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Amnesty Internetional - Rapporto 2010 - La Situazione dei Diritti Umani nel Mondo

Amnesty International



Prezzo: € 22,00


Aggiornato in data 14 Novembre 2016 - Questo prodotto, che ha come titolo Amnesty Internetional - Rapporto 2010 - La Situazione dei Diritti Umani nel Mondo, composto da Amnesty International, fa parte della categoria Attualità e temi sociali, più precisamente nella sottocategoria Critica sociale. Pubblicato da Fandango e pubblicato nel mese di Dicembre 2009 , attualmente è in "Fuori Catalogo". Questo libro costa € 22,00.

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Il Rapporto Annuale 2010 di Amnesty International documenta la situazione dei diritti umani in 159 paesi e territori nel corso del 2009.

Il Rapporto ripercorre un anno in cui la richiesta di giustizia è sembrata per molti essere un ideale lontano, mentre la vita quotidiana delle persone continuava a essere dilaniata da repressioni, violenze, discriminazioni, giochi di potere e battute d'arresto politiche.

Ma il Rapporto celebra anche progressi concreti, rivelando come sia divenuto ormai sempre più difficile per i responsabili dei peggiori crimini assicurarsi l'impunità.

La richiesta di giustizia non si limita più solo a garantire indennizzi per uccisioni o torture, ma si estende fino a occuparsi della negazione di tutti quei diritti necessari a ogni persona per vivere in dignità la propria vita.

Introduzione al Rapporto Annuale 2010 di Claudio Cordone,

Segretario Generale ad interim di Amnesty International

Tra gennaio e maggio del 2009, nello Sri Lanka, circa 300.000 civili sono rimasti intrappolati in una piccola striscia di terra, tra le Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte) in ritirata e l'esercito che avanzava. Nonostante un crescendo di denunce di violazioni dei diritti umani, il Consiglio di sicurezza non è intervenuto. Almeno 7000 persone sono state uccise ma alcune fonti parlano persino di 20.000. Il governo dello Sri Lanka ha liquidato le notizie di crimini di guerra commesse dalle sue forze armate e ha respinto le richieste di un'indagine internazionale.

Nel contempo, non ha svolto alcuna inchiesta credibile e indipendente. Il Consiglio Onu dei diritti umani è stato convocato in sessione speciale, ma i giochi di potere hanno portato gli stati membri ad approvare una risoluzione proposta dallo Sri Lanka, in cui ci si complimentava per il successo ottenuto contro l'Ltte. Alla fine dell'anno, nonostante ulteriori prove di crimini di guerra e di altre violazioni dei diritti umani, nessuno era stato portato di fronte alla giustizia.

È veramente difficile immaginare un fallimento peggiore nell'accertamento delle responsabilità di chi ha violato i diritti umani.

Tutto questo mi ha fatto tornare in mente l'introduzione al Rapporto annuale 1992. Intitolata "Farla franca con gli omicidi", questa denunciava i tanti paesi in cui leader civili o militari responsabili di aver ordinato o tollerato omicidi, sparizioni forzate, stupri sistematici e altre torture, non correvano alcun pericolo di essere chiamati a risponderne di fronte alla giustizia.

Lo Sri Lanka figurava nell'elenco, in quanto il governo dell'epoca era venuto meno al dovere di sottoporre a procedimenti giudiziari i responsabili di decine di migliaia di esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate, nella violenta reppressione dell'insurrezione interna degli anni 1988-90.

La domanda è spontanea: è cambiato qualcosa negli ultimi due decenni? Se esaminiamo la situazione dello Sri Lanka nel 2009 o quelle della Colombia o di Gaza, sarebbe facile concludere che no, non è cambiato niente. E se cosÌ stanno le cose, perché ostinarsi a chiedere che i responsabili delle violazioni dei diritti umani siano chiamati a rispondere del loro operato? In questo modo, però, rischieremmo di perdere di vista gli importanti progressi fatti in meno di 20 anni che, nonostante sfide vecchie e nuove, rendono oggi più difficile a chi ha commesso dei crimini sfuggire alla giustizia.

È vero, il raggio d'azione della legge è lungi dall'essere totale. Alcuni casi sono fuori da ogni monitoraggio, in altri la giustizia ci mette troppo tempo. Ma ci sono dei progressi. Per di più, l'accertamento delle responsabilità è stato esteso dal tipico ambito della ricerca della giustizia per omicidi e torture, alle violazioni di diritti umani fondamentali come quello al cibo, all'educazione, all'alloggio e alla salute, diritti necessari per vivere in dignità.

I risultati raggiunti

Essere chiamati a rispondere per qualcosa che si è fatto, o qualcosa che si è mancato di fare, e che ha avuto conseguenze dirette su altre persone è un concetto ampio: lo si può usare, dal punto di vista politico, come nelle elezioni; oppure, da un punto di vista morale, per misurare i valori di una società.

Gli standard internazionali sui diritti umani si concentrano sulla cosiddetta "accountability" per definire una responsabilità di tipo giuridico. Le persone hanno dei diritti che devono essere previsti e protetti dalla legge. Coloro che detengono il potere hanno i doveri, a loro volta sanciti dalle leggi, di rispettare, proteggere e garantire i diritti individuali.

Essere chiamati a rispondere, sul piano giuridico, delle proprie azioni, è importante, soprattutto e in primo luogo, perché chi ha sofferto un danno ha diritto alla verità e alla giustizia. Le vittime e i loro familiari devono vedere i torti subiti riconosciuti e i responsabili chiamati a risponderne. Verificare se le vittime hanno titolo a ricevere un risarcimento, scoprire quanto è accaduto, da parte di chi e perché è tanto importante quanto portare di fronte a un giudice i responsabili delle violazioni commesse.

Accertare i fatti e chiarire le responsabilità aiuta anche a guardare avanti. Costituisce una forma di deterrenza nei confronti di chi ha commesso un crimine e anche una base su cui avviare riforme delle istituzioni statali e internazionali. Meccanismi efficaci ed efficienti in questo ambito possono aiutare gli stati a rendere migliori le leggi e la prassi e a verificare l'impatto di queste ultime sulla vita delle persone.

Negli ultimi 20 anni, una campagna globale è riuscita a stabilire il ruolo della giustizia internazionale. Tra i suoi successi, c'è l'istituzione nel 1998 della Corte penale internazionale (Icc), ispirata dai tribunali internazionali che si occupano di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nell'ex Jugoslavia e in Ruanda.

Il 2009 è stato uno spartiacque: un capo di stato in carica, il presidente del Sudan Al Bashir è stato raggiunto da un mandato d'arresto emesso dall'Icc per cinque imputazioni relative a crimini contro l'umanità (omicidio, sterminio, trasferimento forzato di popolazione, tortura e stupro) e due imputazioni di crimini di guerra (per aver colpito la popolazione civile).

Alla fine del 2009, il procuratore dell'Icc aveva avviato indagini su tre situazioni deferite alla Corte dagli stati in cui erano occorsi i crimini, in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana, e su una situazione deferitale dal Consiglio di sicurezza in Darfur, Sudan. Il procuratore aveva inoltre richiesto alla Camera preprocessuale di autorizzarlo ad aprire un'ulteriore indagine in Kenya. L'Icc ha chiamato a comparire, oltre al presidente sudanese, il capo di un gruppo armato del Darfur e ha emesso mandati d'arresto per un leader della milizia, per un funzionario governativo di alto profilo e per il presidente del Sudan, oltre che per i capi di gruppi armati operanti in Uganda, Repubblica Democratica del Congo e Repubblica Centrafricana. Si è trattato di passi avanti importanti per affermare il principio che tutti coloro che commettono crimini di guerra o crimini contro l'umanità devono essere chiamati a risponderne allo stesso modo, che siedano in un governo o appartengano ad altre forze.

Recentemente, il procuratore dell'Icc ha ampliato il raggio geografico d'azione del suo lavoro, avviando indagini preliminari su quattro situazioni al di fuori dell'Africa: Afghanistan, Colombia, Georgia e il conflitto di Gaza e del sud d'Israele del 2008-2009.

Il processo di ratifica progressiva dello Statuto di Roma dell'Icc (110 stati alla fine del 2009) ha dato il via a riforme legali a livello nazionale per conferire alle corti locali giurisdizione su crimini di diritto internazionale, tali da consentire di incriminare presunti autori di reati quando si trovano all'estero, nel caso in cui, e solo nel caso in cui, beneficino dell'impunità nel loro paese.

Nonostante alcuni passi indietro, registrati lo scorso anno, nello sviluppo di un sistema di giurisdizione universale, come l'appovazione in Spagna di una legge che restringe il suo ambito di applicazione, avvocati hanno avviato cause e alcune hanno registrato progressi presso i tribunali nazionali (nelle Americhe, in Europa e in Africa). In Sudafrica, a dicembre, due Organizzazioni non governative hanno contestato in tribunale la decisione delle autorità di non aprire un'indagine secondo la legge sulla giurisdizione universale del Sudafrica, in merito alle accuse di crimini contro l'umanità commessi in Zimbabwe da persone che era noto avessero visitato il Sudafrica.

Alla fine dell'anno, più di 40 stati, dal 1998, avevano emanato legislazioni per ribadire o ampliare la giurisdizione universale su crimini di diritto internazionale, contribuendo in questo modo a tappare una piccola parte della falla globale dell'impunità.

Queste indagini e questi procedimenti hanno trasformato il modo in cui i governi e l'opinione pubblica valutano i crimini di diritto internazionale. Sempre di più, questi casi sono visti per quello che sono: gravi reati che meritano di essere sottoposti a inchieste e processi, piuttosto che questioni politiche da risolvere per via diplomatica. Essendomi impegnato strenuamente, insieme ai miei colleghi, per assicurare alla giustizia l'ex presidente cileno Augusto Pinochet dopo il suo arresto a Londra nel 1998, sono particolarmente incoraggiato da questo cambio di prospettiva.

In tutta l'America Latina, tribunali e governi stanno riaprendo le indagini su crimini a lungo occultati dalle leggi di amnistia. Questi sviluppi mostrano come, persino a distanza di decenni, e nonostante numerose amnistie e provvedimenti d'impunità emanati per bloccare le inchieste, la società civile continua a lottare per buttare giù gli ostacoli alla verità, alla giustizia e alla riparazione.

Tra le molte sentenze che possono essere considerate pietre miliari, figura indubbiamente la condanna nell'aprile 2009 dell'ex presidente peruviano Alberto Fujimori, per crimini contro l'umanità. Questa ha dato un minimo di conforto alle famiglie di coloro che furono sequestrati, torturati e assassinati dalle squadre della morte in tre casi risalenti all'inizio degli anni Novanta. A ottobre, la Corte suprema dell'Uruguay ha stabilito che la legge d'amnistia prolungata alla fine degli anni Ottanta era nulla e priva di efficacia, in quanto non in linea con gli obblighi di diritto internazionale del paese. Alla fine dell'anno, in uno dei più importanti processi dopo il governo militare (1976-1983), i pubblici ministeri dell'Argentina hanno iniziato a presentare le prove a carico di 17 membri delle forze armate e della polizia accusati di torture, sparizioni forzate e omicidi all'interno della famigerata Scuola superiore di meccanica della Marina (Esma).

Nel 2009, la ricerca della giustizia è andata ben oltre l'America Latina. La Sierra Leone, per esempio, si è avvicinata alla riconciliazione col suo passato grazie alla conclusione di tutti i processi della Corte speciale per la Sierra Leone, tranne quello nei confronti dell'ex presidente della Liberia Charles Taylor, ancora in corso. In Asia, uno dei più truci comandanti dei khmer rossi è finalmente arrivato in un'aula di tribunale, per rispondere di crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi oltre 30 anni prima: Kaing Guek Eav, conosciuto anche come Duch, era il comandante dell'Ufficio per la sicurezza del carcere S-21, dove vennero torturate e uccise almeno 14.000 persone, tra l'aprile 1975 e il gennaio 1979. Si è trattato del primo processo celebrato dalle "Camere straordinarie dei tribunali della Cambogia", che in quanto tribunali temporanei devono lasciare il passo a un sistema giudiziario funzionante non appena possibile, ma che almeno permettono ai sopravvissuti di rendere note le loro sofferenze.

Anche gli stati potenti hanno scoperto che non sempre possono sfuggire alla giustizia. Mentre alcuni stati europei hanno agito blandamente sulle violazioni dei diritti umani nel contesto della "guerra al terrore" diretta dagli Usa, a novembre un tribunale italiano ha condannato 22 agenti della Cia, un funzionario dell'Air Force statunitense e due agenti dell'intelligence italiana per il loro coinvolgimento nel sequestro di Usama Mustafa Hassan Nasr (Abu Omar), avvenuto nel settembre 2003 a Milano. Abu Omar era stato trasferito in Egitto, attraverso una rendition, e qui detenuto in segreto per 14 mesi e, come da lui denunciato, sottoposto a torture. Il processo ha avuto luogo in larga parte grazie alla determinazione dell'ufficio della procura milanese nel far rispettare la legge e nonostante le pressioni del governo a chiudere il caso e il fatto che nessuno degli agenti Usa fosse mai stato arrestato né tantomeno fosse presente in aula.

L'esistenza dell'Icc ha portato una più seria attenzione persino in stati dove l'immunità avrebbe potuto essere garantita dalla mancanza formale di accettazione della giurisdizione della Corte.

Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una missione indipendente di accertamento dei fatti, presieduta dal giudice sudafricano Richard Goldstone (già Procuratore dei tribunali penali internazionali per il Ruanda e l'ex Jugoslavia) e chiamata a indagare sulle presunte violazioni durante i 22 giorni di conflitto a Gaza e nel sud d'Israele, terminati nel gennaio 2009. Il rapporto Goldstone è giunto a conclusioni analoghe a quelle delle missioni di ricerca di Amnesty International, e cioè che sia le forze israeliane, sia Hamas (e altri gruppi palestinesi) avevano commesso crimini di guerra e forse anche crimini contro l'umanità.

Il rapporto Goldstone, sottolineando che "la prolungata situazione d'impunità ha dato luogo a una crisi della giustizia", ha raccomandato che se le due parti non avessero svolto indagini e portato i responsabili davanti alla giustizia, il Consiglio di sicurezza avrebbe dovuto esercitare la sua autorità e deferire il caso all'Icc. Nel novembre 2009, l'Assemblea generale dell'Onu ha dato alla parte israeliana e a quella palestinese tre mesi di tempo per dimostrare di essere intenzionati ad aprire indagini in linea con gli standard del diritto internazionale.

Un esempio di risposta rapida della comunità internazionale è stato l'istituzione, da parte delle Nazioni Unite, di una Commissione d'inchiesta sui fatti del 29 settembre quando a Conakry, la capitale della Guinea, 150 persone sono state uccise e molte donne stuprate in pubblico da parte di uomini delle forze di sicurezza, intervenuti per reprimere brutalmente una manifestazione pacifica in corso nello stadio. A dicembre, l'inchiesta ha concluso che erano stati commessi crimini contro l'umanità e ha raccomandato di deferire il caso all'Icc, che ha avviato un esame preliminare.

Infine, gli ultimi 20 anni hanno visto una crescita esponenziale dei meccanismi di "giustizia transitoria", in molti paesi usciti da lunghi periodi di conflitto armato o di repressione politica e che hanno iniziato a fare i conti col loro passato, mediante differenti modelli di accertamento delle responsabilità. Nel corso del 2009, procedimenti di verità e riconciliazione e i loro aggiornamenti sono andati avanti in Liberia, Isole Salomone e Marocco/Sahara Occidentale.

Il Marocco è il solo paese dell'area Medio Oriente - Africa del Nord ad aver agito in questo modo, anche senza aver introdotto elementi di giustizia penale. Mentre ad Amnesty International raccoglievamo le informazioni utili per supportare questo processo, dopo decenni di ricerca su casi individuali, era chiaro a tutti noi che l'accertamento delle responsabilità debba andare di pari passo con quello della verità, se davvero si vuole ottenere una riconciliazione basata sulla giustizia.

La tentazione rimane quella di dire che "il passato è passato" ma l'esperienza ha dimostrato che consentire ai responsabili di "farla franca con gli omicidi" può condurre a una pace precaria e di breve durata.

EditoreFandango
Data pubblicazioneDicembre 2009
FormatoLibro - Pag 644 - 16,5x21
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