency trading (scambio automatizzato ad alta velocità). Le prestazioni dei vari attori privati e pubblici in questo sistema vengono valutate fra tre [rectius, da quattro; N.d.A.] agenzie di rating di cui tre internazionali e una nazionale: . Moody's, Standard and Poor's (americane), Fitch (anglofrancese); . e la cinese Dagong. È piuttosto difficile immaginare che fra questi 10 attori finanziari e le tre agenzie non vi siano significativi intrecci d'interessi che non possono essere né neutri, né trasparenti». È chiaro che nessuna autorità ha o vuole attuare misure efficaci di risanamento.

I festeggiamenti di ogni nuovo accordo salvifico da parte di BCE, FED, Ecofin, governi vari, sono seguiti dopo uno o due giorni da nuovi tonfi e nuove spaccature. Sta così montando una catastrofe, il temuto squagliamento della rete bancaria globale, per un valore dell'ordine di milioni di miliardi di Dollari, gigantesca, quindi, rispetto ai problemi interni dell'Euro e dei debiti pubblici, che sono dell'ordine di migliaia o decine di migliaia di miliardi: solo qualche millesimo del problema vero. Poiché nel frattempo nessuna regola è stata introdotta per isolare la finanza speculativa dal banking di credito risparmio, i tentativi di costituire organismi di stabilizzazione finanziaria e firewalls protettivi in ambito europeo con dotazioni di qualche centinaio di miliardi, paiono, nel confronto col suddetto ordine di grandezza di migliaia di volte maggiore, una mera pagliacciata, con supercancellieri e supertecnici che bisticciano e cincischiano su di esse, forse solo per distrarre la gente, forse anche per ingannare se stessi, mentre l'immane ombra dell'onda anomala s'innalza sul mondo e lo sovrasta.

Di tutte le misure in pubblica discussione ad oggi, neanche la più audace è lontanamente idonea a fronteggiare questa emergenza, o questa imminenza. Al più, possono tirare avanti consumando il risparmio della gente con tasse e svalutazione. Il quesito effettivo, perciò, credo sia: dietro le dichiarazioni per l'opinione pubblica, qual è l'interesse e l'intenzione di chi ha potere, rispetto alla crisi in corso e a quella che si profila? Invero, una politica per prevenire o reagire alla catastrofe bancaria, capace di sconvolgere violentemente la vita e gli ordinamenti delle nazioni, manca completamente, oppure vi è, ma è tenuta segreta – il qual caso è ancor più fosco e inquietante.

Si indica, quale unico rimedio qualitativamente capace di far fronte alla situazione, un intervento delle banche centrali, che garantisca l'acquisto dei debiti pubblici e privati che altrimenti salterebbero. Ma dove prendono il controvalore necessario per tali campagne di acquisti, queste banche centrali, dato che esse non producono alcun valore in proprio e che non raccolgono nemmeno tasse? Ed entro che limiti il controvalore può far fronte in quel modo? È possibile che il mondo, o l'Occidente, mentre complessivamente la produzione cala e i debiti aumentano, affidi la propria sopravvivenza ad alcune banche centrali che comperano i titoli balordi che le altre banche e molti governi continuano a sfornare? E ancora: visto il reiterato flop dell'intero strumentario anticrisi finora impiegato dalla scienza economica "ufficiale", ci si deve, oramai, preparare al peggio e, soprattutto, per l'indomani del peggio, cioè pensare a strumenti per la ricostruzione? L'informazione ufficiale attenua molto i dati della realtà, tende a rassicurare diffondendo il messaggio che si possa uscire dalla crisi con strumenti normali e con oboli ragionevoli, transitori, anzi moralmente giusti, in un certo senso.

Tali messaggi hanno successo, generalmente, perché l'uomo è incline a credere a ciò che gli piace, perché "essere positivo", per quasi tutti, significa prospettare, come attuabili, soluzioni che consentano un rapido ritorno, con piccoli sacrifici materiali e minimi sforzi mentali, alla sicurezza, al benessere e alle concezioni abituali – ossia, alla propria comfort zone. Per qualcun altro sei positivo anche quando preannunci imminenti salti magico-quantistici che risolvano i problemi, oppure l'intervento di esseri divini. Simile all'essere positivo è l'essere moderato: sei moderato quando ciò che dici non mette in dubbio le convinzioni di fondo condivise e lasci le persone nella sicurezza del conformismo, quando dici che basta introdurre alcuni aggiustamenti e comportarsi più seriamente e tutto andrà a posto, col tempo. Altra chiave di successo è l'offrire poche e chiare idee che appaiano come rivelazioni miracolose, capaci di spiegare tutti i problemi e di indicare la soluzione dei mali del mondo in un'unica formula, e magari costruirci intorno un movimento militante o para-religioso. Questo libro non è scritto per i bisogni psicologici delle suddette categorie di persone. Anzi, va esattamente in senso opposto. Dalla macchina della catastrofe non ci si libera senza una conversione spinta sino al fondo delle cose.

Si rileva da sinistra, dalla sinistra vera, che la crisi in corso non è una crisi di scarsità, perché al contrario abbiamo sovrapproduzione, né della finanza, tanto meno della finanza pubblica; bensì è la crisi d'insostenibilità, per effetto di contraddizione interna, dialettica, del modello capitalista come tale, nel senso che il padrone del capitale, della finanza, vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, ossia, da un lato, pagare sempre meno i lavoratori, anzi investire i suoi soldi nella speculazione finanziaria perché questa rende più dell'economia reale; e, dall'altro lato, riuscire a vendere loro sempre più prodotti (anche finanziari) e servizi – il che è ovviamente impossibile, perché la gente non può comperare per una cifra superiore al suo reddito. Invero, negli ultimi decenni, il capitalista ha ottenuto di massimizzare il profitto tagliando i costi, compresi gli investimenti, i salari, i posti di lavoro, le tasse per i servizi pubblici, e spostando i suoi investimenti dall'economia reale a quella più pericolosamente speculativa.

Così ha prodotto un calo dei redditi, che comportava un calo della domanda aggregata – quindi l'invendibilità di parte della produzione, e conseguentemente la deflazione – e una crescita del debito. A questo inconveniente il capitalismo ha ovviato in due modi:

a) puntando sull'esportazione (cioè a vendere altrove), attraverso la concorrenza sui prezzi, l'ulteriore taglio dei salari, la delocalizzazione aziendale, il WTO e la liberalizzazione degli scambi (se i miei lavoratori non riescono a comperare ciò che faccio loro produrre, perché non li pago abbastanza, allora venderò la mia produzione all'estero);

b) prestando soldi ai consumatori (mutui per la casa a tutti e al 120% del valore di mercato, finanziamenti al consumo, carte di credito), così che questi prestiti, aggiungendosi ai redditi da lavoro, sostenessero la domanda aggregata e consentissero l'assorbimento della produzione.

Queste due vie hanno fruttato enormi profitti inizialmente, ma hanno anche cacciato il mondo in una crisi senza precedenti. Infatti, la prima via ha portato alla recessione o stagnazione di molte economie, fino al punto che la domanda aggregata mondiale assorbiva sempre meno le loro produzioni: oggi nel mondo esporta bene chi eccelle nelle tecnologie, come la Germania, oppure nello sfruttamento senza limiti del lavoratore e dell'ambiente, come la Cina.

La seconda via, invece, ha dato origine, soprattutto coi mutui subprime, alle bolle finanziarie, alla creazione di volumi virtualmente illimitati di valori cartacei privi di supporto reale (l'industria della creazione del denaro dal denaro stesso, senza passare per il lavoro), e al dissesto del sistema bancario e delle finanze pubbliche, nonché dell'Eurosistema. Da questi due apparenti insuccessi, il capitalismo ha lucrato importanti vantaggi strategici, sia in termini di profitti industriali, che in termini di profitti speculativi, che in termini di tagli dei diritti dei lavoratori, delle facoltà di partecipazione democratica, di potere politico sulle istituzioni pubbliche, con l'imposizione di suoi fiduciari, come sappiamo, nelle cariche governative, nonché delle sue ricette economico-finanziarie, fortemente recessive.

Questa analisi di sinistra, che riprenderò e svilupperò nel resto del libro, ovviamente spiazza le frottole dei mass media e delle istituzioni, ed è congrua alla realtà; ma rimane alla superficie di questa, in quanto recepisce, senza indagarle logicamente, giuridicamente ed economicamente, alcune "cose" di base, che, se sottoposte a critica, schiudono prospettive molto diverse: segnatamente la natura ultima della moneta, i suoi effetti, nonché la crescente informatizzazione e automazione del trading finanziario cibernetico. Posto che il capitalismo è la tendenza interessata del capitalista, ossia del proprietario dei mezzi monetari (finanziari), a regolare il rapporto con i lavoratori, con gli imprenditori e con i proprietari dei fattori di produzione non monetari (proprietari degli immobili, della tecnologia, delle materie prime) in modo tale che quanto più possibile del reddito vada al capitale, e quanto meno possibile agli altri soggetti – ciò posto, il senso della crisi del capitalismo, come crisi d'insostenibilità sistemica, si capisce realmente solo se si scopre ciò che è il capitale, la finanza, la moneta, in un sistema di fiat currency e di moneta-debito, al di là dei concetti "ricevuti".

La deriva del capitalismo che pretende di fare soldi attraverso i soldi e senza il lavoro reale, parimenti, non è comprensibile senza lumeggiare il rapporto tra credito e mezzi monetari. Il divenire dei sistemi economici e della società, anche su scala globale, è primariamente racchiuso nel genoma della moneta, nel tipo di moneta che essi adottano, o che si fa loro adottare. Gli ordinamenti monetari, nazionali e internazionali, e le loro esplosioni, scrivono la storia dell'uomo, la fortuna e il declino dei popoli, talvolta le loro guerre e, di regola, le loro gerarchie. Prima ancora delle variabili e delle variazioni quantitative della moneta – quanta ve ne è nel mercato e a che prezzo e condizioni – e dei loro effetti sull'economia, nonché degli interventi su queste variabili, esistono variabili e variazioni qualitative delle monete. E possibilità d'intervenire anche su di esse, sulle proprietà delle monete, ad esempio per superare una depressione, e non soltanto su quanta moneta immettere, per quali vie, in quali modi.

Voler agire solo sulle variabili quantitative, per uscire da una crisi, è come pretendere di formulare una dieta in cui si stabilisce solo quanto e quando il paziente deve mangiare, e non che cosa: quanti grassi, quanti zuccheri, quanti carboidrati, quante proteine, quante vitamine, quanti sali.... Oggi il tema è che cosa si possa fare per uscire dalla recessione. Si parla di ricette monetariste contrapposte a quelle keynesiane, si parla di tagliare la spesa pubblica e le tasse per dar fiato ai consumi e agli investimenti privati, oppure di fare spesa pubblica a deficit con grandi progetti di lungo termine, per rilanciare la produzione e l'intrapresa. Si parla, cioè, di opzioni riguardanti il trasferire risorse monetarie, i tassi di interesse, le agevolazioni ecc. Al più, si parla di creare risorse monetarie aggiuntive (come si farebbe con gli eurobond). Non si parla, per contro, delle opzioni circa quali tipi di moneta usare né dei loro "genomi", né delle "malattie" genetiche delle monete stesse.

A quelle opzioni, a quelle malattie e alla loro cura, è dedicata la seconda parte di questo saggio. La prima parte tratta della finanza distruttiva e della insostenibilità dell'Eurosistema. La terza, dei possibili esiti, più o meno apocalittici, della crisi in atto. Invero, esistono differenti tipi di moneta possibili, con differenti funzionamenti, differenti possibili tipi di banche centrali e di banche di emissione (ovviamente, dicendo "tipo di moneta" non intendo semplicemente le banconote o i saldi attivi dei depositi bancari e simili, ma intendo sistemi monetari, ossia i meccanismi di generazione, cessione, prestito, cambio, contabilizzazione, delle monete). Questa presa di coscienza è fondamentale. A ogni tipo di moneta corrispondono specifiche conseguenze strutturanti per la società e per l'economia, che inizialmente sono sovente impercettibili, quindi non vengono considerate, non vengono capite; ma poi si amplificano e si fanno sentire nel tempo, fino a produrre distorsioni e crisi di insostenibilità, fratture di sistema, a livello nazionale, internazionale e globale – perché anche il mondo, nel suo complesso, adotta monete globali, come ora il Dollaro, e prima del 1929 la Sterlina. Il Dollaro è, al contempo, moneta nazionale USA e moneta globale – il che produce specifici vantaggi e specifici squilibri, come è noto.

Conferire al Dollaro questa anfibolica funzione fu la scelta di fondo di Bretton Woods. Si tratta, quindi, di andare a guardare dentro la moneta, nel suo "genoma", nel potenziale di questo. Tale indagine riserva scoperte su meccanismi che stanno a monte delle teorie monetarie che oggi, e da diversi decenni ormai, si scontrano sul campo teorico e sul campo applicativo: ossia quella neoclassica, neomonetarista e neoliberista, di prospettiva microeconomica (cioè di economia aziendale), rappresentata e applicata dalle istituzioni dominanti (FMI, US Treasury, BCE, UE, Merkel, Governo Monti) sin dai primi anni Settanta circa; e quella di matrice keynesiana, tipica del secondo dopoguerra, che ad essa cerca di opporsi, in una prospettiva qualitativamente diversa, cioè macroeconomica. Ma quell'indagine può anche approdare alla comprensione che un unico tipo di moneta nel medesimo territorio non sia un'opzione obbligata né razionale, e che sia opportuno introdurre più tipi di moneta paralleli, coesistenti con la moneta legale: le monete private, locali, complementari... e le unità di conto nei circuiti di compensazione.

L'effetto pratico dell'adozione della prima teoria, quella neoclassica, si traduce in cose come la deregulation delle banche e della finanza, la finanziarizzazione dell'economia reale e del debito pubblico, la competizione globale, la compressione competitiva dei salari, il taglio della spesa pubblica e le maggiori tasse per far quadrare i conti, azzerare il deficit, ridurre il debito pubblico, come asserita condizione per la ripresa economica (prima il rigore, poi lo sviluppo), anche a costo di aggravare la recessione in atto, in linea con gli assunti che seguono:

- che il mercato si auto-regoli raggiungendo equilibri omeostatici (detti walrasiani) tra domanda e offerta, ed esca da sé dalle crisi, che sia quindi, come si suol dire, efficiente (la c.d. mano invisibile);

- che quindi, in un libero mercato non si diano bolle speculative né disoccupazione involontaria;

- che il mercato tenda, se lo Stato non interferisce, a divenire libero, concorrenziale e trasparente, realizzando la distribuzione ottimale delle risorse e del reddito, massimizzando la produzione e i redditi, ancor più se si abbattono le barriere doganali così da creare un unico, libero, competitivo mercato globale;

- che pertanto il mercato sia massimamente efficiente se massimamente liberalizzato (onde le prescrizioni di liberalizzare tutti i comparti: laissezfaire);

- che la quantità di liquidità disponibile per l'economia non abbia influenza sull'andamento di questa;

- che nessun denaro speso dal settore pubblico possa aumentare la produzione totale ma sia sottratto agli investimenti privati e produttivi;

- che quindi il ruolo del settore bancario-creditizio, per la macroeconomia, sia modesto e consista essenzialmente nella intermediazione del credito e non nella creazione del money supply;

- che il denaro abbia un costo di produzione che ne limita oggettivamente la disponibilità, sicché deve essere risparmiato e accumulato prima di poter essere disponibile per investimenti (c.d. paradigma della scarsità);

- che l'immissione di denaro aggiuntivo provochi inflazione, non crescita (non impiego di fattori di produzione latenti);

- che quindi si risolva in una sorta di tassazione surrettizia (perché abbassa il potere d'acquisto dei redditi);

- che il limite alla produzione e agli investimenti siano i salari reali, in quanto sono un costo per l'imprenditore;

- che la flessibilità del lavoro (riducibilità dei salari e dei diritti) sia sufficiente per assicurare la piena occupazione di chi non sceglie di restare inoccupato;

- che non si debbano porre limitazioni e direttive agli incentivi, alle remunerazioni dei managers, perché il mercato deve esser lasciato libero di quantificarle (anche quando i bonus vanno a premiare gestioni temerarie e dannose per la società nel suo complesso);

- che la strategia monetaria vada affidata a una banca centrale di emissione indipendente dagli organi politici, la quale immetterà annualmente nel mercato moneta aggiuntiva in proporzione all'aumento del pil, oppure – dopo il fallimento di questo criterio – regolerà il tasso-base in modo tale da rispettare un tasso d'inflazione programmato (inflation targeting), come prescrive lo statuto della BCE;

- che per rilanciare l'economia bisogna tagliare spesa pubblica e tasse e abbassare il costo del denaro e del lavoro.

La scelta in favore di questa teoria imperniata sulla fiducia nell'efficienza dei mercati e, conseguentemente, nella globalizzazione, è stata l'ultima grande scelta della politica; dopo questa scelta, a decidere sono i "mercati", anche sugli indirizzi politici e sui governi, e la "democrazia" è divenuta marginale. Di fatto, però, questa scelta non ha trattenuto i soggetti finanziari che l'hanno fatta e imposta dal richiedere e ottenere, in violazione delle regole di libero e trasparente mercato, quindi in aperta contraddizione con la teoria propugnata, un massiccio intervento statale a loro sostegno. Un intervento consistito in una serie di salvataggi, di bailouts, e che ha scaricato sulla collettività le loro perdite, al prezzo di una forte pressione fiscale e di un forte indebitamento pubblico.

Strumenti di questo intervento sono, eminentemente, le banche centrali, che spesso agiscono sottobanco, come dettagliatamente vedremo, congiuntamente allo Stato, che diviene assuntore di rischio di ultima istanza. Lo diventa perché certe banche e assicuratrici sono tanto grandi, che il loro fallimento – si stima – produrrebbe danni insopportabili.

Ecco dunque un principio, che però non viene seguito: le banche continuano a fondersi e acquisirsi e parteciparsi tra loro. Così facendo, possono permettersi di assumere rischi molto maggiori, perché potranno contare sull'intervento pubblico qualora le cose andassero male a cagione dei loro azzardi. L'effetto pratico dell'adozione della seconda teoria, della teoria keynesiana, si è visto nel New Deal degli anni Trenta e nell'espansione economica e sociale nel secondo dopoguerra.

I suoi assunti di base e i principii, che in parte riprenderemo, sono:

- che l'andamento dell'economia, il livello dei salari e il livello dell'occupazione, dipendano dal livello della domanda aggregata (consumi + investimenti + spesa pubblica + esportazioni – importazioni);

- che cioè i redditi dei soggetti del mercato non siano tra loro indipendenti, perché il reddito di ciascuno deriva da quanto gli altri spendono (in consumi e investimenti) oppure risparmiano; e la propensione al risparmio o alla spesa è guidata da fattori psicologici;

- che pertanto se la gente o lo Stato si mettono a risparmiare perché paventano una crisi, la crisi avverrà per effetto di questo stesso risparmiare; mentre se, ispirati da aspettative rosee, si mettono a spendere, l'economia si espanderà, perché la spesa alimenta i redditi, e i redditi a loro volta alimentano la spesa: effetto moltiplicatore;

- che il mercato non si comporti secondo leggi naturalistiche, meccaniche, oggettivamente tendenti a un equilibrio, ma secondo fattori umani, psicologici, in parte emotivi e irrazionali, e che quindi non sia prevedibile secondo un modello meccanico-naturalistico;

- che esso non si regoli da sé, non raggiunga e non mantenga equilibri, produca violente oscillazioni implicanti seri danni per la società;

- che non sia in grado di uscire dalla recessione o depressione da solo; la recessione raggiunge un livello di equilibrio di sottooccupazione, si ferma su di esso, e l'economia riparte soltanto se sopravviene uno stimolo, come una guerra, oppure, molto lentamente, per effetto dell'usura e dell'obsolescenza degli impianti, degli edifici, delle infrastrutture e della necessità di rimpiazzarli; . che le manovre monetarie, come il ribasso dei tassi e il credito facile alle banche, siano efficaci solo finché il mercato rimane vicino alla piena occupazione dei fattori produttivi, ma siano inefficaci nelle crisi profonde;

- che lo Stato, per rianimare l'economia, debba fare investimenti di lungo periodo, soprattutto infrastrutturali, anche a deficit, i quali immettano moneta nel sistema, aumentino il reddito spendibile, creino aspettative di crescita, invoglino la gente a consumare e il capitale privato a ritornare a intraprendere;

- che quindi primaria per la crescita è l'offerta di moneta, non la flessibilità del lavoro, cioè dei salari e dei diritti dei dipendenti e para-dipendenti;

- che perciò l'austerità, il risparmio e la tesaurizzazione siano un fattore recessivo e impediscano l'uscita dalla depressione;

- che, se l'economia flette per insufficiente domanda effettiva, bisogna dar mezzi alla domanda;

- che se s'interviene riducendo salari e diritti, anziché con un investimento diretto e mirato dello Stato, allora la diminuzione del salario reale apporterà non un aumento degli investimenti e della occupazione, ma un aumento dei profitti e delle rendite (incluse le rendite della classe politica, prelevate dalle tasse e dal loro uso), con uno spostamento di questi redditi verso la speculazione finanziaria;

- che si debbano tassare le operazioni speculative, soprattutto di breve termine, perché sfruttano e alimentano il trend recessivo e il clima di incertezza e pessimismo;

- che, come condizione di sostenibilità finanziaria, si dovrà curare non di azzerare o limitare il deficit di bilancio, ma che il tasso di sviluppo resti superiore al costo del denaro;

- che la strategia monetaria vada affidata a organi politicamente responsabili e rappresentativi della società nel suo complesso, e non del solo mondo finanziario.

 

Marco Della LunaTorna su Torna suDisponi gli articoli a grigliaDisponi gli articoli a lista

Marco Della Luna

Marco Della Luna, avvocato, esercita da anni la professione forense. Laureato in psicologia a Padova è inoltre studioso di strumenti psicologici, economici e giuridici di dominazione sociale.

Collabora con riviste come Tema, Il Consapevole, Nexus, Il Popolo, per cui ha scritto numerosi articoli, quali Magia ingegneristica; La Casta dei Pupi e le Banche dei Pupari; Debunking: fini, presupposti, metodi.

Autore di numerosi libri tra cui: Il Codice di Mâya, Euroschiavi, Le Chiavi del Potere, Polli da Spennare, Basta con questa Italia.

 

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