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Editoriale a cura di Mimmo Tringale: I ladroni dell’acqua
In questi giorni mi è tornato in mente un vecchissimo film di Kurosawa ambientato in Siberia. Dersu Uzala, il protagonista della storia, vissuto fino ad età matura nella Taiga, una volta approdato in città rimane stupito dalle numerose stranezze della vita urbana, e di una in particolare: il fatto che l’acqua, così abbondante in natura, si debba acquistare. In altre parole che ci sia un padrone dell’acqua.
Questo film del ‘75 è diventato improvvisamente attuale con la conversione in legge del decreto Ronchi, che in qualche modo obbliga i comuni ad affidare a privati o a società miste la gestione di servizi pubblici, tra cui l’acqua. Con questo semplice atto legislativo dunque, l’acqua da bene comune diventa ufficialmente merce, oggetto di speculazione. Una speculazione che ovviamente non si ferma ai confini nazionali, ma ha assunto da tempo dimensioni mondiali.
Perché tanto interesse? La risposta è molto semplice: l’acqua non solo è una risorsa essenziale, ma sta diventando sempre più rara. Già oggi, un miliardo di persone non hanno accesso diretto a fonti idriche e secondo un recente rapporto della McKinsey & Co. nel 2030 la domanda globale d’acqua supererà del 40% la disponibilità effettiva. Più domanda e meno offerta significa automaticamente prezzi più alti: grandi affari per chi come le grandi multinazionali Suez-Lyonnaise, Vivendi-Generale, Saur-Bouygues, Danone e Nestlé si stanno accaparrando in tutto il mondo sorgenti, reti idriche pubbliche e società private.
Per l’economista Riccardo Petrella, la privatizzazione dell’acqua non è una soluzione efficace né dal punto di vista politico, né da quello sociale, economico ed ambientale. «Non è giustificabile» afferma Petrella «considerare l’acqua come una fonte di profitto. In quanto fonte di vita, l’acqua è un bene patrimoniale che appartiene agli abitanti del Pianeta. La privatizzazione del petrolio è stata e resta un errore storico fondamentale, che non può essere ripetuto: bisogna impedire la petrolizzazione dell’acqua».
La buona notizia è che nonostante l’approvazione della legge qualcosa si può ancora fare: la Valle d’Aosta ha detto no alla privatizzazione dell’acqua e la Regione Puglia ha ripubblicizzato l’acquedotto pugliese; mentre il Forum dei movimenti per l’acqua ha lanciato una petizione popolare per «l’acqua bene comune».
Informazioni più dettagliate sul vasto movimento sorto contro la privatizzazione dell’acqua sono riportate nell’articolo a pag. 59. L’invito è che ognuno faccia del suo meglio per evitare l’ennesimo scippo di un bene comune, così prezioso e fondamentale per la vita.