Si può essere ammalati di agorafobia e non saperlo. Si può soffrire di attacchi di panico e neppure sospettare che si tratti di questo. Tutto comincia con quella strana angoscia che ti prende all’idea di trovarti da solo in un ambiente estraneo.
Oppure comincia con un senso di estraneità e confusione accompagnato da un senso di presagio come se qualcosa di grave stesse per avvenire: può succedere fermi a un semaforo, guidando l’automobile come ogni giorno... Può accadere ed accade che per la paura del disagio si decida di evitare di prendere l’auto o di uscire non accompagnati, ecco è qui che comincia la malattia: in una serie di comportamenti evitati senza l’esistenza di un pericolo reale. Capire questo, significa guarire. Smettere di evitare significa guarire.
L’autore è uscito da questa spirale dopo 40 anni di malattia grazie ai recenti orientamenti della psicologia in fatto di terapie comportamentali.
Con saggi scientifici dello psicologo Fabrizio Tabiani e dello psichiatra Paolo Cottura.
Far sempre la stessa strada alla stessa ora.
Far sempre il giro degli stessi negozi, tutti i sabati, accompagnando tua moglie.
Far sempre gli stessi percorsi mentali dal mattino alla sera tutti i giorni,
per poter analizzare e indurre ogni situazione sotto controllo.
Evitare. Questo il lavoro più grosso.
Evitare ogni situazione a rischio, ma non solo,
ogni atto che ti può portare indirettamente ad una situazione a rischio.
È un no continuo che cerchi di giustificare a te e agli altri,
che cerchi oltretutto di non dover dire per evitare lo scontro, il conflitto col mondo esterno.