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Le Verdure Dimenticate - Libro

Conoscere e cucinare ortaggi antichi, insoliti e curiosi

Morello Pecchioli



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Modificato il 22 Novembre 2016 - Il volume, che ha come titolo Le Verdure Dimenticate - Libro, realizzato da Morello Pecchioli, ha come tema Alimentazione e cucina e più dettagliatamente nella sottocategoria Ricette per la salute. Dato alle stampe dalla casa editrice Gribaudo Edizioni e distribuito in data Settembre 2016 , si trova in stato di "Disponibilità: Immediata". Il prezzo attuale è di € 12,67.

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"L'uomo è ciò che mangia."

Splendide illustrazioni, ispirate a quelle degli antichi erbari, aiutano a riconoscere le insolite verdure. Questo libro presenta una selezione di ortaggi antichi e spesso dimenticati che, fortunatamente, non sono introvabili: sono in vendita nei mercatini a km 0, possono essere acquistati direttamente sul luogo di produzione; in alcuni casi crescono spontaneamente in orti e prati.

Più di 80 ricette con ortaggi "minori" ed erbe che meritano di trovare posto sulla nostra tavola per la ricchezza di sapori che sono in grado di donare.

Patissone, rutabaga o navone o rapa svedese, zucca centenaria, barba di becco... Per ogni ortaggio il libro fornisce indicazioni sul territorio di origine, sulla storia, sulle caratteristiche, sulle proprietà nutrizionali sugli usi in cucina, oltre a qualche ricetta per provare subito questi ingredienti: carpaccio di ramolaccio nero, insalata di pomodori e baccelli di pisello asparago, tuberine saltate in padella, linguine con barba di frate e ricotta, ravanelli e pompelmo fritti...

Il passato, fonte di benessere

L'uomo frantumato e le verdure dimenticate

I nomi scientifici delle verdure

LE VERDURE DIMENTICATE

  • Aglio orsino
  • Aneto
  • Angelica
  • Asparago selvatico
  • Barba di becco
  • Barba di frate
  • Borragine 
  • Broccoletto di Custoza
  • Buon Enrico o spinacio selvatico 
  • Carciofo spinoso
  • Cardo gobbo 
  • Cavolo rapa 
  • Cerfoglio
  • Cetriolo limone 
  • Dragoncello
  • Erba amara
  • Fagiolino metro o fagiolo asparago
  • Lapazio o romice
  • Melanzana bianca
  • Pastinaca
  • Patissone o zucchina patissone 
  • Pisello asparago 
  • Pomodoro da serbo
  • Portulaca
  • Radice amara
  • Ramolaccio invernale nero 
  • Ravanello pompelmo 
  • Rutabaga o navone o rapa svedese
  • Scorzonera
  • Sedano rapa
  • Silene 
  • Talli d'aglio
  • Tarassaco o dente di leone
  • Tetragonia o spinacio della Nuova Zelanda
  • Topinambur
  • Tuberina
  • Zucca centenaria
EditoreGribaudo Edizioni
Data pubblicazioneSettembre 2016
FormatoLibro - Pag 200 - 15 x 20 cm
Lo trovi in#Ricette per la salute

L'uomo frantumato e le verdure dimenticate

Der Mann ist was man isst. Non è uno scioglilingua tedesco, ma la tesi materialista del filosofo Ludwig Feuerbach: «l'uomo è ciò che mangia».

Se la accettiamo per vera dobbiamo dedurre che l'uomo sta perdendo pezzi del suo essere e del poter essere per strada. Si sta letteralmente frantumando, secondo uno studio presentato dalla Coldiretti che rivela come negli ultimi cent'anni, in Italia, sia sparito il 75% di varietà di frutta ed è andato perduto il 95% di varietà di grano. Numeri terribili. Apocalittici.

Non solo frutta, non solo cereali. E non solo varietà animali. Sono sparite o sono state dimenticate anche molte verdure. Non perché non siano buone o non siano più appetibili o stuzzicanti o difficili da cucinare o, ancora, perché siano state riconosciute pericolose per la salute. Anzi, tutto al contrario. Sono gustose, appetitose, fanno molto bene al corpo e hanno alle spalle secoli di metodi di preparazione culinaria, biblioteche di volumi e trattati botanici, antologie di ricette. Come si spiega, allora, che molte erbe di campo o di bosco, molti ortaggi, radici, carpi, siano diventati introvabili o quasi?

È che abbiamo disimparato a conoscerli. Stiamo diventando analfabeti del cibo. Ci stiamo dimenticando di molte verdure che una volta erano pane quotidiano sulle mense e oggi sono delle illustri sconosciute. Perché?

I motivi sono parecchi. Quasi un ritornello: non siamo più povera gente e quindi disprezziamo i cibi umili, i ritmi del vivere moderno uccidono la biodiversità, le donne stanno poco (e malvolentieri) in cucina e così via. Motivi che hanno facilitato il gioco delle multinazionali, della GDO, la potente grande distribuzione organizzata, della commercializzazione in genere che privilegia la quantità e la standardizzazione dell'offerta, a cui conviene indirizzare le scelte dei consumatori, puntare sull'omologazione industriale, livellare i comportamenti di spesa.

Carlo Ferrini, il profeta di Slow Food, scrive nel suo libro Cibo e libertà: «viviamo una dimensione schizofrenica in cui il mondo contadino e l'uso della terra, i due elementi fondamentali per fornire nutrimento agli uomini, sono alle prese con sistema in cui il cibo ha perso i suoi molteplici e complessi valori, per diventare una commodity che ha senso solo in funzione del suo prezzo». Ma Ferrini è ottimista ed è sicuro che ognuno darà il suo contributo: «il cibo, attraverso la gastronomia, torni ad essere il nostro cibo a tutti gli effetti. Il cibo è libertà».

Questo libro non è orientato verso la nostalgia, figlia di un passato che non può tornare, ma è rivolto alla speranza di scarcerare dalla prigione del dimenticatoio ortaggi ed erbe che vi sono chiusi dentro o che rischiano di finirvi incarcerati. S'illude anche, incuriosendo il lettore, di aiutarlo nelle scelte o, perlomeno, di fargli vincere la pigrizia della spesa.

Il libro vuol essere, anche, un ringraziamento a tutti i coltivatori, agli appassionati orticoltori, ai giovani agricoltori innamorati del loro mestiere che, come Noè salvò gli animali dal diluvio, salvano la biodiversità vegetale dalla calamità dell'omologazione dell'agricoltura intensiva, dall'ignoranza del facile profitto. Salvare le varietà delle verdure italiane significa recuperare cultura, poesia e il piacere del gusto. Per questo, accanto alla storia, ai miti, alle tradizioni che esprimono l'anima delle varie erbe e ortaggi qui trattati, ho suggerito alcune ricette (ma ce ne sono migliaia d'altre) che prendono in considerazione il loro corpo, e di conseguenza il nostro.

Perché non basta salvare. Per non dimenticare occorre anche creare.

Corrado Barberis, nel libro Gastronomia e società (1984) scriveva: «È del tutto patetica l'intuizione che abbina il buon cibo ad un passato in cui si cercano di cogliere gli ultimi bagliori». E profetizzava: «La parola "salvare" conta poco se non si prevede la capacità di offrire un prodotto costante ed eccellente. E' una regola di mercato. Bisogna insistere sullo sviluppo di una cultura gastronomica, separandola da quella alimentare, separare l'agricoltura rivolta a procurare alimentazione a buon mercato, da quella destinata alle gioie della tavola, a quella onesta voluttà che fu tanto cara agli umanisti del rinascimento».

Morello Pecchioli è giornalista professionista. È stato caposervizio del giornale "L'Arena", responsabile della redazione di Villafranca e delle pagine speciali "Gusto", "Turismo", "Week End",... Leggi di più...


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