Ivan Illich (1936-2002) ha compiuto studi di scienze naturali, filosofia, teologia e storia.
Come per tutti i grandi pensatori la storicità di Ivan Illich non è un limite che lo costringe prima o poi all'obsolescenza, ma lo straordinario contributo, concreto e ad un tempo universale, meta-temporale, alla formulazione di un giudizio che non si riduca all'interpretazione di fatti che, con il loro superamento, travolgano con sé il pensiero che ne ha preso atto, ma che è destinato a rimanere elemento di una rappresentazione dinamica grazie alla quale chi pensa e agisce nel mondo gli può essere consapevolmente, appunto lucidamente presente e attivamente attento alle sue necessità.
E' proprio questo il merito fondamentale di Illich, il suo contributo all'elaborazione di un giudizio grazie all'identificazione dei criteri che lo costituiscono come una vera e propria presa di coscienza radicale.
Leggendo, o ascoltando Ivan Illich, per chi ha potuto farlo, si ha immediatamente l'impressione di essere posti in grado di vedere le cose con una partecipazione e ad un tempo una distanza che permettono di coglierle nel loro significato non contingente, di avere cioè a disposizione delle argomentazioni grazie alle quali si può ripigliare dall'inizio, dalla radice semplice ed elementare, ma per questo non parziale e già compromessa, ogni percorso costruttivo che ci è dato di dover affrontare.
Per questo il destino di Illich è pure oggi in qualche modo "cinico e baro": il suo ricordo è schivato, rimosso, perché ben pericoloso in un momento storico in cui la difesa strenua ed estrema dei pregiudizi consolidati e deleteri è affidata all'ignoranza, all'obnubilazione delle coscienze, al rifiuto di ricominciare dal principio, pazientemente, a tessere i fili del nostro sapere e del nostro fare. E' questa la già tanto denunziata morte (uccisione) della filosofia. Bisogna dire che questa sorte è toccata anche fin dall'inizio ad un pensiero così radicale da essere interpretato, anche a sinistra, mettendo avanti, come si direbbe ora, una serie di se e di ma, a cui si appende sempre il realismo teorico e pratico di chi è portato a identificare la realtà con i fatti e a considerare in qualche modo, per diritto o per traverso, il risultato storico come insuperabile se non dal suo interno, cioè tenendo fermi appunto, come criteri di giudizio, quelle stesse prospettive attraverso le quali si è giunti a quei risultati. Come se la continuità della storia non includesse anche continuamente discontinuità introdotte dal pensiero e dall'azione guidata dal pensiero, che dispongono, per loro costituzione, di un distacco critico che permette all'uomo di fare, in qualche modo, la storia. Altrimenti la libertà sarebbe poca cosa.
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